Castellucci, la pietas e la censura

[Immaginario malato – n°10] Stasera debutta al Teatro Franco Parenti di Milano lo spettacolo “blasfemo” di Romeo Castellucci, «Sul concetto di volto nel figlio di Dio», oggetto nelle sue repliche parigine della protesta di cristiani oltranzisti, che ne hanno fisicamente bloccato le repliche, e delle conseguenti proteste a traino di una fetta di mondo cattolico italiano. Una fetta importante, perché spalleggiata dalla presa di posizione della segreteria vaticana.
La solidarietà a Castellucci e al suo lavoro d’artista, per fortuna, si è levata prontamente dal mondo del teatro (grazie ad un appello lanciato da Attilio Scarpellini, Massimo Marino e Oliviero Ponte di Pino) a cui si sono aggiunti tanti nomi della cultura tout court. Che ci sia stata questa stretta attorno a Castellucci è non solo doveroso, ma anche salutare. Perché se da un lato questa storia attorno allo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio sembra assurda, anacronistica e del tutto fuori fuoco rispetto a quanto davvero accade in scena, dall’altro essa nasconde un serio problema che presumibilmente ci investirà in pieno negli anni a venire.

Personalmente ho visto e recensito lo spettacolo di Castellucci già nel 2010 (leggi qui). Già questo dato temporale lascia piuttosto interdetti: perché il Vaticano, che lo spettacolo ce l’ha avuto sotto casa, si indigna soltanto a inizio 2012, quando la pièce approda a Milano? Indubbiamente si tratta di versioni differenti (come rilevato da uno scambio di commenti con il sito di ispirazione cristiana Vietatoparlare.it). La pietra dello scandalo sarebbe la scena del lancio di oggetti all’indirizzo del volto del Cristo Salvador Mundi dipinto da Antonello da Messina, che fa da sfondo allo spettacolo. Una scena che in Italia non è stata inserita, e che ho avuto modo di visionare solo di recente in video. Ma che non è certo in grado di cambiare la sostanza di uno spettacolo che è tutt’altro che blasfemo.
E qui sta il secondo punto “fuori fuoco” della vicenda. Con chiunque mi sia capitato di parlare dello spettacolo di Castellucci, al netto dei gusti dei singoli, c’è sempre stata unanimità sul fatto che si tratti di un lavoro fortemente legato alla pietas cristiana. Che tutto, meno che il forte riferimento alle scritture, sia travisabile. L’immagine di un padre malato e incontinente accudito dal figlio, che si scontra anche col proprio senso di schifo verso la decadenza umana, è tutto fuorché male interpretabile. Allora perché questo polverone, arrivato fino al gesto inaccettabile delle minacce ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Franco Parenti, che hanno per sfondo più la sua origine ebraica che le sue scelte artistiche?
Tempi e modi del dibattito, dunque, rendono palese che la questione si è spostata altrove, fuori dalle assi del palcoscenico (se lì c’è mai davvero stata). E lasciano pensare che, vista l’eco avuta dall’azione di Parigi, le repliche di Milano si siano trasformate in un’occasione. Per cosa? Per tornare a battere il tasto dell’identità cristiana dell’Europa, anche a costo di supportare il gesto di qualche ragazzetto esagitato d’ispirazione fascistoide.

Dico questo perché a muoversi in Italia non sono stati degli esaltati, ma il mondo cattolico milanese e persino il Vaticano. Dando il via ad una ridda di interventi di vario spessore ma di comune intento: fare fuoco sul lavoro di Castellucci e trasformare questa presa di posizione in un gesto esemplare. Ne cito solo due, forse agli antipodi. Il primo è un lungo saggio – dal piglio un po’ pittoresco – riportato su Vincenzoaltieri.it, dove le recensioni allo spettacolo fatte da diversi critici nazionali (tra cui chi scrive) vengono passate al setaccio, smontate, e gli estratti criticati o travisati a piacere per supportare una visione piuttosto ideologica di quanto realizzato da Castellucci. Il secondo è un articolo a firma di Antonello Cannarozzo apparso sul blog di Rai Vaticano in data 4 gennaio – e il fatto che stiamo parlando di servizio pubblico e di una data ben precedente alla polemica di Milano e alle pressioni nei confronti di Shammah è un particolare eloquente.
Cannarozzo, che scusa e in pratica difende i disturbatori di Parigi, che “non hanno certo i mezzi finanziari per difendersi dalle tante cause intentate per la loro azione”, mette bene a fuoco qual è l’oggetto del contendere. “Non vogliamo neanche pensare a che cosa sarebbe successo se, al posto del Volto di Cristo, ci fosse stato un simbolo islamico o ebraico, oppure il volto di un omosessuale”, scrive. Come dire, poiché altre religioni (e altre identità) reagiscono in maniera muscolare, perché noi non dovremmo fare altrettanto?
A questa visione si contrappone, per fortuna, anche quella di un’altra parte di mondo cattolico, tanto di destra che di sinistra, che non ha taciuto la sua solidarietà a Castellucci e che ritiene che l’affermazione della propria identità non abbia un valore così assoluto da poter calpestare agevolmente il diritto altrui alla libera espressione. E che forse considera il grado di libertà e pluralismo a cui certe società di origine cristiana sono arrivate non un segnale di decadenza, ma una concreta ricchezza, figlia della tolleranza e della bontà di spirito.

[da Paese Sera]

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