Lampedusa (4): Storie di migranti in fuga

I motivi che spingono la gente a imbarcarsi dalle coste dell’Africa per raggiungere Lampedusa sono tanti. C’è chi scappa da guerre, carestie, chi è in fuga da una situazione di anarchia o da un sistema sociale dove rischia la morte per qualche motivo. Ma anche chi è in fuga dalla disperazione di paesi in perenne crisi economica e sociale, dove non esiste un futuro. Queste, però, sono le motivazioni che troviamo scritte sui giornali, le cause generali che investono un intero popolo. Dietro ogni sbarco, invece, ci sono anche tante storie individuali, motivazioni personali e vicende familiari che spingono le persone a lasciare tutto quello che hanno e a intraprendere un viaggio dove rischiano più volte la morte per tentare la fortuna in Europa.
Dipende da dove si volge lo sguardo. Un esempio calzante ce lo racconta Laura Verduci di Terre des hommes, una delle associazioni umanitarie che si occupano in particolare di bambini e ragazzi minorenni. «Un ragazzino del Gambia arrivò da solo con uno sbarco di qualche tempo fa. Nel suo paese lavorava nei campi, perché il padre era morto quando lui era molto piccolo e la sua famiglia non aveva soldi. Ma un giorno un asino gli cade di peso addosso e gli rompe la gamba. Resta invalido, e così la madre, che è una donna già anziana per il suo paese, deve andare a lavorare lei. Dopo un po’ di tempo questa donna muore, e lui si mette in viaggio. Quando arriva a Lampedusa e gli chiediamo perché è venuto fin qui, lui spiega con estrema semplicità: ‘Perché ero rimasto da solo’».

I viaggi più lunghi sono quelli delle persone che vengono dall’Africa subsahariana, dal Niger o dal Sudan, dal Gambia o dal Corno d’Africa. Le loro vicende portano spesso in Libia, dove sotto il regime di Gheddafi hanno dovuto affrontare il dramma dei centri per migranti, nati da un accordo con l’Italia, dove gli standard di vita e di detenzione sono però decisamente peggiori di quelli europei. Oggi invece il problema è la guerra civile. I neri, che si trovavano in Libia per lavorare, sono spesso scambiati per mercenari di Gheddafi e rischiano la morte. Gli stranieri, in generale, sono vulnerabili, prede di razzie, rapine, violenze. Per questo molti lavoratori emigrati in Libia sono poi fuggiti a Lampedusa. Ci sono anche molti asiatici, soprattutto provenienti dal Pakistan e dal Bangladesh. Molti di loro non sono riusciti a usufruire delle evaquazioni delle loro ambasciate, che a un certo punto si sono interrotte. In larga parte chi fugge dalla Libia oggi ha una storia come questa alle spalle. I cittadini libici veri e proprio che scappano in Europa al momento sono una rarità.
Tra gli sbarchi avvenuti dalla Libia c’è stato il caso di un gruppo di pachistani. Lavoravano tutti per la stessa fabbrica, finché il proprietario ha deciso di chiuderla. Era troppo pericoloso continuare a lavorare, troppo pericoloso anche sono restare a Tripoli. Così decide di pagare il biglietto per la traversata a tutti i suoi lavoratori. Per tentare la fortuna in Italia. Un gesto di solidarietà importante, di quelli che durante i conflitti non trovano spazio nelle cronache di guerra, oscurati dai quotidiani disastri umanitari. I pachistani si imbarcano e arrivano fino a Lampedusa, anche perché tutti i guadagni fatti lavorando in Libia sono rimasti lì. Impossibile ritirare i soldi dalle banche. Impossibile però anche tornare indietro, al proprio paese, senza un soldo. Tenteranno di restare in Europa e di lavorare, per rifarsi una vita e continuare a mandare i soldi a casa.

Le storie di chi fugge dalla guerra in Libia si vanno a sommare a quelle di chi, già per conto suo, cercava di raggiungere l’Europa. È il caso di una ragazza del Mali arrivata in Italia ad agosto, con la nave carica di 400 migranti che si è persa per il mediterraneo. Ha proseguito alla deriva per sei giorni. Una vicenda tristemente famosa, perché ha visto la morte di 25 persone. «Io sono partita dal Mali nel 2008, perché avevo dei problemi in famiglia – racconta. Ho trovato lavoro in Libia presso una compagnia del Qatar. Lavoravo dalle 8 del mattino alle 5 del pomeriggio, e dormivo nelle case dei lavoratori. Quando è cominciata la guerra la vita è diventata dura, i neri venivano derubati e picchiati. Avevamo paura di morire. Poi l’azienda ha chiuso e non sapevo dove andare. Fuggire dal paese è impossibile, perché al Sud le frontiere sono chiuse, a Nord c’è il mare.
«Ho pagato 600 dinari per imbarcarmi. Dopo un po’ di giorni di attesa ce l’ho fatto. Mi sono imbracata il 30 luglio. Il mare era calmo in quel momento. Eravamo in 400. Il viaggio doveva durare solo due giorni, ma noi ci siamo persi e il motore si è rotto il secondo giorno. Il cibo e l’acqua erano pochissimi, perché ci avevano detto che in poco tempo saremmo arrivati. Dopo un po’ abbiamo alcuni hanno cominciato a bere l’acqua del mare, così ci sono sentiti male. Chi ha bevuto l’acqua del mare ha cominciato ad avere crampi e diarrea, e ha perso le forze di colpo.
«La nave era piena anche di donne e bambini, tutti molto poveri, la situazione era terribile. La gente moriva di fame e di sete, stremati dalla fatica e dal sole. Sono morte 25 persone sulla nostra barca. Abbiamo dovuto gettare i cadaveri in mare. Avevamo paura di morire, piangevamo e gridavamo, e chiedevamo aiuto a Dio. Ogni ora che passava la situazione diventava più critica.
«A un certo punto abbiamo visto una grossa barca italiana. Era grandissima, e poteva rischiare di farci ribaltare la barca. Facciamo dei segni, chiediamo aiuto, bruciamo i nostri vestiti per farci vedere, ma alla fine la grande nave va via. La mattina dopo arriva un elicottero. Una persona si è calata con la corda e buttava giù acqua e dolci. Tutti volevano bere. Così la barca a cominciato a ondeggiare in modo pericoloso, a causa della ressa per avere l’acqua. Per fortuna non è successo niente. Poco dopo sono arrivate delle scialuppe e hanno cominciato a imbarcarci. Prima i bambini e le donne. Poi gli uomini. Ci hanno portato tutti a Lampedusa».

Oltre a chi arriva in Europa da solo, c’è chi si imbarca con la famiglia. E sono molti i casi di persone che si perdono durante il viaggio. Agli imbarchi, oppure a causa della guerra in Libia. Ma ci sono anche storie di persone che si ritrovano. Come quella di due ragazzini del Cameroun di 15 e 17 anni, arrivati alla ex base Loran di Lampedusa questa estate. I due ragazzini erano amici nel loro paese, ma si separano. Uno dei due fa un lungo viaggio lungo il deserto, dove rischia anche di morire, per arrivare in Libia dalla madre, che lavora lì. L’altro, che è orfano, viene rapito. Ma subito dopo i rapitori si accorgono che non ha nessuno a cui chiedere soldi per un riscatto, così lo mettono a lavorare. I risultati si vedono ancora oggi: è pieno di paghe, che gli sono state curate in Italia. In Libia ritrova il suo amico, e la madre di lui decide di prendersi cura anche dell’altro ragazzo. Poi, a causa della guerra, fuggono. Ma stavolta perdono la madre. Ora i due ragazzi sono insieme, in Sicilia. Scrivono poesie per la loro madre, naturale e acquisita, e cercano un modo per ritrovarla. Del loro casi si sta occupando anche la televisione, nella speranza di poterli aiutare a ricongiungersi con lei.

[da Opera Mundi]

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Leggi il reportage in portoghese su Opera Mundi:

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2. ‘Panela de pressão’, Lampedusa tornou drama da imigração visível ao mundo

3. Violência e exploração sexual: a via-crucis das mulheres de Lampedusa

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