Persino i sogni diventano uno show. Intervista a Tiziano Scarpa

«Lo show dei tuoi sogni» – in scena il 25 ottobre a Prospettiva festival di Torino – è uno spettacolo che Tiziano Scarpa ha scritto assieme a due membri dei Marlene Kuntz, Luca Bergia e Davide Arneodo. Uno spettacolo che riflette le diverse estrazioni degli artisti coinvolti – uno scrittore e una band di rock alternativo – snodandosi attraverso un racconto di parole e musica. Ma Tiziano Scarpa, che in questa intervista ci ha raccontato la genesi del lavoro, ci tiene a precisare che non si tratta di una semplice sovrapposizione di linguaggi.

Come è nato questo incontro artistico?

È stato Luca Bergia, uno dei fondatori dei Marlene Kuntz, a cercarmi. Mi ha detto che voleva fare qualcosa insieme. Ci eravamo già incontrati, anche sul palco: qualche anno prima avevo letto delle cose sonorizzate da loro, un piccolo intervento ma nulla più. Così ci siamo visti e loro mi hanno fatto sentire delle idee musicali, mentre io gli ho raccontato un po’ di idee che avevo. Finché ho scritto questo testo. Abbiamo passato alcune settimane nel loro studio-bunker, a elaborare questa cosa che è nata e cresciuta così, facendola. C’era una traccia di testo ma lo sviluppo è venuto con la musica: certe idee di giunzione tra testo e musica, certi passaggi, sono nati in sala. In quell’ambiente ovattato di materiale spugnoso per l’insonorizzazione. È stato molto bello.
Poi, visto che avevamo dato forma a qualcosa che ci convinceva, l’abbiamo proposta in giro. La prima tappa è stata a Roma, al Massenzio, il festival delle letteratura, dove abbiamo incontrato Fabrizio Arcuri e gli abbiamo chiesto che voleva darci una mano registicamente. Questa è la genesi.

Di cosa racconta lo spettacolo?

È un esperimento al servizio di un’immaginazione, di un sogno. Il sogno è centrale sia dentro che fuori il testo. La materia del sogno è al centro della storia, dove il protagonista è questa specie di cartomante, un uomo capitato per caso dentro una televisione che è in grado di perlustrare i sogni di chi è all’ascolto. È un apprendista stregone, lettore per caso di destini altrui. E un giorno, anziché improvvisare la lettura di tarocchi e segni zodiacali, prova a farsi raccontare i sogni dove lui stesso era presente, come se fosse in grado di penetrare nella mente dei telespettatori. E, paradossalmente, questo fa sì che tutti lo sognino. Di colpo tutta Italia lo sogna. Se ci pensi, si tratta di una storia di intimità pubblica: basta che lui chieda di raccontare i sogni che lo riguardano, come se fosse naturale che la gente sogni proprio lui, e la gente comincia davvero a sognarlo.

Ma sogno e immaginazione restano evocativi, perché sul palco ci sono solo parole e musica.

Fabrizio Arcuri ci ha fatto interagire di più e ha levigato certe ingenuità, ma alla base resta il lavoro resta quello: io racconto, loro suonano. Noi non siamo dentro l’immagine raccontata, e questo è un punto interessante. Perché oggi comanda lo schermo, di fronte al quale tu osservi ciò che accade. Constati. Il nostro spettacolo invece è principalmente di ascolto, e l’ascolto chiede di immaginare. Pur raccontando una storia di visione, di uso e abuso della visione, chiediamo solo di immaginarla. In fondo il teatro ha sempre puntato su questo potere evocativo della parola all’interno della scena. Pensa allo Shakespeare nell’«Enrico V», quando chiede al pubblico esplicitamente di immaginare: quando sentite la parola cavalli immaginate un esercito.

Ma l’uomo dei sogni si riferisca a qualcosa di reale?

Visto quello che accade in Italia, la mia è una storia fin troppo banale e ovvia. È facile e scontato pensare al “padrone dei sogni” in riferimento alla nostra attualità. Ma c’è uno scarto rispetto a questo, e sta nel fatto che il protagonista di questa narrazione è una persona qualunque, che si trova lì per caso. Il protagonista ci cade dentro un po’ alla volta a questa sua nuova identità, in grado di fargli manipolare i sogni. Quasi fosse il mezzo stesso a creare la persona, più che la sua volontà. Tanto che alla fine viene sopraffatto da questo meccanismo, e lui se ne rende conto. Anche perché di fronte a sé lui non incontra alcuna resistenza: tutti lo sognano. Questo vuol dire che c’è una responsabilità collettiva, un desiderio diffuso di sentire i propri sogni perlustrati da qualcuno. È un po’ quello che Zizek qualche tempo fa ha definito “interpassività”, rovesciando il concetto di interattività”: siamo tutti parte in causa nel produrre contenuti, ma alla fine siamo elementi passivi del meccanismo.

Quale è stato l’apporto dei Marlene Kuntz?

La musica e la radiofonia sono parti costitutive del racconto, e sono state elaborate contestualmente al testo. Non è un semplice commento sonoro. C’è stato uno scambio che per me è stato di grande importanza, anche perché alcuni brani che pensavo dovessero entrare nel testo sono diventati delle sorte di canzoni, e viceversa. E poi c’è il fatto che in alcune parti devo cantare, ed è la cosa che mi sento meno adatto a fare. Così lo “show dei tuoi sogni” è diventato lo “show dei miei incubi”. Ma siccome serviva allo spettacolo, ho deciso di buttarmi e che sia quel che sia. Non c’è alcuna velleità da parte mia, sia chiaro: è solo un aspetto della messa in scena che richiedeva questo tipo di approccio.

Perché, secondo te, il teatro italiano dialoga poco con gli scrittori?

Agli stabili non interessa. Mentre la ricerca, con ottime ragioni, cerca altro. Come ha detto Lehmann siamo in un’epoca post-drammatica, e per scrivere delle parole per il teatro che abbiano senso in questo contesto occorre un altro tipo di sapienza rispetto a quello degli scrittori di narrativa. Così, che ti giri da una parte o dall’altra sei fuori contesto. Io infatti scrivo “a vuoto” per il teatro: lo faccio perché avverto l’esigenza che quella storia abbia quella forma lì, perché nasce con quel tipo di approccio all’esser detta. Perché a mio parere erano “scenici”. Ma so che in molti casi non incontreranno la scena. È vero che, anche nell’ambito della ricerca assistiamo a un recupero della parola, ma è una parola scritta da chi la porta in scena e funzionale a ciò che vuole fare sulla scena. Per forza di cose è una parola più adatta. Certo, spesso quei testi rischiano di essere appannaggio esclusivo delle compagnie che li fanno, e rischiano di morire con loro. Ma come si può obiettare che siano più funzionali alle dinamiche del teatro di quelli che sono in grado di produrre gli scrittori?

[da Paese Sera]

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