Lampedusa (6): Il Museo dei Migranti

Il museo dei migranti è ospitato da una piccola sala che si trova nel centro abitato di Lampedusa. Si tratta della sede di Askavusa (che significa “la scalza”), un’associazione di giovani lampedusani che da tempo lavorano sul tema dell’immigrazione. Tra le inizitive realizzate c’è un fesstival cinematografico, il «Lampedusa in festival», giunto alla sua terza edizione. Sull’ingresso della sede di Askavusa campeggia uno stancil che ritrae il volto di Peppino Impastato, un giovane siciliano ucciso dalla mafina nel 1978 perché aveva avuto il coraggio di denunciare la criminalità organizzata nei suoi programmi radiofonici.
Entrando, si accede a una stanza piena di una miriade di oggetti. Ancore, vestiti, motori di piccole barche sono accatastate negli angoli, mentre su una parete spiccano i colori fluorescenti di sei giubotti di salvataggio. Dal soffitto cala una foresta di scarpe scompagnate, scarponcini, ciabatte, perse dai migranti durante il loro viaggio verso l’italia. Più avanti, sulle mensole, tutto un paesaggio di piccoli ogetti fa mostra di sé: foto di familiari corrose dal sale, monete, corani e bibbie stropicciati per l’acqua che hanno preso, pacchetti vuoti di sigarette, lattine accartocciate e persino una guida dell’Italia in arabo, dalla cui copertina si affaccia la torre di Pisa.
È questo il museo dei migranti voluto dai ragazzi di Lampedusa. Un paesaggio di oggetti che parla di tante storie, tante provenienze, consunti da un viaggio difficile e rischioso. Tutti questi oggetti sono stati recuperati dall’associazione Askavusa in una delle due discariche delle barche, un posto che viene chiamato “cimiterio delle barche”, dove pescherecci e natanti con cui i migranti sfidano il Mediterraneo vengono ammassate, per poi essere abbandonate all’incuria e alle intemperie. Nel 2010 una parte di queste imbracazioni sono andate a fuoco a causa di un incendio, di cui è stata stabilita la natura dolosa, ma di cui non si conoscono né i mandanti né gli esecutori materiali.
Askavusa ha fatto in tempo a recuperare questi oggetti e metterli in salvo, per dare vita a un museo che resti come testimonianza di questo esodo verso l’Europa che dura ormai da molti anni. Qualcosa di simile, nello spirito, al museo di Ellis Island di New York, anche se infinitamente più piccolo, artigianale e affidato alla sola buona volontà dei lampedusani.

Ilaria, che accoglie le persone che vengono a visitare il museo, racconta la storia dell’associazione. «Askavusa nasce nel 2009, attorno al dibattito di alcuni lampedusani sul fenomeno delle migrazioni. Il fine dell’associazione è promuovere l’antirazzismo. Le due iniziative più importanti sono il festival di documentari, dedicato principalmente a cortometraggi sul tema dell’immigrazione, ma non solo; è il Museo dell’Immigrazione. Il museo è una mostra permanente, aperta tutto l’anno, che espone tutti gli ogetti che riusciamo a recuperare dopo gli sbarchi. Quando i migranti arrivano sull’isola e vengono portati al centro, nel tragitto perdono molti oggetti. Alcuni già sul molo dove attraccano. Le forze dell’ordine e le autorità non recuperano questi oggetti, ma li accatastano da qualche parte o le gettano nell’immondizia. Quello che facciamo noi è recuperarli e mettreli in mostra».
Il museo è nato assieme all’associazione, nel 2009, ma in realtà l’operazione di recuperdo di questi oggetti risale a molto prima. A cominciare è stato Giacomo Sferlazzo, uno dei fondatori di Ascavuka, un artista e cantautore lampedusano. Giacomo ha raccolti i primi oggetti nel 2005 per realizzare delle sculture con quelli, a testimonianza del passaggio dei migranti sull’isola. da lì si è accorto che molte cose avevano un valore intrinseco e non solo simbolico: soprattutto le lettere scritte di pugno dai migranti, le foto dei parenti, e i documenti di identità, persi in grande quantità durante gli sbarchi di questi anni. Così ha cominciato a collezionare metodicamente queste cose, fino alll’idea di un’esposizione permanente, che desse un senso a quest’operazione e la rendesse accessibile a tutti.
Askavusa ha anche più volte chiesto al Comune di Lampedusa e alla Questura di Agrigento di poter acquisire i barconi abbandonati, per poter realizzare un museo vero e proprio, individuando il luogo adeguato in un ex centrale elettrica abbandonata. Ma le autorità sembrano non intenzionate a condere le barche all’associazione.

L’idea di un Museo delle migrazioni è stata anche al centro di un tentativo di speculazione. L’amministrazione comunale di Lampedusa, di centrodestra, dopo aver esaminato il progetto di Askavusa ha lanciato l’idea di un progetto identico, senza mai citare l’associazione lampedusana. Ha chiesto dei soldi al governo e per un certo periodo si è anche parlato di uno stanziamento di 20 milioni di euro per realizzare la struttura, su modello del Guggeheim. L’ennesimo progetto speculativo, come quello di realizzare un casinò sull’isola, con cui la politica spera di attirare soldi.
La dichiarazione dell’amministrazione comunale ha suscitato le ire di Askavusa, non solo per il tentato furto dell’idea, ma anche per il tipo di progetto che c’è dietro. «A Lampedusa gli edifici scolastici sono in condizioni fatiscenti – ha dichiarato Sferlazzo – come si può pensare di spendere 20 milioni di euro in questo modo? E poi noi abbiamo dimostrato che il museo si può realizzare con molti meno soldi. Le persone che ci lavorano ci sono, e le strutture adeguate sull’isola non mancano, senza doverne costruire di nuove».

Nel frattempo l’idea di reimpiegare in modo artistico i tanti oggetti che arrivano dal mare a causa degli scarti ha creato un contagio. Nella piccola spiaggia di Cala Sponzi, accanto alla pista dell’aeroporto, un vecchio anarchico torinese ha dato vita al suo personale modello di “centro sociale”, che ha battezzato col nome di «Libero pensiero». Luciano, che si è traferito a Lampedusa da quattro anni, si prende cura della piccola spiaggia, e ha realizzato delle sculture con gli oggetti dei migranti recuperati alla deriva. Quest’anno ha costruito un fantoccio, una figura femminile di colore, con in braccio un bambino bianco. Un messaggio contro il razzismo. Chi scede a Cala Sponzi per fare il bagno deve passarci davanti, e Luciano invita tutti i visitatori a lasciare un messaggio su una pietra. Sono centinaia, ormai, le pietre che Luciano tiene ordinate su una parete di roccia.
Accanto alla statua Luciano ha piantato dei cartelli con i suoi messaggi al mondo, con riferimento esplicito alla realtà di Lampedusa, che il punto dove Europa e Africa entrano in contatto e in conflitto. «La terra appartiene a tutti», si legge sul primo. Mentre su un altro, posto in basso ai piedi della statutua, c’è scritto: «Tutti hanno il diritto di vivere. La vità si chiama dignità, non carità».

[da Opera Mundi – apparso anche su Frigidaire n°239, dicembre 2011]

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Leggi il reportage in portoghese su Opera Mundi:

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1. Lampedusa: entre a Primavera Árabe e o Outono Europeu

2. ‘Panela de pressão’, Lampedusa tornou drama da imigração visível ao mundo

3. Violência e exploração sexual: a via-crucis das mulheres de Lampedusa

4. Por trás dos desembarques em Lampedusa, histórias de fome, violência e desesperança

5. Em Lampedusa, imigrantes vivem ‘inferno jurídico’ em busca de asilo

6. Museu em Lampedusa reconstrói identidade de imigrantes que tentam atravessar o Mediterrâneo

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