Storia cadaverica d’Italia. Daniele Timpano e le retoriche nazionali

Il poeta della beat praghese Egon Bondy apriva il suo unico romanzo – oggetto di culto circolato per anni illegalmente e in edizioni “samizdat”, cioè autoprodotte – con il ritrovamento di un cadavere: era il cadavere del mondo. Nel suo futuro distopico, l’utopia socialista si era ridotta a un cadavere che butta fango dai cui miasmi bisogna il più possibile girare alla larga.
Daniele Timpano, autore e attore della scena contemporanea, ha invece disegnato nell’arco di tre spettacoli quello che potremmo definire il “cadavere d’Italia”, ovvero ciò che ne resta della costruzione dell’identità nazionale in un paese che non ha mai avuto un mito fondativo davvero condiviso – al pari di nazioni come la Francia o gli Stati Uniti – e agonizza ancora oggi tra aspirazioni autonomiste, recriminazioni e luoghi comuni all’ombra del proprio campanile. Il cadavere come metafora della decadenza di un’italietta – nel senso descritto da Pasolini – che cerca di raccontarsi come nazione eroica, ma che inevitabilmente inciampa in una prosopopea che si sgonfia ricadendogli addosso, in una retorica già in via di decomposizione. Ma il cadavere è anche elemento narrativo, sguardo privilegiato sul carattere posticcio dei racconti eroici che ci tramanda un certo tipo di storia – che si fa sempre “sulla pelle” delle persone. Ma anche su quella dinamica di inevitabile corruzione del “corpo dello Stato” che in Italia, più che una fase di decadenza, sembra essere l’aspetto ricorrente di ogni fase della storia politica del Bel Paese, un corpo a sua volta assemblato con le parti esanimi di altri corpi-nazione.
Il primo lavoro, risalente al 2006, è «Dux in scatola», dove il cadavere parlante di Benito Mussolini diventa testimone in-attendibile tanto della sua fine di uomo quando di quella di defunto, ricostruendo i momenti cruenti di Piazzale Loreto e la vicenda bislacca del trafugamento del corpo del duce del fascismo ad opera di un gruppo di militanti, corpo scomparso e poi riapparso anni dopo come oggetto di scambio politico tra la Dc dell’epoca e l’Msi. Storia macabra eppure inesorabilmente guascona, che ha per sfondo la repubblica appena nata delle ceneri della dittatura. Nel 2009 segue «Risorgimento Pop» – scritto con Marco Andreoli – dove il cadavere eccellente è questa volta quello di Mazzini, l’eroe meno iconico del pantheon risorgimentale. Anzi, la sua mummia, il suo corpo morto trattato per sfidare il tempo e resistere alla decomposizione. Ma Mazzini non sarà mai il Lenin nostrano, perché questo atto di santificazione laica viene immediatamente contraddetto da un processo di mummificazione venuto male e da una sepoltura, tutto sommato marginale, nel cimitero monumentale di Genova.
Infine si arriva al 2012 con il debutto di «Aldo Morto. Tragedia» (al Teatro Palladium dal 12 al 15 aprile), dove l’attenzione si sposta ad un’epoca più recente, il rapimento Moro e gli anni di piombo. E in questo caso si può ben dire che, tanto a livello storico che a livello politico, il cadavere in questione sia ancora caldo. Perché non c’è ingrediente peggiore della vicinanza storica per toccare una materia politicamente irrisolta, almeno in Italia, dove la ricostruzione di un avvenimento cruciale della vita pubblica è sempre e comunque materia di ideologia. Invece Timpano assume con radicalità quello che è la grande potenzialità che offre il teatro, che non risiede nel racconto piano di una storia, ma nella messa in luce di tutti i suoi lati di ambiguità.
Timpano non vuole svelare i retroscena e i misteri che si accompagnano al delitto Moro, ad uso e consumo di un pubblico drogato di polizieschi e noir (dove, a ben vedere, le vittime sono solo un espediente narrativo per parlare dei carnefici). Non gli interessa contestualizzare quanto accaduto nella griglia interpretativa di questa o di quell’altra parte politica. E rispetto alla vicinanza storica, lo dice subito e francamente: io nel 1978 avevo quattro anni e delle brigate rosse non sapevo nulla né me ne fregava niente. Una dichiarazione irriverente, apparentemente fuori luogo, ma che invece riesce di colpo a smontare le retoriche di giornalisti che si uniscono maldestramente al lutto nazionale, di brigatisti e parenti delle vittime che ad anni di distanza vendono a buon prezzo le proprie parziali verità, di cantautori che cantano a voce piena cose che forse oggi si vergognerebbero di sussurrare. Senza sconti Timpano passa in rassegna tutte queste voci in patchwork di citazioni da articoli, libri e canzoni che da soli bastano a disegnare il vortice di retorica nel quale solo la politica sa spingersi così rovinosamente. Ma non basta: entrando e uscendo dai personaggi e da se stesso, in una carrellata di grottesche miserie umane che stanno dietro alla fierezza delle ideologie contrapposte, Timpano riesce a pronunciare tutta una serie di parole scomode, di slogan oggi impronunciabili o di realtà che abbiamo disimparato a pronunciare, tali da far sobbalzare per fastidio e vergogna lo spettatore dalla sedia.
Giustamente il suo è stato definito un teatro di anti-narrazione. Perché della narrazione si colloca agli antipodi, poiché sceglie di smontare le retoriche di ogni tesi anziché affermare la propria, e perché prosegue per salti logici che, volutamente, vanificano la possibilità di rintracciare una singola, univoca versione della storia.
Ma non bisogna pensare che dietro il teatro di Daniele Timpano ci sia semplicemente una spinta iconoclasta. C’è piuttosto una forte morale senza moralismo, che nello sgonfiare le retoriche finisce inevitabilmente per sgonfiare anche se stessa e collidere pian piano col grottesco. Uno sgonfiarsi che si contrappone alla fierezza delle ideologie non tanto sul piano politico, quanto proprio su un piano ontologico, così come la maschera mortuaria, la statua e in definitiva il monumento si immagina agli antipodi del disfacimento del corpo e della storia, destino al quale però nessuno può davvero sottrarsi.
Allo stesso modo – e suona quasi come un paradosso –  questa contrapposizione si manifesta anche nella struttura narrativa delle sue drammaturgie. Dando la parola ai morti, Timpano utilizza una formula retorica conosciuta col nome di “prosopopea” (far parlare animali oppure cose inanimate). Ma guarda caso il termine “prosopopea” oggi ha assunto il significato di “enfasi eccessiva”,  che è forse il nodo più aggrovigliato, e quello a maggior rischio di putrefazione, delle retoriche con cui ci sia avvicina ai rimossi della nostra storia patria. E non è forse, poi, questo “far parlare i morti” una delle retoriche più diffuse del dibattito pubblico italiano?
A Daniele Timpano, uno degli autori più interessanti e geniali della sua generazione, va riconosciuto di aver compiuto uno scarto per nulla scontato. Il più delle volte il teatro che affronta temi politici finge di parlare a una platea globale, che invece magari a teatro non ci va, per poi affermare una tesi in cui la platea si riconosce. Mima la denuncia ma in realtà pratica l’adesione. Invece il teatro di Timpano torna a immaginarsi parte di una comunità e va a rovistare proprio nei suoi nervi scoperti. Mima l’adesione ma pratica il rovesciamento, la sovversione del discorso. E in questo modo, oltre ad essere genialmente comici, i suoi spettacoli riescono persino a risultare scomodi, pure in un’epoca assuefatta a tutto come quella di odierna.

[da Quaderni di Scena n°5 – aprile 2012; anche su Paese Sera e Minimaetmoralia.it]

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