Blackbird e il dramma che è dietro il linguaggio. Massimo Popolizio porta in scena David Harrower

«Blackbird» di David Harrower, di recente in scena al Teatro India di Roma per la regia di Lluís Pasqual, rappresenta un caso emblematico delle potenzialità e dei limiti del teatro italiano. Il testo del drammaturgo scozzese ha raccolto un grande successo in patria, giustamente. La storia di un uomo e di una donna che si rincontrano quindici anni dopo aver avuto una folle relazione quando lui aveva quarant’anni e lei appena dodici non è trattata da Harrower semplicemente come una storia scabrosa. La sua è una ricognizione sul linguaggio, che nel dipanarsi della vicenda ripercorsa dai due protagonisti – che ricorda uno dei capitoli più intensi della «Lolita» di Nabokov senza pagare al libro alcun tributo ingombrante – ci porta da una scala di valori all’altra senza che ce ne accorgiamo, mostrando le contraddizioni di ognuna di esse. Si trattava di un vero rapporto d’amore o era una passione malsana? Ray era un pedofilo non consapevole di esserlo oppure era stato provocato insistentemente da Una, dodicenne precoce che intellettualmente dimostrava più della sua età? E la ragazzina che appare sul finale, figlia della nuova compagna di Ray, è la prova della sua innocenza o della sua colpevolezza? Harrower costruisce un vortice di sensazioni che non è fine a se stesso, ma è in grado di svelare le complessità non solo di un rapporto tanto scottante, ma anche delle versioni a posteriori ne vengono date. L’infrazione di questo tabù contemporaneo, la condizione infamante che ne scaturisce tanto per Ray quanto per Una, sono oggetto di una continua contrattazione di verità: verità psicologiche, verità sociali, verità processuali e verità intime.
Nella messa in scena prodotta dal Piccolo di Milano troviamo un Massimo Popolizio che dà prova della sua grande tecnica d’attore, accompagnato da Anna Della Rosa, premio Duse di quest’anno come miglior attrice emergente, che nell’interpretazione di Una dimostra una vitalità e un’intelligenza attorali davvero rari nel panorama odierno. Eppure, lo spettacolo si incanala inesorabile verso una recitazione debordante, estroflessa, “all’italiana”, tesa a marcare una drammaticità che invece quasi per dispetto tende a svanire, proprio sul più bello, come neve al sole. Sarà che un testo tanto affilato ha bisogno di minore intensità per emergere nella sua durezza, o che lo scarto semantico di «Blackbird» non sta tanto nel dramma pronunciato, quanto nelle ombre che i suoi protagonisti non pronunciano? Fatto sta che si esce dall’India con la sensazione di aver visto dei grandi attori e aver sentito un gran testo, ma non necessariamente a servizio della medesima idea di spettacolo.

[da Paese Sera]

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1 commento su “Blackbird e il dramma che è dietro il linguaggio. Massimo Popolizio porta in scena David Harrower”

  1. bel pezzo!
    interessante il ragionamento finale. sono piuttosto d’accordo con te.
    devo dire che la traduzione ha fatto un bel lavoro. ma è giusto quello che dici: due ottime performance (io ho comunque preferito Popolizio) rischiano di annullarsi a vicenda o comunque di spostare l’attenzione, che dovrebbe essere altrove. Comunque ho apprezzato la regia dei personaggi, o comunque la scelta di lavorare (anche) sul corpo. Popolizio trova cose più originali di Della Rosa. In generale non mi sono annoiato. Il che è tutto dire, no? :)

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