Lampedusa (5): L’inferno giuridico dei migranti. Intervista a Carmen Cordaro dell’ARCI

la Porta d'Europa

La Porta d’Europa, eretta sulla costa sud di Lampedusa, è un monumento dell’artista Mimmo Palladino dedicato ai migranti. Inaugurata nel 2008 la porta è già in pessime condizioni. Un destino profetico, perché dopo la traversata del mare in condizioni di fortuna, per i migranti non si aprono le porte del paradiso, ma quelle di un infermo burocratico. Con una sostanziale disparità di trattamento tra i nordafricani – considerati “migranti economici”, cioè in cerca di lavoro – e i subsahariani, in fuga da guerre e carestie. L’avvocato Carmen Cordaro, che si è occupata di presentare le domande d’asilo di centinaia di migranti, spiega così questo percorso a ostacoli: “A Lampedusa il centro di contrada Imbriacola è un CPSA (centro di primo soccorso e accoglienza). Qui la gente dovrebbe sostare per 48 ore, massimo 96, per poi essere trasferita in Italia. Lampedusa è attrezzata per questo tipo di permanenza, ma spesso i nordafricani ci restano di più, senza che venga notificato loro alcun provvedimento. Attendono in attesa di sapere la loro sorte. Va avanti così da molti mesi.”
Questa situazione è presumibilmente una delle cause di tensione che sta agitando il centro di Lampedusa e che ha portato alla protesta dei tunisini di agosto. Molti migranti tunisini conoscono la procedura di accoglienza perché hanno tentato il viaggio più volte, e allertano i loro connazionali. E poiché gli accordi tra il governo italiano e il nuovo governo tunisino prevede il rimpatrio immediato, sanno anche che avranno poche chance di restare in Italia o proseguire il loro viaggio verso l’Europa del nord.

“La legge italiana prevede l’espulsione – prosegue Cordaro – a meno che non il migrante non abbia diritto di asilo. I Tunisi fuggo da una situazione post-rivoluzionaria di grande instabilità. In Tunisia è in vigore tutt’ora lo stato di emergenza proclamato dal nuovo governo. Nonostante questo i tunisini, stando ai dati dell’Acnur, non facevano richiesta di asilo di propria volontà. Tuttavia, quando l’Arci (l’associazione di cui faccio parte) ha cominciato a fare informazione sul diritto di asilo, ha riscontrato molti casi di persone lasciate a se stesse. L’Arci ha cominciato a raccogliere molte richieste d’asilo sulle quali sto lavorando come avvocato”.
La differenza di status del migrante comporta un differente destino: se viene riconosciuto come “avente diritto d’asilo” viene mandato in un CARA (centro accoglienza richiedenti asilo), da dove può anche uscire. Se invece non viene riconosciuto come tale viene mandato in un CIE (centro identificazione e espulsione), da dove sarà rimpatriato. Le condizioni di permanenza nei CIE sono in pratica quelle della detenzione, che può durare anche diversi mesi. “Se a un migrante viene notificato un provvedimento di espulsione, per la legge italiana andrebbe espulso subito. Invece resta almeno 40 giorni in un CIE, e in diversi la permanenza coatta si protrae per mesi, senza che il soggetto abbia commesso alcun reato, a parte l’ingresso illegale nel paese”.

“L’Arci – prosegue Cordaro – ha cominciato a registrare già a Lampedusa le richieste di asilo dei nordafricani. Chi fa richiesta di asilo prima di ricevere un provvedimento di espulsione deve andare in un CARA e non in un CIE, lo dice la legge. Ma la questura di Agrigento ha cominciato a dichiarare nulle quelle richieste. Il motivo? Perché non sono state compilate nel formulario corretto, un modulo che si chiama C3. Le richieste raccolte da noi, dunque, esprimono sì la volontà di richiedere asilo, ma non attivano la procedura formale corretta. Nel lasso di tempo che passa prima che il migrante compila il modulo C3, la polizia gli notifica il decreto di espulsione. Grazie a questo escamotage i migranti nordafricani vengono reclusi nei CIE anziché essere destinati a un CARA”.
Nei CIE i migranti possono proseguire con l’iter della richiesta d’asilo, ma tutto diventa più complicato e le speranze di restare in Italia si riducono. In molti casi i migranti rimangono intrappolati in un limbo giuridico, perché devono restare reclusi nel CIE per tutto il tempo in cui viene esaminata la domanda, e possono passare anche parecchi mesi. L’avvocato Cordaro ha presentato ricorso contro l’assegnazione di questi migranti, che hanno espresso la loro volontà di richiedere asilo prima che li raggiungesse un provvedimento di espulsione; ma i ricorsi sono stati respinti. “Anche questa è una contraddizione. A decidere dei ricorsi sono i ‘giudici di pace’, cioè giudici competenti per le questioni minori e che non fanno parte della magistratura. Sono giudici che subiscono la pressione del Ministero dell’Interno, e si vede. Uno di loro, privatamente, ha ammesso che il motivo per cui respingono i ricorsi e che da un CARA i migranti nordafricani hanno diritto di uscire, e dunque scapperebbero; per evitare questa possibilità di fuga sarebbe meglio mandarli in un CIE. Ma questo è un ragionamento politico, che non ha niente a che fare con i diritti delle persone. Il diritti d’asilo, poi, è un diritto importante su cui dovrebbe esprimersi un giudice togato, un magistrato, che è davvero indipendente dal potere esecutivo. Ma oggi in Italia non è così”.

C’è poi un’altra violazione del diritto che l’Italia sta compiendo, quella dei respingimenti a mare. Il 22 agosto un’imbarcazione con oltre cento migranti a bordo, stando a quanto raccontano i volontari delle associazioni umanitarie, è stata intercettata a largo: a parte otto persone bisognose di cure, trasportate a Lampedusa, gli altri sono stati riconsegnati in mare aperto alla guardia costiera tunisina. Senza verificare la presenza di persone aventi diritto d’asilo. “Provvedimenti di questo genere violano sia il diritto italiano che quello internazionale – spiega Cordaro –. Le persone che vengono devono essere accolte singolarmente, perché è caso per caso che si stabilisce se il diritto d’asilo sussiste oppure no. I respingimenti collettivi non hanno alcun fondamento giuridico. Non importa quale siano gli accordi, espliciti o meno, che il governo italiano e il governo tunisino hanno stipulato: questo tipo di azioni sono illegittime. Una volta che i migranti salgono su una nave italiana, che vale come territorio italiano, da quel momento per loro vige il diritto italiano ed europeo. Ma anche in questo caso prevale la scelta politica di rimpatriare a forza i migranti, senza rispettare i diritti sanciti dalla comunità internazionale e trasgredendo perfino le leggi nazionali”.

[da Opera Mundi – apparso anche su Frigidaire n°238, novembre 2011, col titolo «Lo stato illegale»]

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Leggi il reportage in portoghese su Opera Mundi:

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1. Lampedusa: entre a Primavera Árabe e o Outono Europeu

2. ‘Panela de pressão’, Lampedusa tornou drama da imigração visível ao mundo

3. Violência e exploração sexual: a via-crucis das mulheres de Lampedusa

4. Por trás dos desembarques em Lampedusa, histórias de fome, violência e desesperança

5. Em Lampedusa, imigrantes vivem ‘inferno jurídico’ em busca de asilo

6. Museu em Lampedusa reconstrói identidade de imigrantes que tentam atravessar o Mediterrâneo

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