Il Corriere, l’equità ed Equitalia

[Immaginario malato n°9] – Il Corriere della Sera, da giornale moderato qual è, prendeva ieri le posizioni di Equitalia, la società di riscossione crediti oggetto negli ultimi mesi di una serie di atti intimidatori. L’articolo, a firma di Dario Di Vico, aveva il chiaro intento di controbilanciare la presa di posizione di Beppe Grillo, convinto del fatto che – anche se con mezzo sbagliati – ci sono delle ragioni oggettive dietro il diffuso malcontento verso Equitalia (le cui “cartelle pazze”, in altri tempi, sono state oggetto di critica anche da parte dei media moderati).
Che lo siano o no le ragioni, di oggettivo c’è sicuramente la diffusa rabbia verso i modi di procedere di Equitalia, dimostrata anche dalla valanga di commenti che contestavano la ricostruzione di Di Vico. Ma cosa diceva, esattamente? Il giornalista lamentava il silenzio dei politici – forse per non inimicarsi gli elettori su un nervo così scoperto – rispetto a quella che egli definisce come una vera e propria “campagna terroristica”. Ribadiva per altro che Equitalia non è una agenzia privata, ma è controllata da Inps e Agenzia delle Entrate, ed è dunque a tutti gli effetti “un pezzo di Repubblica italiana”. E sottolineava che, in tempi di crisi, bisogna scagliarsi contro l’evasione, che è esattamente quanto fa Equitalia.
Non voglio contestare la posizione di Di Vico: è così esplicita che ognuno può farlo o non farlo da sé. Voglio però sottolineare – obiettivo di questa rubrica – l’uso di certe retoriche a scapito di altre da parte del Corriere. In primis, l’evasione: la crisi che attraversiamo è riuscita, forse per la prima volta in un paese restio a pagare le tasse, a sollevare una grande indignazione morale contro gli evasori. Un risultato non da poco, che si spera cominci ad entrare nel patrimonio morale degli italiani. Di Vico allora invoca questa rinnovata coscienza per dire: lasciate che lo Stato faccia il suo lavoro. In questa affermazione, però, ci sono almeno due cose che non tornano, volutamente sottaciute.
Primo: non è lo Stato a fare il suo lavoro, perché si è dimostrato inefficace, ma un’agenzia che sarà anche di proprietà pubblica, ma agisce secondo criteri di diritto privato, e soprattutto impone tempistiche – ad esempio per le multe – che contraddicono i tempi di ricorso sanciti dalla legge.
Secondo: Equitalia avrà anche l’onere di riscuotere tributi non pagati, ma uno dei motivi principali per cui suscita ostilità è il recupero crediti di bollette e multe, che ha per obiettivo non tanto chi evade le tasse, quanto il cittadino medio oggetto di un prelievo continuo diffuso che si aggiunge a quello fiscale. L’abitudine di fare cassa in questo modo, da parte degli enti locali, si sta esasperando con l’inasprirsi della crisi.
È vero, esistono imprese e soggetti vari che, scientificamente, non pagano bollette e multe per poi sparire nel nulla. L’Italia è fatta anche di questo tipo di realtà. Ma il sistema di riscossione è in grado di distinguere tra chi froda e chi è in errore o in difficoltà economiche? Così non sembra. E si tratta di un discrimine importante, che è alla base della grande ostilità con cui viene accolta l’attività di riscossione di Equitalia. Perché – e il gioco di parole non è casuale – la mancata distinzione tra l’indigente, chi è in errore, e il truffatore mette in evidenza una mancanza di equità del sistema.
A dimostrarlo è proprio il Corriere, che nello stesso giorno dell’articolo di Di Vico pubblica un pezzo che racconta del suicidio di un 74enne pensionato di Bari. L’uomo viveva con la pensione sociale di 450 euro, più circa altri 200 euro ricavati dai contributi versati all’estero. La causa del suicidio, a quanto sembra, è una lettera con cui l’Inps chiedeva indietro 5.000 euro al pensionato, corrisposti per sbaglio in questi anni a causa di errori nel conteggio.
Ora, a scanso di equivoci, è bene sottolineare che la vicenda di Equitalia e quella del pensionato di Bari non c’entrano niente l’una con l’altra. Anche se entrambe – come ci ricorda Di Vico, che pure sostiene che certi aspetti del sistema riscossione vadano cambiati – sono pezzi di Repubblica Italiana che cerca di far tornare i propri martoriati conti. Accostare queste due storie, allora, può forse ricordarci che in uno Stato di diritto l’equità non dovrebbe essere appannaggio esclusivo della matematica.

[da Paese Sera]

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