Zombi lenti vs zombi veloci. Una questione politica

[Immaginario malato n°7] – Da qualche settimana sta andando in onda la seconda stagione di «The walking dead», la serie tv sui non-morti, basata sull’omonimo fumetto di Robert Kirkman, che ha portato l’horror sul piccolo schermo. Curiosando un po’ su blog e forum, mi sono imbattutto in una vecchia diatriba per appassionati del genere: sono meglio gli zombi veloci o gli zombi lenti? Può sembrare un dibattito ozioso, per amatori, anche perché l’horror non è quasi mai stato un serio oggetto di studio per la critica cinematografica, che ha bollato il genere come puro divertissement adrenalinico. È un fatto però che lo zombi, nella versione che ne ha dato George Romero a partire dal 1968 – anno di uscita de «La notte dei morti viventi» – è entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Osservare come cambia questo immaginario nel tempo, allora, non è qualcosa che si può relegare al solo cinema di genere.
I film di Romero sono, tra gli zombie movies, i più dichiaratamente politici. La scena dei cadaveri ambulanti che grattano con bramosia i vetri del centro commerciale zeppo di merci («Zombi», 1978), considerando quando è stata girata, può essere a buon diritto definita profetica. Ma altrettanto si può dire della «Terra dei morti viventi» (2005), dove una grande colonia di umani è riuscita a dare vita a una città fortificata e lì dentro ha ricreato un sistema identico a quello che esisteva prima della zombie apocalypse: un capitalismo sfrenato e verticista, una società profondamente diesguale che sarà la vera ragione della catastrofe che metterà a ferro e fuoco la cittadella.
Sui blog degli appassionati del genere l’avvento di «The walking dead» ha diviso: c’è chi l’ha accolto con entusiasmo – è un prodotto di caratura cinematografica, indubbiamente di ottima resa visiva – e chi ne ha sottolineato il taglio “buonista”, facendo il paragone con la serie tv inglese «Dead set», dove gli unici sopravvissuti sono barricati nella casa del Grande Fratello, assai più povera ma molto più cattiva e senza speranza. A livello di sceneggiatura il discorso fila: la serie inglese non fa sconti a nessuno, e non infarcisce gli episodi di atti di eroismo e di sani principi, come fa l’omologa americana. Ma nella serie inglese lo zombi assomiglia agli infetti rabbiosi e sbavanti di «28 giorni dopo»: sono esseri velocissimi, fortissimi, con il vantaggio di non avere coscienza e di non provare dolore. È chiaro che un simile mostro, che per altro attacca in branco e si “moltiplica”, perché trasforma in altri zombi chiunque uccide, è impossibile da sconfiggere.
La progressiva trasformazione dello zombi da cadavere ambulante, lento, disarticolato e spesso con problemi di equilibrio – il prototipo di Romero – in un super mostro rabbioso e quasi immortale, è la conseguenza della progressiva trasformazione delle pellicole horror in “action movie”. Gli horror odierni sono spesso montati come dei video musicali, con inquadrature in movimento e cambi velocissimi di prospettiva: ciò che crea spavento è lo shock visivo, l’attacco di sorpresa, che si traduce in immagini ancora più confuse come se si fosse in una “soggettiva”. Nei vecchi horror, invece, la paura era un fatto di atmosfere e suspence, e le scene cruente erano solo l’apice di una lunga “agonia” dello spettatore.
Personalmente trovo questa metamorfosi degli zombie movies in action movies piuttosto noiosa: la grande enfasi posta sul montaggio rapido e sullo shock visivo finora è sempre stato a discapito delle sceneggiature, che si sono fatte sempre più esili quando non inesistenti. Ma al di là di questa scelta facile, la cosa meno tollerabile è che la metamorfosi dello zombi lento in zombi veloce nasconde la morte dell’horror politico. Perché il succo della questione, nei film di Romero, è che uccidere uno zombi è piuttosto semplice: se l’umanità si organizzasse e pensasse al bene comune invece che al proprio tornaconto privato, arginare l’epidemia e contrastarla sarebbe doloroso ma tutto sommato possibile. Invece i protagonisti finiscono puntualmente in un vicolo cieco perché nel momento dell’emergenza prevale l’ognun-per-sé. Perché nonostante la tragedia una fetta dell’umanità non è in grado di vedere oltre il proprio naso, e nel gettare le basi del disastro che la annienterà trascina inevitabilmente nel baratro anche chi sa guardare oltre.
Ben venga allora, nonostante il buonismo, la scelta di «The walking dead» di riportare gli zombi ad una velocità media: superiore a quella dei film di Romero (sono pur sempre passati degli anni) ma non tanto da scardinarne il presupposto. Perché al di là dell’adrenalina, un horror è davvero inquetante e spaventoso solo quando ci fa vedere il mostro che è dentro di noi.

[da Paese Sera]

NOTA (a posteriori): L’evolversi lagnoso e patetico della sceneggiatura di «The Walking Dead», rende però questa seconda serie un fallimento. Vedremo se il finale la salverà. Ma intanto dobbiamo constatare che, come al solito, l’idea di raggiungere un pubblico più vasto droga di contenuti buonisti – e francamente inverosimili, tanto per la vita reale quanto per un’apocalisse eventuale. Ancora una volta si dà prova dell’autocensura che coglie autori e produttori nell’avvicinarsi a quel magma informe che chiamiamo main stream, e che testimonia come sia ancora diffusa l’idea che il pubblico sia un bambinone non troppo cresciuto da alimentare con prodotti premasticati. Che noia. E che peccato.

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