Il serissimo metodo del maestro Morg’hantieff. Intervista a Claudio Morganti

Claudio Morganti è uno degli attori più interessanti e rigorosi della scena italiana. Allievo di Carlo Cecchi, dopo il sodalizio artistico con Alfonso Santagata ha portato avanti in un percorso di ricerca personale che, nell’ultimo periodo, lo ha portato a confrontarsi col il Woyzeck di Büchner per diversi anni. È proprio a causa di questo suo rigore che abbiamo pensato di rivolgerci a lui per decifrare il pensiero di un maestro del teatro, il russo Morg’hantieff, la cui preziosissima esperienza di pedagogo teatrale sembrava andata perduta. Il prezioso manoscritto che raccoglie gli esercizi e le considerazioni sul teatro del grande e dimenticato maestro russo è finalmente tornato alla luce, rinvenuto in una polverosa scaffaliera dopo anni di oblio. Si tratta in realtà di un lavoro a quattro mani, portato a termine dal nipote del vecchio Morg’hantieff, il giovane e irruento Vassili Claudienko. L’intera opera è oggi disponibile al pubblico, grazie alla lungimiranza della casa editrice Gli Asini, che l’ha data alle stampe con il titolo «Il serissimo metodo Morg’hantieff» [Edizioni dell’Asino, 2011 – 12 euro], con una postfazione di Rodolfo Sacchettini. Poiché il misterioso curatore che ha disseppellito il manoscritto dalle polveri dell’oblio preferisce restare anonimo, abbiamo chiesto a un uomo di teatro come di Claudio Morganti di farci da guida nel pensiero del grande maestro russo.

Il metodo parte da una sorta di contrapposizione tra Teatro e Spettacolo. Qual era il pensiero di Morg’hantieff: teatro e spettacolo sono in conflitto, in antitesi, oppure sono in dialogo?

Per quel che ne so io, il pensiero di Morg’hantieff è che sono due elementi che fanno parte di una stessa realtà, dunque sono in dialogo. Morg’hantieff credeva che le due entità non fossero nettamente separabili, però ci sono momenti storici in cui è bene esagerare e distinguere di più tra ciò che è Teatro e ciò che è Spettacolo. Sono due facce di una stessa medaglia, non c’è l’uno senza l’altro. Una percentuale delle questioni dell’uno sono naturalmente dentro l’altro e viceversa. Distinguere serve a dare un colpo d’ascia, per così dire, per capire meglio alcune questioni, sapendo però che la fibra che li tiene legati resta la stessa. Io credo che la pensasse così.

Morg’hantieff si esprimeva in modo molto suggestivo. In uno dei passaggi del metodo afferma: “Le stelle sono uno spettacolo; la sensazione di non sapere che cosa farsene è teatro”. Ci puoi spiegare meglio questo suo concetto?

Questa cosa qui probabilmente vuol dire che, il più delle volte, quando siamo in quella zona chiamata “scena”, che è un “mondo analogo”, un mondo cioè che risponde a delle logiche che non sono le stesse ma sono analoghe a quelle della vita; beh, quando ci si trova in quella zona lì ci si sente spiazzati. Il più delle volte siamo nel Paese dello Spaesamento. Che è anche il Paese dei Contrari. Se non abbiamo costantemente presente la regola del contrario, a volte non si sa bene che cosa fare. Credo che questa sia una cosa che succede a tutti i teatranti, nonostante la sicumera che dimostriamo quando facciamo vedere i nostri lavori.

La seconda parte del metodo è scritta da Vassili Claudienko, nipote di Morg’hantieff. Forse a causa della sua giovane età, Claudienko esprime giudizi più trancianti e fortemente politici. Ad esempio afferma: “La volontà non pertiene al teatro. E siccome volere è potere, il teatro non ha a che fare nemmeno col potere. Lo spettacolo invece è colluso col potere”. Puoi spiegarci meglio la sua visione?

Questa è una visione, più che politica, ideologica. È molto etica e addirittura romantica, però in modo inconsapevole. Io credo che lui non si rendesse conto di quanto fosse romantico quando affermava cose di questo genere. È chiaro che qui Claudienko si riferisce al fatto che lo “svuotamento” e l’“abbandono” sono la precondizione ottimale per accogliere questa energia che è fuori di noi che nutre il nostro lavoro. Per contro, ce l’ha poi con tutte quelle questioni che riguardano il mestiere legato alle burocrazie, quelle prassi che ti costringono a fare certe cose per ottenerne altre. Lo Spettacolo è quella costruzione che deve essere fatta in un certo modo perché deve rispondere a determinati criteri – anche, semplicemente, il consenso del pubblico. Il teatro, invece, di tutte queste questioni se ne infischia, se ne dovrebbe infischiare.

Claudienko prosegue esaminando la voglia di leadership, che può nascere anche in una compagnia teatrale. “Se non riuscite a fare a meno di sentirvi leader – dice – non potete avere a che fare con il teatro e nemmeno con lo spettacolo. Provate con la politica”.

Sai, devi tenere conto che Caludienko viene dalla Russia, una terra dove il mestiere del teatro viene visto come un mestiere vero, a differenza dell’Italia. Come un lavoro: ci sono le canoniche otto-dieci ore di lavoro al giorno. Io credo che lui si riferisse a una tendenza stacanovista che interessava alcuni sui colleghi e conterranei. Probabilmente, però, si riferiva anche a delle violenze psico-fisiche che venivano esercitate sugli allievi. Sono cose che io non ho mai visto ma di cui ho sentito molto raccontare. Mi dicono che a quelle latitudini ci sono dei registi molto crudeli, e dal momento che è facilissimo far piangere un attore – perché gli attori sono gli esseri più fragili e più buoni del mondo – Claudienko se la prende con chi utilizza queste pratiche di tortura. Si tratta però certamente di un’esperienza strettamente legata al suo freddo paese, la Russia.

Ma non credi questa considerazione possa essere riferita anche all’Italia?

Dici? No… Io questo riferimento che tu vedi non riesco a vederlo nel nostro paese.

Claudienko, arriva a parlare persino di “sadomasochismo”, dicendo però che pertiene più allo spettacolo che al teatro. Perché?

Mah, forse questa cosa del masochismo si può spiegare così: prima si parlava di attori che piangono, però c’è da dire che ci sono anche attori che provano piacere nel farsi trattare male. Altrimenti ci sarebbero state delle ribellioni.
Sai, da giovani attori sono disposti a tutto, e capita che qualcuno creda che provando davvero qualcosa in scena la farà provare anche a chi guarda. È successo anche a me. Poi, crescendo, ti rendi conto che l’obiettivo è chi guarda, e che per fargli provare qualcosa tu devi provare tutt’altro. È una regola ferrea.

Sembra, da quanto esce dal metodo, che il teatro si situi all’opposto dei tratti fondamentali della nostra società attuale, che sono: egocentrismo, volontà di potere, prevaricazione. Qual è allora, secondo un teatrante come Morganti, il posto del teatro in questa società?

Il posto del teatro in questa società va sotto il nome di “ricerca”. Teatro e ricerca sono la stessa cosa. La ricerca è quella cosa che tutti sappiamo, che esiste nella scienza e nella tecnologica, e ha una funzione ben precisa. Il posto e il ruolo del teatro in questa società sono gli stessi di qualunque altra attività di ricerca, né più né meno. L’unica differenza è che, col teatro, ci spostiamo dall’ambito scientifico a quello dell’arte.
Per altro io credo che i punti di contatto tra arte e scienza possano essere estremamente fecondi, anche se siamo ancora ben al di là dal capire qualcosa di questa relazione. Io però guardo a questi punti di contatto con estrema benevolenza, anche perché trovo che arte e scienza – se le consideriamo “ripulite” dalle storie misere degli uomini – siano due tra le cose più belle e pulite che esistano. Io perciò le associo spesso, e soprattutto volentieri.

Oggi però, nella nostra società italiana, la ricerca è ridotta a un colabrodo. Che posto avrà nella Storia una società del genere?

Io credo che, se ci sarà modo di guardare a quest’epoca tra cento o duecento anni, questo periodo verrà definito l’Era del Buio o qualcosa di simile. Mi rendo conto che la mia è una sensazione del tutto personale, forse persino il risultato di una questione caratteriale. Vedo invece attorno a me gente che fa finta di divertirsi tantissimo, e qualcuno probabilmente ci riesce anche.

[da Quaderni del Teatro di Roma, n°1 – novembre 2011]

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