Quattro vertigini newyorkesi. Un reportage emozionale su Manhattan

Sono stato a New York tra natale e capodanno, l’ultima settimana del 2010. Era la prima volta che visitavo la città. Ero con la mia compagna, senza conoscere nessuno, e perciò ci siamo abbandonati alle classiche attività da turisti: musei, negozi, parchi, passeggiate. Con l’inconveniente, da me piuttosto apprezzato, di una tempesta di neve come non se ne vedevano da anni, che è riuscita persino a bloccare tutti gli aeroporti per circa due giorni e mezzo. La prima serata di tormenta ha trasformato in una piccola avventura ritornare a casa dal pub distante appena due isolati: la neve aveva coperto quasi per intero le macchine parcheggiate, quella depositata superava abbondantemente il metro e continuava a caderne con violenza, portata da un vento gelido e sferzante. La mattina dopo, quello che mi ha colpito è stata la diligenza con cui i newyorkesi spalavano l’accesso alle case, scavando percorsi sui marciapiedi, prima ancora dell’intervento del Comune – per altro velocissimo – per rendere di nuovo agibili le strade.
A parte la neve, tuttavia, di questa visita nella Grande Mela non posso che raccontare esperienze e luoghi che chi c’è stato conosce a memoria, e probabilmente anche chi non c’è stato. Ma New York, come tutte le grandi metropoli, regala delle vertigini che sanno parlare della città in modo fulmineo e profondo. Vertigini come metafore, come concentrati di senso. Il bello di queste metafore vertiginose è che, anche se si riferiscono a qualcosa di universalmente noto, restano esperienze profondamente individuali. Per questo ho deciso di raccontare le mie personali vertigini, nella convinzione che sia il racconto più vero che io – che a New York ho soggiornato così poco – sia in grado di fare. Sperando, allo stesso tempo, che questa verità così parziale possa mettermi al riparo dalla futilità che coglie nello scrivere di luoghi tanto conosciuti senza una vera occasione per farlo.

La merce

Lungo la Fifth Avenue si rincorrono le marche più apprezzate e prestigiose del mondo. Informatica, elettronica ma soprattutto abbigliamento. La via commerciale più famosa di Manhattan e forse del mondo è una sorta di luna park dello shopping dove ogni anno milioni di persone vengono in pellegrinaggio da ogni dove, il che spiega come mai l’affitto di uno “store” in questa arteria del midtown sia tra i più alti del pianeta. Avere delle vetrine dove esporre la propria merce e un ingresso dove affiggere il proprio marchio significa incassi certi e milioni di persone che memorizzano il tuo logo. Fin qui nulla di nuovo.
Eppure, tra le schiere di negozi che si stagliano lungo la strada fashion di New York, ce n’è uno che pur possedendo tre piani di vetrine ad angolo, le ha completamente oscurate con dei pannelli di legno. Non è possibile vedere all’interno di questo negozio, capire cosa ci sia dentro che ci attende, ammirare la sua merce esposta, e persino l’insegna – pure vergata in caratteri dorati – è incassata nel vano della porta d’ingresso e non è particolarmente appariscente. Si tratta di “Ambercrombie & Fitch”, linea di abbigliamento definita “causal di lusso” e promotrice di una strategia di marketing piuttosto particolare.
La gente per entrare deve fare la coda, lunghissima, e separata dal resto del marciapiede con un cordone. Come se stesse per entrare in discoteca. In un luogo esclusivo. Si attende anche per mezz’ora, o per più di un’ora durante i periodi caldi dello shopping. Una volta all’ingresso, i buttafuori in giacca, cravatta e auricolare fanno entrare le persone alla spicciolata, un po’ per volta, tenendo rigorosamente il conto di chi esce. Varcata la soglia si viene accolti da due commessi, solitamente un ragazzo e una ragazza, che sorridendo ti danno un caloroso benvenuto.
Se – come chi scrive – fate l’esperienza di questo strano rituale di passaggio d’inverno, magari con la neve che ricopre New York, lo choc sarà ancora più grande che nel resto dell’anno. Perché all’interno i commessi – tutti giovanissimi e bellissimi – sono in tenuta da spiaggia: camicia aperta, infradito e pantaloncini i ragazzi; camicia a quadri annodata sul seno, shorts e naturalmente infradito le ragazze. D’altronde la temperatura interna lo permette, e le palme e le foto di onde e surf fanno pensare alla west coast nei momenti più caldi. Ma l’atmosfera è tutt’altra, a partire dalla luce. Tutto è buio, la musica altissima. Come in discoteca, appunto. Una discoteca a tema, per i fanatici del surf, mentre scaffali e pareti di legno scuro fanno pensare a una villa di lusso. E mentre tutti sono affaccendati – non a ballare, ma a rovistare nei ripiani in cerca di qualcosa della propria misura, prima che finisca – l’aria si riempie ad intervalli di profumo: il profumo Abercrombie, rigorosamente in vendita alla cassa.
L’idea che c’è dietro una simile strategia di marketing è chiara: vendiamo un prodotto esclusivo, dovete fare la fila per comprarlo, come per entrare in un club. Di più. Vendiamo un’esperienza, l’esperienza di fare shopping da noi. E se pure i commessi non sono granché informati sui capi d’abbigliamento – sono giovani presumibilmente di primo impiego, scelti più che altro per l’aspetto fisico – non importa: i ragazzi e le ragazze sono parte dell’esperienza, sono comparse del film immersivo in cui sei entrato. Un film dove però il protagonista non sei tu, ma – come è ovvio – la merce. L’allestimento della merce ha infatti molto a che vedere col teatro, o almeno con l’illuminotecnica teatrale. Ogni pila di felpe, magliette, pantaloni esposti o riposta nei ripiani, è illuminata da uno spot, un piccolo sagomatore molto potente – con tanto di bandiere a concentrare la luce, come fari teatrali in miniatura – che fa affiorare la merce dal buio. Sì, perché conservare il buio che serve a mantenere l’atmosfera da night club, ma la merce deve essere ben visibile. E questo sistema, inoltre, conferisce a felpe e giacconi un’aura fantasmagorica: glows in the dark – brilla nel buio. Ancora più desiderabile, illuminata dai riflettori, unica vera star.

La memoria dei palazzi

La prima cosa che mi ha colpito di New York è che non ci sono piazze. Certo, ci sono cose simili come Union Square, ma non è la stessa cosa. Per chi viene dall’Europa delle città medievali, la cui idea di fondo influenza tutt’ora gli urbanisti, la piazza è il centro delle attività di una comunità. La piazza centrale, con il Comune, il Duomo e il Campanile. Ma anche le sue innumerevoli varianti periferiche, con parchi giochi, panchine, bar di modesta entità. Anche nel quartiere periferico è la piazza il cuore pulsante del vivere sociale, da cui si diramano strade e flussi umani. In piazza ci si ritrova, ci si dà appuntamento. In piazza si sosta.
Non è che a New York tutte queste funzioni manchino: ogni tot di isolati, al posto di un palazzo si trova un prato recintato, col parco giochi per i bambini. E Central Park è uno dei parchi urbani più grandi al mondo. Le persone si fermano a discutere, ma generalmente si incontrano nei bar e nei bistrot, che hanno anche tavolini su strada – non in piazza, ma lungo le lunghe strade di New York. Cosa cambia allora? La prospettiva. La sosta è comunque ancorata alla verticalità delle strade, che richiama il movimento, lo scorrere delle cose e delle persone. Non è mai veramente una stasi.
E perché dovrebbe? A ben guardare è l’architettura stessa di New York a rivelare la sua vocazione mercantile – quella vocazione così universalmente nota che anche solo evocarla è già banale. Ma reale. Perché molti dei palazzi di New York sono stati concepiti come dei magazzini per le merci. Alcuni sono stati costruiti proprio per quello. Altri vi si sono ispirati. Loft e gallerie nascono in ambienti concepiti un tempo per stoccare le merci. Perché questo era New York: un grande, gigantesco porto, in una posizione strategica, su un’isola di fronte la terraferma, dove le merci approdavano, si stoccavano, si vendevano, ripartivano.
Se è vero che Manhattan è il centro del capitalismo mondiale – o almeno occidentale – e ne porta i segni, allora più che nel fasto dei negozi mi piace vedere tali segni in questa peculiarità tutta newyorkese, nella storia dei palazzi che la compongono. Provo così, camminando lungo l’Hudson, a comporre una teoria strampalata, ma non necessariamente del tutto. Come si dice che gli elementi, ad esempio l’acqua, hanno la “memoria” delle sollecitazioni cui vengono sottoposti, allo stesso modo i palazzi hanno la memoria della loro vocazione mercantile. E potrebbero, lentamente ma costantemente, rilasciare questa memoria attorno a loro, emettendola dalle pareti fino a saturare gli ambienti interni, e invadere abbondantemente quelli esterni.
Non si tratterebbe soltanto di quella memoria edilizia, che stili e funzioni dei palazzi depositano sugli strati delle ere precedenti della città, per essere a loro volta sommerse dalle ere successive. Si tratterebbe piuttosto di qualcosa di meno visibile ma più palpabile, che entra in risonanza con l’animo della gente. E pian piano lo abita.

Dejà vu

La memoria, per altro, a New York gioca un ruolo particolare. Perché anche chi viene qui per la prima volta ha la sensazione di esserci già stato. Come se stesse in realtà tornando in un luogo conosciuto. Un effetto che forse solo New York sa regalare in modo così consistente, perché è la città più filmata del mondo. Le sue strade, i suoi palazzi, i suoi luoghi caratteristici hanno fatto da sfondo a migliaia e migliaia di film che abbiamo cominciato a vedere da ragazzini e che ancora vediamo, al cinema, in tv o scaricandoli da internet. New York cambia, e la sua immagine cambia con lei. I film, sfornati sempre nuovi e in sempre maggior numero, ci restituiscono di volta in volta la versione più contemporanea, quella più fedele e odierna. Come quando, dopo l’11 settembre, la cinematografia si è subito interrogata su come restituire il vuoto delle Torri, regalandoci bei film come la «25esima ora» di Spike Lee.
Solo New York può vantare una narrazione così ricca e costante, una narrazione per immagini che non ha bisogno della mediazione di chi la racconta, che si disvela nuda allo sguardo (o apparentemente tale), si imprime sotto pelle, anche senza bisogno che le prestiamo attenzione. È lì, tutto attorno a noi, e noi la stiamo vivendo, respirando, camminando, abitando. Siamo noi, a quel punto, anche se solo nella nostra testa, la narrazione vivente di New York.

New York è vecchia

New York è vecchia. Comunica modernità, ma si tratta della modernità degli inizi del XX secolo. Molti palazzi sono vecchi e non in perfetto stato di conservazione. E lo stesso vale per i negozi. Accanto ai ristoranti alla moda non è difficile imbattersi in posti che conservano il loro arredamento anni Cinquanta, quello visto in tanti film, quando tutta l’Europa era in ginocchio a causa di sei anni di guerra mondiale e solo l’America sembrava potesse sfoggiare il lusso di credere nel futuro. Non si tratta di ricostruzioni, ma di arredamenti d’epoca, con tutto il bagaglio di invecchiamento, di sporcizia, di usura.
La patina del tempo, dell’utilizzo, della vita vissuta si è posata anche sui grattacieli di New York. Quando la gente arrivava qui nei primi anni del Novecento la vertigine verticale di Manhattan doveva essere qualcosa di unico al mondo. Oggi, una qualunque megalopoli asiatica può offrire architetture ancora più ardite. Questo però non toglie fascino alla città, semmai gliene regala. La sua volontà di potenza non è più puramente dimostrativa e scenografica: il tempo le ha dato consistenza, la storia le ha dato un’identità. Un carattere che ora è autonomo dalle idee, dalle biografie e dalle speranze di chi lo ha forgiato, ma che non può non trattenere queste stesse idee, speranze e biografie tra le mura che costeggiano le Avenue senza fine che tagliano l’isola da nord a sud.

[da Frigidaire n°239 – dicembre 2011]

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