Il cammino interrotto. La comunità di Città della Pieve

“La prima reazione che hai è di rabbia. Ti chiedi, come è possibile? Stai facendo un percorso e gli operatori che lo fanno con te se ne vanno, sono costretti ad andarsene. Hai stabilito delle relazioni con loro, ti sei aperto, e ora ti senti perso”. A parlare è Gemma, una ragazza che sta seguendo un percorso di recupero nella comunità per tossicodipendenti di Città della Pieve, in Umbria. Gemma è stata in comunità due volte, la prima tra il 2005 e il 2009, la seconda dall’estate del 2011 ad oggi. Nontante abbia avuto una ricaduta, si dice sicura che in questa sua seconda esperienza sta raccogliendo i frutti anche degli anni precedenti. Ma il suo percorso verrà interrotto a fine aprile, senza essere completato. Non per una sua scelta, ma per un preciso disegno politico.

Trent’anni di esperienza

La comunità Città della Pieve è gestita da trent’anni dalla cooperativa Il Cammino, una delle realtà romane (assieme a Parsec e la Tenda) che sono state estromesse dalla giunta Alemanno nella gestione dei servizi sociali. Sì, perché l’esito dei bandi dell’Agenzia per le tossicodipendenze ha premiato in larga parte realtà con minore esperienza, tra cui spicca il caso del Modavi, associazione sponsorizzata dallo stesso Alemanno e dall’ex ministro Giorgia Meloni, su cui gravano le accuse di una parentopoli destrorsa e da cui proviene Massimo Canu, attuale direttore dell’Agenzia.
Il Cnca del Lazio (Consorzio Nazionale della Comunità di Accoglienza) e il Social Pride, che hanno organizzato mobilitazioni e azioni di protesta fino sotto al Campidoglio, precisano che la contestazione non riguarda strettamente il grado di esperienza delle realtà che hanno vinto il bando, ma il quadro complessivo che ne esce: realtà che lavorano da decenni vengono cancellate, e con loro i metodi di lavoro e assistenza che esprimono. In parte perché il bando stesso prevede la trasformazione della comunità in un’azienda agricola, e in parte perché i nuovi gestori – Ceis e Integra – promuovono approcci totalmente diversi.
“Adesso chi è in comunità produce dei beni per il consumo interno, ed è un’attività che fa parte del programma. Con la trasformazione in azienda agricola dovranno produrre per il consumo esterno, per la vendita. Gli utili andranno per il 40% al Comune di Roma”. A spiegarcelo è la dottoressa Anna Addazi, una dei responsabili della struttura di Città della Pieve, attiva in questo campo da oltre venticinque anni. “Con questa impostazione l’asse dell’intervento si sposta sull’aspetto lavorativo, ma di comunità di questo tipo ne esistono già tante. Chi è qui spesso ha scelto di non andare in comunità di quel tipo, ha scelto una diversa opzione. Ora questa opzione non c’è più. Il Ceis, ad esempio, gestisce in questo modo altre comunità a Roma, c’è chi già ha fatto quel percorso non lo vuole ripetere. La nostra impostazione è più terapeutica, il che prevede una diagnosi e un trattamento molto personalizzato che mira a far uscire fuori il paziente da una situazione di disagio e malattia. Il metodo di intervento è più soft rispetto ad altre comunità, che sono più rigide e hanno metodi più coercitivi. Qui da noi invece si cerca sempre di passare attraverso il consenso e la condivisione. Anche per rispettare la libertà delle persone, la libertà di scelta. Questo è un aspetto importante per gli utenti. Le comunità non sono tutte uguali così come le persone non sono tutte uguali. E se chi viene è stato indirizzato qui dai medici dei Sert, che hanno compiuto delle valutazioni, ci sarà un motivo. Ora queste perone hanno un’opzione in meno”.
Il termine per le attività della comunità di Città della Pieve è stato fissato a fine marzo 2012, con una proroga per aprile. Un cambio repentino che mette a rischio il percorso fatto dalle quarantacinque persone ospiti della comunità. Soprattutto nei casi di chi è già avanti con programma, ma non avrà modo di portarlo a termine. “Chi comincia ora ha meno problemi a ricominciare con un sistema diverso – spiega Addazi – per chi è in fase avanzata è diverso. A volte la gente fa percorsi di 24 mesi, e stabiliscono un rapporto importante con gli operatori. Se questo avviene, per altro, vuol dire che il programma sta funzionando. Per loro è difficile interrompere e riprendere con altri operatori che, volente o nolente, identificano con le persone che hanno mandato via le loro figure di riferimento. Noi stiamo cercando di convincerli a restare, ma in questa condizione non è facile”.
Chi viene in una comunità come quella di Città della Pieve ha alle spalle diversi tipi di dipendenze, spesso connesse a situazioni familiari difficili, abbandoni, lutti, separazioni. Questa “ginnastica emotiva”, come la chiama la dottoressa Addazi, sono sottoposti a causa di questo avvicendamento, ha un effetto pensante. C’è chi pensa di abbandonare, chi mette in discussione il percorso fatto. Chi ha già sperimentato l’altro sistema e decide che non fa per lui, ma non sa dove andare. “All’inizio ci ha colto una rabbia profonda – racconta Gemma – e ti può cogliere anche il pensiero che tornerai a farti. Poi però alcuni di noi hanno deciso di reagire, almeno di provarci. Abbiamo organizzato delle forme di protesta, realizzato dei video e partecipato alle mobilitazioni del Social Pride”. Anche gli operatori hanno supportato le iniziative dei membri della comunità, anche perché non avrebbe senso continuare con le attività ordinarie, e questa mobilitazione è comunque un modo per restare uniti.
L’ultima tappa sarà il 28 aprile, quando si svolgerà la cerimonia delle chiave. È una cerimonia che si svolge ogni due anni, in cui viene consegnata una chiave d’oro a quelle persone che hanno finito il percorso di recupero e stanno bene. La chiave è un segno delle ritrovata indipendenza. La cerimonia, che è aperta ai parenti ed è vissuta come una festa, con musica dal vivo e iniziative di vario tipo, stavolta avrà un sapore un po’ diverso. Segna contemporaneamente il trentennale della comunità e l’estromissione della cooperativa. Il Cammino. “Non vogliamo però che sia un momento triste. Faremo dei video, raccoglieremo testimonianze ed esperienze, cercheremo di vivere questo momento nel modo più costruttivo possibile”, racconta la dottoressa Addazi.

Comunità o azienda?

Ma cosa succederà concretamente con la nuova gestione? Di certo il numero delle persone ospitate raddoppierà, passando a 90 persone, mentre spariranno gli psicologi. La struttura sarà gestita da ex tossicodipendenti e da alcuni educatori. E la gestione sarà sbilanciata sulla sull’azienda agricola: la cooperativa Integra, che si occuperà di questo, è destinataria di oltre l’80% del finanziamento (Ceis, che vanta maggiore esperienza nel settore, gestirà il resto). “Ci sono aspetti etici legati allo sfruttamento del lavoro di cui nessuno parla – prosegue Addazi – perché i tossicodipendenti sono considerati un po’ persone di serie B. Ma soprattutto poi non occorrerà più il certificato di tossicodipendenza, che rilascia il servizio pubblico, per entrare in comunità”. Cosa vuol dire? Che ci sarà meno selezione e anche persone non riconosciute come tossicodipendenti dal Sert potranno entrare in comunità. “Tra queste soggetti che cercano misure alternative al carcere, ad esempio. D’altronde questo è un po’ l’obiettivo di comunità del tipo di San Patrignano, che non vogliono il filtro del servizio pubblico, vogliono gestire gli utenti in totale autonomia e magari riscuotere anche rette. Noi abbiamo sempre preferito agire in sinergia con le altre strutture”, conclude.
Tutti questi aspetti stanno incrinando il rapporto fiduciario che la comunità ha instaurato nel tempo con gli abitanti di Città della Pieve. Grazie al lavoro degli operatori, i membri della comunità non erano percepiti come un corpo alieno o un pericolo. Ma ora? Le istituzioni comunali si sono rivolte alla giunta Alemanno, che però ha dimostrato scarsa attenzione e disinteresse. La stessa percezione che hanno avuto anche i membri della comunità, che stanno sperimentando sulla loro pelle gli effetti degli appetiti e delle spartizioni della politica, più sorda che mai alle esigenze della cittadinanza, a maggior ragione quando si tratta di soggetti più “deboli”. E loro che cosa faranno? Qualcuno resterà, qualcuno se ne andrà e basta, qualcuno cercherà qualcos’altro. “Io cercherò di farcela con le mie gambe – dice Gemma – Mi sono cercata un lavoro qui a Città della Pieve. Sono chef, cercherò di farmi la stagione. Poi si vedrà”.

[da Frigidaire n°242 – maggio/giugno 2012]

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