Morire per delle idee. «Hunger» di Steve McQueen

Il 5 maggio di  trentuno anni fa moriva Bobby Sands, attivista nordirlandese. A partire dal 1° marzo 1981 Sands iniziò uno sciopero della fame a oltranza che lo condusse alla morte dopo 66 giorni. In questo lasso di tempo, il 9 aprile, fu eletto membro del parlamento britannico, nel corso di elezioni suppletive. Subito dopo la legge fu cambiata, impedendo ai detenuti di candidarsi se non dopo cinque anni dal termine della pena. La morte di Sands e di altri nove detenuti dopo di lui suscitò un’ondata di sdegno in tutto il mondo nei confronti dell’intransigenza del governo Thatcher. Era, tra l’altro, la prima volta che un parlamentare veniva lasciato morire di inedia in una nazione occidentale.

Dotato di grande impatto visivo, «Hunger» del regista londinese Steve McQueen si muove lungo un crinale complesso, in bilico tra una crudezza affilata che a tratti rischia di diventare persino estetizzante. Evitiamo fraintendimenti: non c’è nessuna indulgenza o compiacenza, neppure in negativo, quando si affonda nel torbido della sofferenza fisica che è il tema centrale di questa pellicola. Semplicemente l’opera prima di McQueen (che data 2008 ed è arrivata solo ora in Italia, sull’onda del successo dell’opera seconda «Shame») non è un film politico in senso tradizionale. C’è da chiedersi d’altronde se avrebbe avuto senso a trent’anni di distanza – era il 1981 – parlare della vicenda di Bobby Sands in chiave di denuncia.
Il film ha una costruzione geometrica: una prima parte incentrata sulle torture fisiche ai prigionieri dell’Ira, le proteste per riottenere lo status di detenuti politici, i poliziotti uccisi fuori dalla prigione; una seconda parte segue praticamente in soggettiva il deperimento fisico di Bobby Sands (Michael Fassbender) a causa dello sciopero della fame che lo condurrà alla morte. In entrambi i casi il terreno dello scontro è il corpo: il corpo massacrato e quello che si martirizza. Un racconto crudo, dove a farla da padrone è l’immagine, mentre la parola è quasi espulsa, con l’eccezione di scarni dialoghi, urla, e delle didascalie costituite dalla voce (originale) fuori campo di Margharet Thatcher, che sintetizza la linea dura del governo britannico rispetto alle richieste dei detenuti, anche queste una per quadro, a ribadire la geometria orchestrata da McQueen.

La parola, come strumento di approfondimento e racconto, prende il sopravvento però nella breve scena centrale, che divide il primo dal secondo quadro. Si tratta del confronto verbale tra Bobby Sands e un prete cattolico, Dominc Moran, repubblicano come lui ma contrario alle scelte estreme. Una scena “esemplare”, un dialogo dal forte sapore teatrale e dal valore esegetico, dove le posizioni dei due protagonisti sintetizzano e idealmente rappresentano la filosofia delle due parti in causa.
McQueen, soprattutto all’inizio della pellicola, vuole mostrare una certa equidistanza tra le parti dell’inferno carcerario, raffigurando con crudezza le torture ai danni dei prigionieri avvenute nei famigerati H-Blocks (i bracci speciali della prigione di Long Kesh, ribattezzata Maze, il labirinto), ma anche poliziotti in lacrime. È nel dialogo tra Sands e padre Moran, tuttavia, che si delinea un altro tipo di distanza, quella temporale, che sembra essere il fulcro del film. L’intransigenza e l’attaccamento agli ideali di Bobby Sands sembrano risuonare lontano nel tempo e nello spazio, come una voce che giunge da sotto le acque di eventi passati, dall’accordo del Venerdì Santo all’Europa unita che ha dissolto la frontiera tra l’Ulster e la Repubblica Irlandese. Il tentativo di padre Moran di far desistere Bobby dall’intento ha l’effetto di mostrare che dose di “paranoia” possa esserci dietro le scelte di persone che vivono una condizione di detenzione durissima da oltre quattro anni, e quanto il nichilismo possa appaiarsi ad una volontà ferrea quando questa sfocia nella vocazione al martirio. Forse la lingua che parla padre Moran all’epoca dei fatti era minoritaria, ma ad ascoltarla oggi sembra piena di senso comune (quello del 2012, non del 1981).
Con l’eccezione della storia del poliziotto picchiatore che viene ucciso fuori dal carcere da militanti dell’Ira (ne morirono 16 durante l’intero arco delle proteste), l’intera vicenda si svolge tra i corridoi e le celle del carcere, il che esaspera la sensazione di isolamento in cui sono calati i detenuti che, trent’anni fa, scelsero di lasciarsi morire di inedia per riottenere lo status di prigionieri politici e per denunciare la violazione dei loro diritti. Ne morirono dieci, suscitando aspre polemiche che portarono a un parziale accoglimento delle loro istanze. La protesta di Sands e compagni, dunque, ha sortito il suo effetto nonostante la scelta suicida – confermando e allo stesso tempo sconfessando le parole di padre Moran. Questo tuttavia lo apprendiamo non dalle immagini del film, ma dalla didascalia scritta che precede i titoli di coda.

Nel presentarci la sequenza dei fatti quasi completamente estrapolati da un contesto storico-sociale (cosa che, al contrario, è solitamente uno dei tratti ricorrenti dei film politici), McQueen ottiene un potente effetto di straniamento. È vero che uno spettatore giovane, che non sa nulla di questa vicenda – di come Bobby Sands divenne una figura mitologica di attaccamento agli ideali sia per la sinistra che per la destra, e del fatto che la lotta armata in Irlanda di quegli anni si inseriva nel contesto di un’Europa in fiamme, che vedeva un ipotetico fil rouge attraversare i terrorismi rossi dell’Italia e della Germania e giungere fino ai movimenti di liberazione di stampo più o meno socialista come quelli irlandese, palestinese, basco – non potrà certo farsene un’idea esaustiva grazie alla visione di «Hunger». Ma è anche vero che, grazie a questa estrapolazione, noi vediamo il peso delle parole e dei gesti al netto della loro storicizzazione. Forse ci dice poco dei perché, ma ci fa riflettere sulla condizione umana, e rispetto al presente è in grado di produrre non poche domande.
Chi, nell’Occidente ricco (ancora per poco) e in decadenza, sarebbe oggi in grado di un gesto così radicale? Chi sarebbe disposto a rischiare la propria vita per una causa che ritiene giusta? Se, da un certo punto di vista, guardiamo con sollievo alla distanza che ci separa dagli ardori rivoluzionari degli anni Settanta, dando implicitamente ragione a padre Moran che ne disegna le derive romantiche e nichiliste, dall’altro il gesto estremo di Sands e compagni, che raggiunge lo scopo di ottenere più diritti e si imprime in modo indelebile nella memoria della gente, oggi dà da riflettere. Perché il presente, che ha esorcizzato la violenza di quella stagione, nel farlo è rimasto senza più gesti concreti per cambiare il mondo, né parole per immaginarlo diverso. E allora, stretta nell’angolo del mutismo delle ideologie, la contemporaneità sembra perfino un luogo più asfittico di quando si “moriva per delle idee”.
«Hunger», da questo punto di vista, è un film bello e doloroso, che sembra suggerire con una certa dose di pessimismo che tra il cupio dissolvi che dietro ogni gesto radicale e l’impotenza che c’è dietro la mediazione, la possibilità di cambiare le cose attorno a noi, il mondo, debba in ogni caso pagare un prezzo forse sostenibile dalla Storia, ma decisamente troppo alto per la vita di un singolo uomo.

[da Minimaetmoralia]

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