Lampedusa (8): Italia andata e ritorno. La storia di Tareke, mediatore

Tareke è un ragazzo eritreo che presta servizio come mediatore culturale per Save the children, una delle associazioni presenti dentro «Praesidum», il progetto finanziato dal Ministero dell’Interno italiano e dalla Commissione Europea per l’accoglienza e il primo orientamento dei migranti che arrivano in Europa sbarcando a Lampedusa. Dopo un primo anno al seguito di Medici Senza Frontiere, dal 2008 Tareke presta servizio con i minori, che sono l’ambito di intervento di Save the children. La sua è una storia particolare, perché alcuni anni fa Tareke ha fatto lo stesso viaggio che compiono le persone a cui oggi presta servizio di accoglienza. Questa sua esperienza, che lo avvicina ai migranti che oggi passano per Lampedusa, è in un certo senso la chiave di volta del suo lavoro.
«Quando la gente arriva a Lampedusa è spaventata, non sa cosa l’attende. Il nostro compito è quello di informarli su cosa gli sta accadendo, sul percorso che faranno in Italia», spiega Tareke, che aggiunge: «La figura del mediatore è fondamentale per questo motivo. L’operatore può essere bravissimo, ma se la persona che deve assistere non parla la sua lingua, viene da una cultura diversa, può accadere che non lo capisca a fondo. Qui interviene il mediatore».
Il primo intervento dei mediatori avviene allo sbarco, dopo l’intervento dei sanitari che accertano se ci sono persone che hanno bisogno di soccorso. «Ma spesso è importante far passare un po’ di tempo, perché dare delle informazioni giuridiche a una persona che è stanca del viaggio, magari sotto shock, è inutile oltre che stressante per loro. È meglio fare un passo per volta, dopo che hanno preso alloggio nel centro». Un aspetto delicato, spiega Tareke, è la perquisizione da parte delle forza dell’ordine. «Alle volte chiedono di togliersi le cinture dei calzoni, o altri oggetti, e c’è chi non capisce perché. Oppure forniscono delle generalità imprecise. Magari un ragazzo dice che ha 17 anni senza indicare la data di nascita: d’ufficio si segna il 1° gennaio, così rischia di diventare giuridicamente adulto anche un anno prima, se è nato a dicembre, e modificare il proprio destino».

Tareke racconta il suo viaggio dall’Eritrea fino all’Europa. Per raggiungere Tripoli e imbracarsi è passato prima per il Sudan, e poi ha compiuto un viaggio di dieci giorni attraverso il deserto. Ma il suo primo tentativo di arrivare non è andato a buon fine: è stato respinto ed è finito nelle carceri libiche, al confine col Sudan, nel deserto. «Lì le condizioni di vita sono pessime. Eravamo credo un’ottantina di persone in un’unica cella. Stavamo così pressati che se alzavi un piede poi dopo non sapevi dove rimetterlo. C’era un solo bagno per tutti, ed era rotto. E poi il caldo. Eravamo praticamente nel deserto, in un caseggiato senza isolamento dove batteva il sole tutto il giorno: se fuori c’erano 40 gradi, dentro dovevano essercene di più. Il soffitto era basso, non si respirava. E lì dentro ci restavi a lungo. Io ci sono stato diverse settimane, ma c’è chi c’è rimasto per mesi».
Il secondo tentativi di Tareke va a buon fine: arriva in Sicilia. Lì gli riconoscono il diritto d’asilo, e lo lasciano andare senza un soldo e senza sapere cosa fare. «Mi ritrovo alla stazione di Trapani senza soldi e senza conoscere la lingua. Mi dicono che a Palermo c’è una chiesa dove si può mangiare e dormire, ma come fare col biglietto? Ho dovuto chiedere l’elemosina per 6 euro. E mi veniva da piangere, perché la gente si scansava. Quando arrivo a Palermo scopro che il posto è fatto di casette di cartone. È stata dura. Lì incontro dei connazionali e sento che in molti vanno verso Roma, così penso di andarci anche io».
Tareke non ha soldi, così decide di fare il viaggio chiuso nel gabinetto del treno, per 12 ore, sena aprire a nessuno. È novembre, e quando arriva a Roma fa freddo e lui non ha i vestiti adatti. Viene a conoscenza di un palazzo occupato dove dormire, ma quando arriva scopre che è pieno. C’è solo uno stanzone dove gli ultimi arrivati possono accamparsi per una sola notte. «Dopo un po’ di giorni passati tra le mense di carità decido di partire per l’Olanda. Lì ho degli amici. In qualche modo ce la faccio a raggiungerli, e finalmente riesco a dormire e mangiare bene. Resto da loro tre mesi, poi decido di tornare: sono ospite, non posso restare di più. Loro mi fanno il biglietto per Roma e mi danno 200 euro, e io preparo una valigia grandissima con dentro tutto, come quelle che facciamo in Africa quando parti e non sai quando e dove ti fermerai a dormire. Parto, ma non sapevo che il biglietto era pagato per intero: a Parigi lo butto e non so come fare per arrivare a Roma, perché il treno costa 180 euro, quasi tutto quello che ho. Compro il biglietto, ma per il treno di due giorni dopo. E non so dove dormire. A Parigi faceva freddissimo. La prima sera provo in stazione, ma non è facile. Poi chiedo a un poliziotto di farmi dormire da qualche parte: gli spiego la situazione, devo partire e non ho altri soldi. Lui si dimostra gentile, e mi fa dormire al commissariato».
A Roma Tareke si unisce a un gruppo di altri migranti che occupano un palazzo per andarci a vivere. Ma la vita lì dentro ben presto si dimostra molto dura: quasi tutti hanno gravi problemi, un passato terribile fatto di guerra e di sbarchi, e davanti un futuro incerto. Così decide di tornare in Sicilia, ad Agrigento, dove c’è un centro per migranti. «Lì mi danno da lavorare nei campi: 12 ore per 25 euro. Niente, ma per me era sempre qualcosa. E poi mi passavano la scuola serale per imparare l’italiano. Dopo un po’ comincio a lavorare come lavapiatti in un ristorante, ed è lì che mi vengono a chiamare per fare il colloquio con MSF per fare il mediatore. Io non ci credevo davvero in questa cosa, soltanto andare a fare il colloquio per me era un traguardo. Quando mi hanno preso non ci potevo credere. Un mese di contratto. Mi sono impegnato a fondo nel lavoro, perché volevo dare una svolta alla mia vita».

Oggi Tareke lavora con i bambini e i ragazzi minorenni, e lo trova un lavoro ancora più stimolante del primo impiego. Tra le sue mansioni c’è quella di cercare di convincere le persone che arrivano a fornire generalità corrette quando vengono identificati. «Perché correggere queste cose è complicato, e può avere delle conseguenze». Chi fornisce false generalità sono principalmente nordafricani che, dichiarando di venire dall’Iraq o dalla Palestina, sperano di ottenere l’asilo politico, spiega Tareke. Ma c’è anche chi dichiara di avere parenti in Italia che sono solo conoscenti. «Il problema maggiore con i minori è che spesso vengono qui per lavorare e aiutare la famiglia di origine. Così, quando li mandano in una comunità, spesso si allontanano per cercare lavoro. Così facendo, però, perdono il percorso di inserimento e non potranno più mettersi in regola. Finché sono minori non succede nulla, ma quando compiono 18 anni diventano irregolari. Tra i miei compiti c’è quello di avvisarli di questo tipo di problemi», racconta.
Alla domanda se nota una differenza di attenzione e atteggiamento tra i migranti, risponde: «Chi viene da paesi subsahariani di solito ha compiuto un viaggio lungo, anche di anni. È più paziente e meno impulsivo. I ragazzi che vengono dal Nord Africa e hanno fatto un viaggio breve, invece, sono meno pazienti. Ma tutto è soggettivo, dipende dai casi».

[realizzato per Opera Mundi]

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Leggi il reportage in portoghese su Opera Mundi:

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2. ‘Panela de pressão’, Lampedusa tornou drama da imigração visível ao mundo

3. Violência e exploração sexual: a via-crucis das mulheres de Lampedusa

4. Por trás dos desembarques em Lampedusa, histórias de fome, violência e desesperança

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