Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro

Il laboratorio sui sette peccati capitali affidati ai sette “maestri” del teatro in programma alla Biennale Teatro sono stati presentati in chiusura del festival, in forma itinerante. I lavori si sono snodati dal palazzo della Fenice a campo Santo Stefano, e la possibilità di vedere la presentazione dei lavori all’interno di alcuni dei palazzi più belli di Venezia, non sempre accessibili al pubblico, è stato uno degli aspetti più interessanti di questo percorso. Dal punto di vista dei contenuti, invece, pur tenendo conto del fatto che si tratta di laboratori, si sono viste diverse cose interessanti. Tra queste spicca il lavoro di Ricardo Bartís, che ha interpretato la burocrazia come un peccato contemporaneo: il suo lavoro, ruotando attorno al tarlo dei manoscritti di Amleto gelosamente custoditi nella biblioteca comunale di Venezia, era quasi un allestimento compiuto, con un ritmo pressoché perfetto e un grande affiatamento nel gruppo degli attori. Anche Romeo Castellucci ha presentato un lavoro che ha la forza di una performance compiuta. Il pubblico, accolto in una splendida sala del teatro La fenice immersa completamente in una luce rossa, si trovava ad ascoltare dei nastri di presunte possessioni demoniache, mentre a turno gli attori si contorcevano in spasmi di presunta origine soprannaturale. Più di uno spettatore ha riconosciuto, in una delle registrazioni, gli esperimenti sonori di Artaud – ma è evidente che l’obiettivo di Castellucci non fosse quello di far credere al pubblico di star ascoltando documenti originali (pur giocando su questa ambiguità), quanto quello di offrire un’immagine conturbante, legata al concetto di peccato, alla quale associare il peccato contemporaneo scelto dal regista: il guardare. Non a caso una delle performer,  nuda, nel gesto più esplicito della performance ha trasformato la sua possessione in una contorsione erotica. Il terzo elemento di interesse è stata la riflessione di Thomas Ostermeier sul peccato di pedofilia, attraverso le parole del conterraneo Thomas Mann, autore di “Morte a Venezia”. Una cena in un ristorante di lusso, intravista da dietro un divisorio di palme da interno – ma ripresa da un video – metteva in parallelo un uomo di mezza età, appesantito, di cui ascoltiamo i pensieri, e una tavolata di giovinette belle, allegre e festanti. Scena curatissima e un po’ calligrafica, dalla quale si usciva col dubbio che al regista tedesco interessasse più affrescare un’idea letteraria – quella di Mann – che riflettere davvero sul peccato contemporaneo.
Alla fine del percorso si esce con la sensazione che, grattando la superficie, l’unico vero peccato per l’occidente sia la lussuria. Al voyeurismo di Castellucci e alla pedofilia di Ostermeier si aggiungono la performance esplicita di Jan Fabre, con uomini vestiti da donne e donne vestiti da uomini che si stuprano e si seviziano a vicenda; la marea umana di Jan Lauwers, che risale le poltrone di una splendida sala concerti mentre una ragazza, di spalle in prima fila, ma ripresa in volto, si masturba a lungo fino a raggiungere l’orgasmo; infine il lavoro che Calixto Bieito ha dedicato all’invidia – il più sconclusionato tra i sette – dove il peccato è declinato come invidia verso chi, nel mondo dello spettacolo, si crea una posizione in cambio di prestazioni sessuali, affrescate esplicitamente in uno scontro fisico tra due donne che diventa incontro erotico, e nella cantante che trasforma la sua performance canora in una fellatio al microfono.
Insomma, come al solito al fondo di tutto sta la lussuria. L’occidente – e con lui quei registi che dovrebbero costituirne la punta di diamante in campo teatrale – è ancora così intrinsecamente cattolico (o protestante) da non riuscire a concepire altro peccato che questo, mentre il mondo va in rovina per l’ingordigia della finanza e la superbia e la rapacità delle nazioni più ricche. O forse, a ben guardare, il peccato che ossessiona le menti non è neppure la lussuria, quanto la sessualità in sé.
Solo il lavoro di Ricardo Bartís e quello di Rodrigo García – una performance un po’ debole, che allestiva in un chiostro degli strani cartomanti incappucciati come massoni – hanno virato verso altre idee di peccato. Saremo grati a lungo ai due registi ispanici per questo piccolo ma significativo scarto dalla banalità.

[da La Biennale Channel – blog della Biennale di Venezia]

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Un pensiero su “Il sesso è peccato. Una riflessione sul percorso sui sette peccati capitali alla Biennale Teatro”

  1. Gracias por habernos permitido ser espectadores de tan bellos trabajos entre los actores estudiantes y los grandes maestros. Me gusto en especial el trabajo sobre La Burocracia, realizado en la sala de la biblioteca bajo la dirección de Ricardo Bartis. La combinación de humor, belleza e inteligencia lo convirtieron en el plato fuerte del recorrido. Grazie mille!

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