Allarme longevità! Il romanzo distopico della crisi globale

[Immaginario malato – n°12] Finalmente ci siamo arrivati. Quello che non si poteva pronunciare fino a qualche anno fa, o forse addirittura fino a qualche mese fa, è stato detto, pronunciato senza filtri, asserito con decisione. Ieri, 11 aprile 2012, il Fondo Monetario Internazionale ha spiegato che nessun Titolo di Stato è più sicuro, nemmeno quelli tedeschi o americani. Il motivo? La gente vive troppo. L’aumento della longevità mette a rischio i conti pubblici. La gente vive troppo a lungo a spese delle casse dello Stato che deve garantire il settore della salute (sempre meno, a dire il vero) e soprattutto la pensione. Tre, quattro anni di pensione in più rischiano di compromettere il sistema. Che cosa vuol dire tutto questo?
Nessuno si spinge a dire che quelle persone che campano troppo senza poter contare su un proprio patrimonio devono essere eliminate fisicamente. Ci mancherebbe. Eppure, leggendo gli articoli dei giornali, viene naturale pensare a una soluzione drastica e inumana. Come potrebbe essere il contrario quando leggiamo, ad esempio sul Corriere della Sera, un titolo come “Allarme longevità”? Se c’è un allarme c’è un pericolo, e quel pericolo è la vita. La vita, per il sistema vigente, è un costo. E se questo costo uno non può pagarselo da solo, allora diventa un pericolo per l’intero sistema. Una minaccia. E cosa si fa con le minacce? Si cerca di spazzarle via dall’orizzonte degli eventi (quello della storia, non dell’astrofisica).
Potrebbe essere l’epilogo di un romanzo distopico. In una puntata di Star Trek si immaginava un mondo evoluto dove la guerra veniva condotta virtualmente al computer, per evitare così la distruzione delle infrastrutture e delle tecnologie avanzate dei due popoli in conflitto, ma le persone morivano davvero. Chi si trova sfortunatamente nella zona bombardata, salutava i propri cari e si recava diligentemente nelle cabine inceneritrici. Proviamo a immaginare qualcosa di simile per i nostri pensionati: un’eutanasia market oriented, che permetta di eliminare questi pericolosi squilibri dall’organismo “sano” del sistema economico. File di vecchietti in coda per l’eliminazione fisica, che forse rimarrà l’unico servizio passato gratuitamente dallo Stato.
Ok, è un’iperbole, un’esagerazione. Ma guardiamo alle soluzioni concrete che propongono i guru dell’economia: innalzare l’età pensionabile. Ancora e progressivamente sempre di più. Eliminare gradualmente il costo della pensione, che non è più un costo sostenibile. Sembra un’alternativa meno distopica? C’è da rifletterci su. Provate a immaginare dei settantacinquenni in fabbrica, incapaci di tenere gli arnesi saldamente con le mani; oppure visualizzate degli impiegati ottantenni agli sportelli pubblici che devono tenere testa alle richieste di un trentenne ossessionato da tempi di lavoro iperveloci. Quanto sarebbero produttive queste persone nell’ambito di un sistema che deve massimizzare il profitto?
Gli scenari a questo punto si moltiplicano. Ad esempio, la gente condannata al lavoro a vita potrebbe diventare una palla al piede dal punto di vista produttivo, raggiunta una certa età, ed essere di conseguenza estromessa dal lavoro per finire in un limbo dove non c’è sostentamento possibile: niente lavoro, ma troppo presto per la pensione. Quale destino può essere riservato a un settantenne che deve ancora aspettare dieci anni per andare in pensione? Prima la strada e poi presumibilmente la morte. Evitando così un costo futuro per la previdenza sociale.
D’altronde c’era da immaginarselo. Nei secoli passati il problema della sovrappopolazione veniva risolta dalle guerre, che erano cicliche e sempre incombenti. Ora la nostra società avanzata prova orrore per la morte violenta, almeno quando si verifica sotto casa, e ha fatto in modo che i conflitti armati si svolgessero solo nelle periferie del pianeta. E allora, come fare a risolvere l’espansione incontrollata della specie? Magari togliendole di che vivere così a lungo.
In fondo sarà questo il primo effetto della crisi economica generalizzata: un abbassamento della qualità della vita. Cibo peggiore, malsano, tossico, meno soldi per le cure mediche, meno cure passate dallo Stato, maggior costo dei servizi sociali di ogni genere e livello, minor tempo per la cura di se stessi perché progressivamente occorrerà lavorare sette giorni su sette per potersi mantenere. Chi, rubando o ereditando, avrà i soldi per garantirsi tutto questo coi propri capitali vada pure avanti; chi ha un buon patrimonio genetico pure; gli altri che affrontino rassegnati il loro destino.
Che cosa sarebbe in grado di produrre una situazione del genere – che poi è quella che già stiamo vivendo da almeno un anno – se non un progressivo abbassamento delle aspettative di vita? Tradotto in soldoni: con la povertà alle porte del ceto medio, quanta gente condurrà una vita tale da riuscire a campare fino a ottant’anni? Pochi. A ben vedere questo porterebbe finalmente la bilancia in pari, riducendo quel costo insostenibile che è la vita. O meglio, insostenibile per tutti. Ecco, diciamo che pian piano anche la vita stessa potrebbe trasformarsi in un bene di lusso, al pari del cibo sano e del benessere psicofisico. Ci se la può permettere è il benvenuto, tutti gli altri, per favore, che si accomodino fuori.

[da Paese Sera]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...