Lampedusa (1): Tra primavera araba e autunno europeo

Lampedusa è l’isola più a sud dell’Italia, più vicina alle coste della Tunisia che alla Sicilia, perché il piccolo arcipelago di cui fa parte – le isole Pelagie – da un punto di vista geologico appartiene all’Africa, anche se è da sempre territorio italiano. È questa vicinanza ad aver trasformato Lampedusa nella porta d’Europa, il punto di accesso verso l’Italia per i migranti che sfidano la sorte per mare. Terra di pescatori, Lampedusa ha conosciuto un relativo benessere non molti anni fa, grazie al turismo degli stessi italiani: l’isola è infatti un gioello in mezzo al mediterraneo, con un clima mite che permette di godersi il mare praticamente sei mesi l’anno.
Oggi però Lampedusa è nota in tutto il mondo soprattutto per la questione dell’emigrazione verso l’Europa. Il fenomeno è cominciato negli anni novanta, quando la gente arrivava da sola sulle coste dell’isola ed erano gli stessi lampedusani ad aiutare chi sbarcava. Poi i flussi sono cresciuti sempre di più. È intervenuto il governo italiano, dapprima creando un centro d’appoggio presso l’aeroporto, infine istituendo il CSPA (centro di prima accoglienza e soccorso), che si trova a Contrada Imbriacola, nel centro abitato dell’isola. Nel mezzo c’è stata la fase dei respingimenti a mare, che ha interrotto gli sbarchi, ma è stato condannato dal mondo intero: gli accordi con Gheddafi e gli altri paesi del Nord Africa, che permettevano i repingimenti di massa, erano una palese violazione del diritto internazionale e italiano. Tra le varie cose, era impossibile stabilire chi avesse diritto d’asilo in Europa e chi no, perché non si valutava più caso per caso.
Oggi il centro di Contrada Imbriacola è attivo, ed è il posto dove i migranti vengono portati in attesa di essere smistati in altri centri sulla terraferma. Questo almeno era quanto avveniva fino al 20 settembre, quando una rivolta di tunisini è sfociata nell’incendio della struttura. Il centro ha una capienza di 804 persone, alle quali si aggiungono i 201 posti dell’ex base militare Loran, che si trova nel versante opposto dell’isola, nella parte disabitata. La base Loran è destinata ai minori non accompagnati, per evitare il contatto con gli adulti. La Loran è un’ex base della NATO, la cui presenza sull’isola era attiva fino a pochi anni fa e costituiva una delle economie dell’isola, è la testimonianza di quanto l’isola venisse considerata “strategica” in epoca di guerra fredda e di tensioni col regime di Gheddafi. Nel 1986 Lampedusa fu il bersaglio di un lancio di missili – fallito – da parte del regime del Colonnello: i missili Scud caddero ad appena due chilometri dalla costa.

Quando si arriva a Lampedusa per mare si arriva in un classico piccolo porto del mediterraneo, posto a ridosso di diverse casette colorate e accoglienti. L’unica nota che ricorda gli sbarchi è il presidio della Croce Rossa, con le sue tende militari. Salendo verso il centro abitato ci si imbatte in diversi cartelli che pubblicizzano scuole di sub, diving, servizi di barche per escursioni. Il centro abitato si snoda lungo un’unica arteria principale, via Roma,  dove si affollano i negozietti di souvenir e i bar alla moda, dove i turisti si fermano a ritorno dal mare. È difficile associare la dimensione degli sbarchi a questa atmosfera turistica, eppure il centro di Contrada Imbriacola, dove la maggior parte dei migranti vengono destinati, si trova a poche strade da lì. Ma è impossibile accerdervi. La politica del governo è di rendere il più possibile invisibile la presenza dei migranti sull’isola. Le navi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza intercettano le barche dei migranti direttamente a largo: se la nave è in grado di navigare viene scortata nel porto vecchio – che oggi non è più accessibile, perché è diventato area militare – altrimenti i migranti vengono trasferiti sulle scialuppe e portati a riva.
Ad avvisare le organizzazioni umanitarie sono le stesse forze armate, mezz’ora prima di attraccare. I primi a visitare i migranti sono i medici: la Croce Rossa, ma anche il presidio provinciale, oltre a Medici Senza Frontiere (che però non fa parte del progetto “Praesidium” voluto dal governo italiano). Si chiama primo soccorso, anche se il primo contatto col personale sanitario i casi urgenti ce lo hanno sulla nave, dove però è ammesso solo il personale dello SMOM (Sovrano Militare Ordine di Malta). Dopo aver individuato le persone bisognose di aiuto, il personale dell’Acnur – ma anche i volontari di altre associazioni – informano i migranti sui loro diritti, col l’aiuto di mediatori culturali. Si tratta di un passaggio delicato, perché dalla comprensione della procedura di legge dipende il destino delle persone che sbarcano qui. Se richiedono asilo politico, e si presume che ne abbiano diritto, andranno in un CARA (centro accoglienza richiedenti asilo), da dove si può anche uscire, in attesa del riconoscimento dell’asilo. Se non lo richiedono o si presume che non ne hanno diritto, vengono destinati a un CIE (centro identificazione ed espulsione): dal CIE non si può uscire, si vive in uno stato di detenzione in attesa dell’esplulsione vera e propria.

Ovviamente non tutto fila liscio come la procedura immagina. La stanchezza del viaggio, le condizioni di salute, ma anche le differenz culturali, possono provocare una chiusura da parte dei migranti e una non comprensione dei loro diritti. Per di più la permanenza ne centri di Lampedusa, che è un centro di prima accoglienza, dura spesso di più del previsto: non dovrebbe superare le 48 ore e invece si protrae spesso per giorni, in qualche caso per settimane. Con i problemi annessi: le strutture di Lampedusa non sono adatte a una permanenza prolungata, sia per questioni igeniche, sia perché nei centri non c’è nulla da fare, né attività né altro. il risultato è che la sensazione di frustrazione nei migranti aumenta, e con essa il disagio psicologico per una situazione che non viene compresa a fondo, e che li vede privati della libertà di movimento.
Anche fuori dal centro non c’è la serentità e la fiducia che il progetto del governo vorrebbe ispirare. Sia perché la presenza militare sull’isola è forte – anche se non è una novità, dai tempi della NATO – sia sono molti i segni tangibili della grande ondata migratoria. Come il cimitero delle barche, dove pescherecci e piccole imbarcazioni di legno, alcune con scritte in arabo, sono ammassate le une alle altre. L’ennesimo contrasto di quest’isola, perché il cimitero delle barche si trova attaccato a un campo da calcio e a una giostra per i bambini. A presidiare l’area ci sono le forze dell’ordine, perché si tratta di beni sotto sequestro, ma qualcuno nel tempo ha più volte rubato la strumentazione di bordo.
I contrasti sull’isola sono molteplici. Nei bar, tra poltrone di vimini, può capitare di parlare degli ultimi sbarchi della giornata. Al ritorno da luoghi incantevoli come l’Isola dei Conigli (dove c’è la casa di Domenico Modugno, un cantante famosissimo negli anni Sessanta, che oggi sembra appartena al fratello di Berlusconi), i turisti si confrontano con i ristoratori e i proprietari dei bar, che si lamentano della stagione turistica andata male. Sono convinti che le tante immagini – spesso di repertorio – sugli sbarchi a Lampedusa facciano male al turismo. «C’è chi crede che nuotando ci si possa imbatter in un cadavere», racconta un’operatrice turistica.
Insomma, contrasti insanabili delle due anime di Lampedusa, dove due mondi tanto diversi – l’occidente ricco e il sud del mondo che scappa dalla fame – entrano davvero in contatto.

[da Opera Mundi]

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Leggi il reportage in portoghese su Opera Mundi:

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1. Lampedusa: entre a Primavera Árabe e o Outono Europeu

2. ‘Panela de pressão’, Lampedusa tornou drama da imigração visível ao mundo

3. Violência e exploração sexual: a via-crucis das mulheres de Lampedusa

4. Por trás dos desembarques em Lampedusa, histórias de fome, violência e desesperança

5. Em Lampedusa, imigrantes vivem ‘inferno jurídico’ em busca de asilo

6. Museu em Lampedusa reconstrói identidade de imigrantes que tentam atravessar o Mediterrâneo

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