Informazione e rappresentazione. Il teatrino della politica

[Immaginario malato n°8] – Il 24 novembre Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, registrava con soddisfazione come la linea del Governo Monti di non mandare i ministri nei talk show per “essere più presenti a lavoro” abbia di fatto costretto i programmi di approfondimento politico a cambiare registro. Due giorni più tardi sul programma di Rai 3 Tv Talk si discuteva (in testa il giornalista Fulvio Abbate) sul presunto effetto “depressivo” di questa scelta, aggravata dal fatto che le facce da burocrati dei nuovo esecutivo avrebbero uno scarso appeal rispetto alle maschere da commedia dell’arte del governo Berlusconi, magari inconcludente sul piano pratico ma con grande senso dei tempi tv e – rissoso e chiacchierato com’era – in grado di dare in pasto ai conduttori molta carne da cuocere al fuoco della mediaticità.
Per quanto fatte con una certa ironia, queste considerazioni hanno il potere di rendere esplicito in via definitiva il tratto saliente di questi tempi: la progressiva sovrapposizione e identificazione tra il dibattito politico e la sua rappresentazione mediatica, sancita dall’epoca berlusconiana oggi al tramonto. La decisione di Mario Monti ha spiazzato perché, forse ripescando un aplomb da vecchia politica, ci ha ricordato di colpo che il compito di chi governa non è rappresentare se stesso e le proprie scelte, ma compiere quelle scelte e applicarle. Apparentemente sembrerebbe un passo indietro rispetto all’assenza di mediazione tra politici e pubblico che si è venuta definendo negli ultimi due decenni: oggi il politico è un volto noto, al pari di un attore televisivo. Ma cosa ha prodotto questa presunta vicinanza? Personalismo, rissosità e toni sempre più alti per stare al passo con le regole della visibilità in tv, e più in generale un chiacchiericcio politico che con l’approfondimento ha davvero poco a che fare. E difatti, per quanto le occasioni di approfondimento si moltiplichino, la sensazione generale è che tutti quanti si capisca sempre meno.
Il nostro immaginario, rispetto alla politica, è così mutato che ci sorprende che possa esistere un atteggiamento differente, che si sottrae alla vetrina mediatica per recuperare se stessi e il proprio tempo – speriamo, sarà da verificare – allo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali. Nel corso degli anni l’espressione “teatrino della politica” ha ampliato notevolmente il suo significato: se un tempo indicava una serie di azioni e reazioni codificate del dibattito tra politici, magari pleonastiche ma che derivavano da ciò che la politica, per prassi, era obbligata a fare; oggi invece indica il luogo stesso in cui il dibattito politico si dispiega, “teatralmente” nel senso deteriore del termine, e per intero lì si risolve, senza più alcuna traduzione pratica di quanto inscenato nella realtà. La progressiva erosione delle competenze legislative delle assemblee parlamentari, che da tempo non fanno altro che ratificare i decreti legislativi e le decisioni dei capigruppo, ne sono un sintomo evidente. Non è un caso: i tempi del dibattito parlamentare sono tutto meno che televisivi. Questo, però, non vuol dire che i grandi interessi della nazione che una volta si discutevano lì dentro non vengano più discussi, il che sarebbe impossibile: molto più probabilmente, essi vengono discussi altrove.
Il teorema dell’assenza di mediazione tra politici e pubblico si è rivelato un’illusione. Forse perché se sostituiamo, come sarebbe più consono, la parola “pubblico” con “cittadinanza” le cose cambiano di molto e diversi nodi vengono al pettine. Ma anche perché quella “mediazione” di cui ci siamo disfatti con tanta euforia forse ricopriva una funzione che non è poi così secondaria. Se i ministri tornassero a governare e in tv ci andassero degli esperti in grado di analizzare il loro operato, forse si comincerebbe a discutere di cose concrete. Certamente, le trasmissioni sarebbero molto più “noiose” – televisivamente parlando – della rissosità che riempie gli schermi e a cui danno eco i giornali la mattina dopo. Ma sarebbe anche una concreta inversione di tendenza. Anche perché chi l’ha detto che parlare di cose concrete non sia avvincente? Basta guardare al pubblico in grado di calamitaretrasmissioni come «Report» della Gabanelli, senza l’ausilio della prima sera. Bisognerebbe però cambiare registro, come suggerisce Grasso. E smetterla di pensare che i politici siano i protagonisti di una grottesca sit-com, degli innocui personaggi che abitano l’immaginario collettivo. Anche perché i danni di questa classe politica sono concreti e sono sotto gli occhi di tutti.

[da Paese Sera]

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