Lo stupore del corpo. Intervista a Virgilio Sieni

Virgilio Sieni porta a Modena «La ragazza indicibile», un lavoro per sei danzatrici che ruota attorno all’omonimo saggio di Giorgio Agamben incentrato sul mito di Persefone-Kore, ripensato sulla scena come mito del femminino ancestrale. Non è la prima volta che Virgilio Sieni – uno dei maestri della danza contemporanea italiana – incontra le parole del filosofo romano, che in questo saggio hanno una funzione evocativa attorno a un concetto guida anche la ricerca del danzatore toscano: l’indicibilità. Uno stare in bilico su ciò che è concepibile e ciò che non lo è ancora che, per Sieni, è esercizio in grado di metterci in contatto con la nostra parte ancestrale.
Dopo Modena, «La ragazza indicibile» andrà in scena a Varsavia e Mosca, mentre «La natura delle cose» approderà a Seoul, Madrid e Montecarlo. Ma prima di questo mese e mezzo di tourné Virgilio Sieni ci ha raccontato gli spunti e le ossessioni che hanno guidato il suo lavoro.
«La scelta di lavorare sul testo di Agamben – racconta – è arrivata all’interno di un percorso in cui sperimentavo nell’incontro con adulti, anziani e soprattutto con bambini ciò è in grado di ispirare un gesto. Una riflessione che mi ha portato al concetto di “origine” come fonte propulsiva verso il futuro. Il testo è stato uno spunto di riflessione sul femminile. Non tanto il femminile inteso in sé, ma la donna intesa come soglia, né figlia né madre né animale, o forse tutto questo. Percorso che s’inscrive nell’interrogativo su come vivere la danza come sostanza della vita».

Cosa ha significato delineare queste intuizioni attraverso il corpo “reale” delle danzatrici?

Tutte le volte che comincio un lavoro resto sempre colpito dallo stupore del corpo. Perché ogni volta rivela di sé tutta una serie di cose nascoste e minimali che chiamo dettagli indicibili. Il corpo in questo senso è una miniera di ricchezze ancora inesplorate. Per me il corpo è principalmente un universo indicibile che attende di venire alla luce. Lavorando con le danzatrici per lo spettacolo, come ti dicevo, sono partito dal concetto di origine e il loro corpo, esplorato da questo punto di vista, è stato fonte davvero straordinaria per imboccare delle strade sconosciute.

Agamben è un punto di riferimento per molta scena contemporanea. Che rapporto hai con lui?

Con Giorgio ci siamo incontrati diversi anni fa. Con lui condivido un’attitudine a vivere la vita per quella che è, un gioire continuo attraverso gli agenti naturali, quasi “preistorici”. Questo gioire permette all’uomo di attuare un senso di liberazione. Giorgio ha questo costante interesse nello stare sulla soglia tra il dicibile e l’indicibile, tra l’umano e il disumano. Lo condivido fortemente.

Stiamo vivendo una fase storica dove l’arte sembra perdere punti di riferimento e la ricerca sembra sempre più marginale. Qual è il loro ruolo in un momento come questo?

L’artista e il suo lavoro si inseriscono sempre in una Polis, un contesto sociale che egli vive e anima. In un contesto così difficile come l’attuale l’artista ha un compito: non mollare un legame con le origini, con i dettagli. E soprattutto non perdere una connessione con tutto quello che oggi è “sottovoce”. Un compito politico centrale, che si lega alla democrazia, dove l’elemento marginale è quello che sostiene l’elemento visibile. Esattamente come accade nel corpo, in cui le componenti invisibili sostengono l’intera muscolatura. Bisogna mantenere una concezione olistica, che tenga conto di questa marginalità e le restituisca la sua importanza. Solo attraverso tale presa di coscienza si applica un processo democratico.

Eppure oggi è proprio l’arte più fragile, quella che si occupa di ciò che è marginale, ad essere considerata un costo superfluo dalla politica.

Hai ragione, ma si tratta di qualcosa di molto coerente con l’andamento della società odierna. Per questo l’artista deve essere molto vigile. Oggi la società tende a inseguire strade pigre e facili, come nel caso dei grandi musei che cercano di trasformare le città in delle disneyland del turismo. Nessuno reputa interessante andare a creare una dimensione colta, alta, ricercata, con un gusto del percorre la città attraverso una delicatezza e una profondità. Persino nei nostri teatri ritroviamo questo andamento, perché anche nell’arte teatrale tutto tende a “fare cassetta”. Basta guardare gli enti lirici. Invece l’arte ha in mano la straordinaria possibilità di contribuire a ridisegnare la geografia della Polis, a inventare i luoghi dell’incontro e dello sguardo che poi diventano i luoghi del vissuto. È chiaro che un ragionamento siffatto va contro le logiche della politica, intesa come politica dei partiti che hanno perso il contatto con la cittadinanza.

[da Altre Velocità e Gazzetta di Modena]

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