L’attualità di Brecht nei frammenti del Fatzer

È criminale chi svaligia una banca o chi la fonda? A riguardarla oggi dal punto di osservazione della crisi globale, delle speculazioni finanziarie e dell’indebitamento progressivo di cittadini e stati, questa celebre frase di Bertolt Brecht ritrova tutta la sua forza. C’è stata una fase della nostra storia recente in cui frasi come questa sono state riposte nella soffitta dei vecchi arnesi rivoluzionari spuntati e fuori uso, verso cui si prova un po’ di imbarazzo ma che si giustificano con lo spirito (tramontato) dei tempi. Difficile però credere che quell’imbarazzo lo provino oggi i cittadini della Grecia.
Sono molti i casi in cui parole del drammaturgo tedesco hanno assunto un valore profetico, ed è forse questo il motivo per cui oggi, nell’era della crisi globale che certo non è soltanto economica ma anche di pensiero, tanto teatro contemporaneo sceglie di tornare ai suoi testi. Lo fanno anche il regista romano Fabrizio Arcuri con la produzione del Teatro Stabile di Torino e il regista berlinese René Pollesch del teatro Volksbühne, in un progetto congiunto tra Berlino e Torino – la cui tappa italiana si è svolta dal 6 al 12 febbraio. Il progetto parte da un lavoro che Brecht lasciò incompiuto e che noi conosciamo (poco) attraverso l’assemblaggio che il drammaturgo Heiner Müller fece delle oltre 500 pagine di appunti, bozze di stesura, commenti e digressioni a cui Brecht lavorò tra il 1926 e il 1930 – dato alle stampe col titolo «La rovina dell’egoista Johann Fatzer». Un testo che Müller riteneva tra i più importanti del Novecento per potenza espressiva e radicalità di sperimentazione, e forse sono proprio questi aspetti così radicali ad aver impedito a Brecht di trovare una soluzione che gli permettesse di dare forma a un testo rappresentabile.

In «Fatzer Fragment» Arcuri – con un ensamble che oltre alla sua Accademia degli Artefatti coinvolge molti altri artisti – mette in scena alcuni frammenti più strutturati scegliendo di ancorare al presente la vicenda di Fatzer, soldato della prima guerra mondiale in fuga assieme ad altri commilitoni dalla macelleria voluta dalla borghesia per il proprio tornaconto. Tirando in ballo il pubblico Fatzer spiega che il mondo si divide in poveri – e qui sventola la bandiera italiana – e più poveri, sfruttati dai ricchi (una bandiera tripla A) e più ricchi (una bandiera Svizzera, che sta a simboleggiare il potere bancario). L’operazione è tutto meno che gratuita, perché le parole stesse di Brecht sembrano riferirsi alla perfezione ai nostri tempi, alle proteste che scuotono indifferentemente il mondo occidentale e democratico (dalla Genova del G8 a Occupy Wall Street dieci anni dopo) e i regimi autoritari (da piazza Tienammen alla Primavera Araba).
Forse perché la “semplificazione” che apre lo spettacolo oggi non è più tale in senso riduttivo, ma lo è nel senso di una lucida esemplificazione: il mondo si divide tra chi ha il potere e chi lo subisce. La cosa è discussa in modo quasi paradossale da due pompieri intenti a spengere l’incendio di una macchina saltata per aria (per davvero) a causa di uno dei tanti “riot” che agitano il mondo. Ma il fulcro del discorso è piuttosto pratico: si può rovesciare questo stadio di cose senza la violenza?
È questo il filo rosso che lega la vicenda di Fatzer e degli altri disertori che fonderanno una sorta di banda. Chi interessato soltanto alla “carne”, cioè al proprio immediato tornaconto; chi invoca l’azione a tutti i costi preferendo un nichilismo distruttivo all’ordine borghese (“sfasciare tutto come esperimento: un po’ di irrazionalità, per favore!”) e chi invece si pone il problema della violenza come generatore di altra violenza. Un dilemma che fa emergere una serie di contraddizioni dei teorici della rivolta, che si trovano ad esultare quando si acuiscono miseria e divario sociale, perché un clima di simile disagio è un buon terreno di coltura per la rivoluzione.
La realtà più prossima a Brecht era lo spartachismo e il dibattito che investiva la Repubblica di Weimar, dove la sinistra radicale accusava violentemente i socialdemocratici al potere di aver tradito gli ideali della classe operaia. Eppure questi stessi dilemmi, questi dibattiti che portano alla rottura violenta o al rifiuto della stessa, sembrano calzare perfettamente agli anni Settanta, gli anni della Raf in Germania (ma anche delle Brigate Rosse in Italia). Perché – e qui sta il punto di contatto col presente – il Fatzer è un’opera intrisa del senso di disperazione di chi si trova schiacciato tra uno stato di cose inaccettabile e la mancanza di una via d’uscita praticabile senza perdersi. Brecht scrive negli anni in cui l’Europa abbraccia il totalitarismo, con Mussolini in Italia, la svolta staliniana in Russia e l’imminente svolta nazista in Germania. Nella spirale in cui si avvita il gruppo di Fatzer, e nella successiva emarginazione di quest’ultimo che porta alla ribalta il cinismo di Koch, si avverte tutto il peso dell’impotenza di quegli anni, che si gettavano a capofitto in un vortice disastroso.
Arcuri sceglie di seguire questo aspetto che dialoga con il nostro presente, di rintracciarlo dove emerge, tra una situazione e l’altra, un personaggio e l’altro, oppure nelle digressioni di Brecht, senza preoccuparsi di ricostruire psicologie e ambientazioni di un testo che di fatto non esiste come tale. Lo stesso personaggio di Fatzer cambia in continuazione, interpretato da almeno tre attori diversi, coerentemente con quanto scrive da Arcuri nelle note di regia: “Fatzer non è un personaggio vero e proprio, ma un’identità che riunisce in sé molteplici funzioni”.

Grazie al coinvolgimento di due realtà piemotesi come i Marlene Kuntz (Luca Bercia e Davide Arneudo) alle musiche dal vivo e i Portage (Enrico Gaido e Alessandra Lappano), a cui sono affidati gli effetti “esplosivi”, lo spettacolo «Fatzer Fragment» assume un ritmo notevole nonostante le due ore e mezzo di durata. E la possibilità di spaziare in un universo drammaturgico esploso e poliforme, nel quale Arcuri si addentra con la consulenza di Milena Massalongo (traduttrice del testo) e Magdalena Barile, permette agli Artefatti di creare una messa in scena di grande respiro anche dal punto di vista visivo, nonostante la densità dei testi. Ne esce uno spettacolo di respiro internazionale come non se ne vedono spesso sui palchi nostrani, complice forse anche una scelta di complessità compiuta da Arcuri, che accanto agli stilemi ormai classici della recitazione artefattiana e del suo rapporto col pubblico, inserisce elementi inediti che cambiano il respiro da scena a scena (a differenza di quanto avveniva invece con un altro esperimento brechtiano degli Artefatti, gli «Oriazi e Curiazi»).
Oltre a Matteo Angius troviamo in scena Francesca Mazza, che sta ormai diventando un elemento iconico del teatro di Arcuri, riuscendo a operare una sintesi luminosa tra la sua bravura d’attrice e la recitazione estroflessa e sgonfia di retoriche attorali che è diventata la cifra degli Artefatti. E poi ancora uno stralunato Werner Waas, che presta il suo accento tedesco all’operazione, e dei convincenti Paolo Musio, Mariano Pirrello e Beppe Minelli. È grazie agli interni fatti di cubi mobili e girevole ideati da Gianni Murru, ai video di Lorenzo Letizia che sdoppiano le immagini e ingrandiscono i particolari, e alle luci di Diego Labonia e i costumi dell’aiutoregia Marta Montevecchi che la dimensione frammentaria di «Fatzer Fragment» trova una sintesi estetica in cui allestire il proprio percorso nell’universo esploso del testo di Brecht.

[da Paese Sera]

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