Fino alla fine del mondo. Melancholia e L’ultimo terrestre

Cosa accomuna l’ultimo film di Lars Von Trier, “Melancholia”, e l’esordio di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, “L’ultimo terrestre”? Forse poco. Il film del maestro danese racconta dello scontro tra il pianeta Terra e Melancholia, pianeta ramingo per lo spazio; un affresco allucinato e pittorico, in grado di raccontare lo sgomento e l’angoscia profonda che, secondo Von Trier, è il sottofondo ineludibile dell’esistenza umana. Gipi invece ritrae una provincia incattivita, così instupidita e ombelicale da non reagire più di tanto alla notizia dell’arrivo degli alieni. Un’umanità inferocita, per quanto dolente. L’esatto contrario di quanto avviene nella prima parte di “Melancholia”, dove il matrimonio alto borghese di Justine – con un banchetto stile “Festen” – è il teatro in cui i commensali sfoggiano sorrisi e discorsi vibranti di grande intensità, per poi scambiarsi bassezze e insulti una volta calata la maschera dell’etichetta.
Eppure, anche se i mondi e i linguaggi sono molto diversi tra loro, le due pellicole hanno un modo comune di sentire lo spirito del tempo. C’è l’apocalisse di fondo, sia essa realmente catastrofica oppure intesa come sconvolgimento senza ritorno dell’esistente così come lo conosciamo (“apocalisse” vuol dire rivelazione). Ma c’è soprattutto il modo di viverla, questa apocalisse: scostante, con un senso d’oppressione che non esce fuori ma preferisce implodere. Ciò che colpisce, in “Melancholia” come ne “L’ultimo terrestre”, è che l’irrompere dell’impensabile e dell’irreparabile non distoglie più di tanto gli uomini dalle loro vuote e quotidiane preoccupazioni. Non c’è fantasia, come non c’è un dramma visibile all’esterno. L’affettività, nel bene come nel male, non è più pronunciabile, non la si può più prendere sul serio. Diventa subito retorica vuota e stereotipata, come il desiderio di Claire, sorella di Justine, di aspettare la fine bevendo vino rosso e ascoltando musica classica; o come il disperato bisogno – subito ringoiato – di Luca, protagonista de “L’ultimo terrestre”, di comunicare i propri sentimenti alla donna della casa di fronte.
L’affettività non si può pronunciare, i sentimenti non si possono incarnare. Pena l’inadeguatezza e la derisione. E, di conseguenza, il dramma non può esserci. Può essere vissuto solo come cataclisma interiore senza possibilità di sbocco. Quel cataclisma che si intravede negli occhi spiritati di Luca, personaggio altrimenti ordinario e dalla vita monotona, e nell’angoscia un po’ folle di Justine, che assorbe talmente la sua mente da spossarle irrimediabilmente anche il fisico e farla piombare in una sorta di apatica letargia. Entrambi i loro mondi, per quanto distanti, sembrano compromessi da questa menzogna che pretende invece di essere il meccanismo che regge le relazioni tra gli uomini: ma se nella provincia toscana di Gipi l’unica reazione possibile è lo straniamento di Luca, che finisce per essere un emarginato, uno “strano”; la depressione da cui è afflitta Justine sembra avere dei risvolti sciamanici ed essere dunque in grado – assai meglio della razionalità di Claire e del marito – di comprendere l’assetto imprevisto su cui il mondo sembre essersi risintonizzato. La parte oscura e ingestibile di noi stessi è l’unica a saper leggere la verità che sta al fondo del presente.
È significativo che, anche fuori dal cinema, molti artisti stiano riflettendo su questo punto, sia pure con presupposti differenti. In teatro molte recenti produzioni hanno per tema la fine: «The End» di Babilonia Teatri, il Dittico sulla specie di Teatro Sotterraneo, gli Studi per un teatro apocalittico dei Santasangre. Mentre altri, come la Trilogia dell’inesistente di Quotidiana.com, la evocano indirettamente nei presupposti e nella scarna scenografia post-atomica. Non sempre l’apocalisse è una catastrofe impensabile e futuribile. Più spesso l’apocalisse è ora, è la fine dei rapporti umani.

[da Quaderni del Teatro di Roma n°2 – dicembre 2011]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...