I rivoluzionari alla finestra. Celestini racconta il Risorgimento e non solo

Non era semplice confrontarsi a teatro con il Risorgimento proprio nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, gonfi di quella retorica a cui sembra impossibile rinunciare quando ci si mettono di mezzo le istituzioni. In molti ci si sono scontrati facendosi male. Ci sono riusciti autori fuori scala come Daniele Timpano con «Risorgimento pop» e indubbiamente anche Ascanio Celestini, che con il suo «pro patria», provocatoriamente minuscolo, conferma la sua grande abilità affabulatoria e – cosa non scontata nel contesto italiano – la qualità letteraria della sua scrittura teatrale, che attraverso centri concentrici che sembrano apparentemente tornare sulle stesse cose ti porta in realtà magicamente altrove.
Il monologo di Celestini è rivolto direttamente a Mazzini, padre della patria celebrato in tutte le città italiane da targhe, piazze, scuole a lui dedicate. Ma chi gli parla, però, non è un qualunque cittadino italiano, ma un carcerato come fu lo stesso Mazzini e tanti altri protagonisti del Risorgimento che noi ricordiamo come eroi. Carcerati e terroristi. Agli occhi dei poteri dell’epoca altro non erano Garibaldi, Pisacane, Mameli, Manara, i fratelli Bandiera e compagnia. Una e più generazioni perdute, azzerate dalla macchina repressiva del potere che poi, anni dopo, li avrebbe santificati una volta cambiato il vento. “I rivoluzionari finiscono al camposanto, in prigione o peggio ancora in parlamento”, dice con ironia il detenuto Celestini. Che ci ricorda ancora una volta come la storia sia sempre la storia dei vincitori: persino nella memoria è sempre il vinto ad avere la peggio, a vedere rovesciato e travisato il suo posto nella storia. Perché dei moti risorgimentali fatti per abbattere la monarchia, instaurare la repubblica e dare vita a uno stato più giusto, chi ne raccoglie i frutti alla fine è la monarchia Sabauda. E il Risorgimento si trasforma magicamente ne l’Unità.
Ma non c’è solo la retorica di chi fa la storia a colpi di toponomastica nel discorso di Celestini. Perché di discorso si tratta: il carcerato che porta in scena, che ha la semi infermità mentale e si rivolge direttamente a Mazzini (che ovviamente non gli risponde), sta scrivendo un discorso. Un invettiva per colmare il vuoto di quanto non è riuscito a dire al giudice che lo ha condannato. Il discorso della controvertigine, lo chiama. Che è quella spinta verso il vuoto che prende chi si affaccia alla finestra – della storia o della vita – e viene colto da vertigine. La controvertigine ti spinge a saltare. E magari così a farla finita con un sistema carcerario che vede nella privazione della libertà, del movimento, delle relazioni con l’esterno, della sessualità, l’unico strumento della giustizia di un paese civile. Un sistema carcerario che, oggi, non nell’Ottocento, vanta il triste primato dei suicidi in carcere dell’intera Europa politica, ed è seconda alla sola Serbia per quanto riguarda quella geografica. Un sistema che imprigiona per il 70 per cento immigrati e tossicodipendenti, che nelle carceri – sovraffollate – non ci dovrebbe stare. E che ha un suo lessico triste quanto immaginifico – che Celestini snocciola vertiginosamente – come immaginifica, a modo suo, e triste, è l’ironia della burocrazia carceraria, dove il “fine pena mai”, l’ergastolo, è riportato nella scheda del detenuto con una data immaginaria e impossibile: il giorno 99 del mese 99 dell’anno 9999.
Celestini ragiona sulle carceri di oggi a partire dal Risorgimento, che è una storia di galere ed esecuzioni. Ma è anche una storia di insurrezioni e, ribaltando la prospettiva, di terrorismi. Atti di “terrorismo” sono stati quelli di Felice Orsini contro Napoleone Terzo, e allo stesso modo veniva definita la spedizione di Garibaldi quando giunge in Aspromonte e si teme che non voglia ricongiungersi ai Savoia. E così il carcerato racconta a Mazzini la sua teoria dei tre Risorgimenti che ha avuto l’Italia, che sono altrettante rivoluzioni sconfitte: quello dell’Ottocento, quello della lotta partigiana, quello degli anni di piombo. Già – e qui sta la parte più controversa e fuori dal coro del lavoro di Celestini – perché il carcerato che pronuncia il discorso è dentro per fatti legati agli anni del movimento e della lotta armata. Così, nella carrellata di “generosi eroi” del Risorgimento – e soprattutto della Repubblica Romana, che è forse il momento di vero riscatto rivoluzionario di quella stagione – Celestini tira dentro un pezzo di storia recente che per noi è ancora impronunciabile. Ma non c’è un intento assolutorio o celebrativo di quegli anni, che anzi appaiono malconci e sgangherati proprio come i rivoluzionari risorgimentali, per quanto il personaggio quella scelta l’abbia fatta e la rivendichi. Piuttosto in questo modo Cestini mette in evidenza un antico ma attualissimo vizio di forma del nostro lessico politico, che attraverso il termine “terrorismo” cerca di creare una zona d’ombra del pensiero, un luogo dove esiliare gli espulsi dalla storia, dal dibattito pubblico, dalla polis stessa. E infatti non è senza frizione che ascoltiamo questo parallelismo. Cosa hanno a che fare le P38 con la Repubblica Romana, dove come ricorda Mazzini “governammo senza carceri” e lo spirito di fondo era così umanista che i francesi catturati venivano sfamati e liberati? Forse nulla, a parte il fatto che come ricorda Celestini-carcerato “la rivoluzione si fa a vent’anni”. Dopo si diventa quei padri che l’hanno tradita. Eppure non si può negare che quelli che oggi chiameremmo atti di terrorismo (e così li chiamavano all’epoca, come in seguito fecero i fascisti rispetto ai partigiani) siano inscritti nell’atto di nascita della nostra democratica nazione – cosa che si riscontra anche nella biografia di altre nazioni occidentali. E allora, invece di perdere tempo in questioni di lana caprina su quando un atto violento è giustificato dalla storia e quando no, occorre piuttosto investire tempo a cercare di capire. Capire le biografie, i sentimenti, per comprenderne le cause. Non ricacciarli nella zona d’ombra del linguaggio e della storia. Perché, come ricorda Wittgenstein, citato a piene mani dal Celestini-carcerato, il mondo non sono le cose cha abbiamo attorno, ma la somma di tutto ciò che accade. E quella somma comprende, non in modo marginale ma strutturale, anche ciò di cui non vogliamo parlare. Il terrorismo, il carcere. Che se esiste, anche se noi lo spingiamo lontano dal nostro campo visivo, “è” il mondo. E allora, conclude Celestini, è la libertà che non esiste: esistono solo diversi tipi di prigioni, e tra di esse solo ore d’aria.

[da Paese Sera]

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