Iran coast to coast. Un racconto di viaggio

Teheran è una città enorme, un grande agglomerato di cemento alle pendici di una catena montuosa, dove abitano circa diciassette milioni di persone. Per raggiungerla in taxi dal nuovo aeroporto Imam Khomeini, distante oltre trenta chilometri, la si taglia diametralmente a sud a nord. Attraversandola all’alba, quasi deserta, Teheran rivela un fascino particolare: le vie che salgono ripide verso il nord, puntellate di palazzi altissimi ancora immersi nell’oscurità, regalano una vertigine profonda.
Di giorno invece, congestionata dal traffico e satura di inquinamento, le sue strade raccontano la storia di una città cresciuta in fretta e senza un piano regolatore, ai tempi in cui l’attuale presidente Ahmadinejad era sindaco. I muri di Teheran però non sono grigi, perché le grandi facciate cieche dei palazzi servono da tela per le pitture murali che caratterizzano la città. Quelli più vecchi risalgono al tempo in cui i murales erano usati per la propaganda politica: inneggiano alla rivoluzione khomeinista; lanciano minacce all’indirizzo del Grande Satana (gli Stati Uniti) e del nemico per eccellenza, Israele; oppure ritraggono i volti dei tanti morti nella guerra contro l’Iraq. Ma tutta una serie di altri dipinti hanno una funzione puramente estetica, e spesso giocano con la prospettiva di questa immensa città cercando effetti tridimensionali o trompe l’oil.
C’è poi un terzo tipo di “dipinto”, residuo ancora visibile delle proteste del 2009 contro la rielezione di Ahmedinejad. Durante le dimostrazioni i ragazzi del Green movement erano soliti tirare delle uova caricate di vernice: le macchie verdi, frutto di quei lanci, sono ancora visibili sui muri di Tehran e di altre città dell’Iran. Nessuno le ha ancora cancellate.

L’accoglienza degli iraniani è nota per essere calorosa. Durante una cena un uomo di mezza età con cui comincio a chiacchierare mi ripete più volte che l’Iran è un paese straordinario, soltanto ha una cattiva pubblicità. Nel frattempo mi versa da bere del whisky, illegale come tutto l’alcool, a causa del precetto islamico che qui è legge dello stato, ma assolutamente diffuso. Anzi, sembra che una delle cause frequenti di incidente automobilistico sia la guida in stato di ebbrezza – con ovvie conseguenze penali. In realtà, la grande austerità sbandierata dal regime e ripresa dai media occidentali, non è qualcosa di così onnipresente come ci si potrebbe aspettare. Musiche e film occidentali teoricamente proibiti sono messi in bella mostra in diversi negozi, mentre le sigarette straniere si acquistano di nascosto nelle profumerie. Le donne iraniane devono seguire i principi dell’hijab, il precetto che prescrive loro di coprirsi, ma molte ragazze inventano soluzioni tutt’altro che castigate.
Le cose sono un po’ cambiate dall’avvento al potere dei riformisti di Kathami in poi, almeno nelle città; e anche adesso che al potere ci sono i conservatori, queste piccole libertà non sembrano arretrare, forse anche come valvola di sfogo per una popolazione che per oltre la metà è composta da giovani. Questo non vuol dire che le leggi iraniane non siano repressive, piuttosto che tutto è soggetto all’arbitrio. La cosa si fa lampante durante un appuntamento con alcuni ragazzi che fanno i videomaker: una di loro arriva con quaranta minuti di ritardo, perché è dovuta fuggire dalla polizia che l’aveva fermata. Per quale motivo – le chiedo – l’abbigliamento? È primavera, sono eccitati – risponde lei scherzando.

Con l’aiuto di alcuni amici cerco di tracciare l’itinerario del viaggio che ho intenzione di compiere. L’Iran ha una superficie enorme e le varie regioni sono molto diverse tra loro. Quelle che confinano col Pakistan e l’Afghanistan sono desertiche, il Nord Ovest ha invece una vegetazione ricca. Decido si seguire una rotta da nord a sud e ritorno nella fascia centrale del paese, dove si trovano i principali centri urbani, dandomi l’obiettivo di toccare entrambi i mari che bagnano il paese: il Golfo Persico e il Mar Caspio. Un coast to coast iraniano.
Alcuni dei ragazzi che ho conosciuto sono in un periodo di inattività – anche in Iran, dove l’alfabetizzazione è alta, molta gente non trova lavoro – e si offrono di accompagnarmi, anche solo per dei tratti. In breve organizziamo una macchina pronta a partire per Shiraz. Sono poco meno di mille chilometri di viaggio, che progettiamo di coprire con una sosta a Isfahan. Nel fare benzina sorge il problema delle tessere: ogni cittadino iraniano ha diritto a 60 litri al mese a prezzo calmierato (poco più di 25 centesimi al litro), ma poiché siamo a fine mese le tessere dei miei compagni di viaggio sono a secco. Senza tessere la benzina costa quasi il doppio, comunque conveniente per un europeo, ma non per gli iraniani che fino a tutto il 2010 la pagavano appena 1.000 rial al litro (7 centesimi). L’improvviso rialzo è stato causato dalla fine dei programmi di sussidi che dalla guerra con l’Iraq tenevano i prezzi dei generi di prima necessità artificialmente bassi.
Lungo la strada, all’altezza della città sacra di Qom – vero fulcro ispiratore della teocrazia iraniana – la vista del grande lago salato di Hoz-e Soltan è affascinante: le onde di acqua salata che risaccano sulla spiaggia deserta brillano di una luce intensa. Hoz-e Soltan è solo il primo di una serie di laghi salati che si incontrando proseguendo verso est, verso l’enorme lago di Namak, noi invece proseguiamo a sud, cercando di evitare i frequenti posti di blocco della polizia stradale: gli incidenti stradali sono una piaga seria in Iran, e sull’eccesso di velocità è in corso un vero e proprio giro di vite. Almeno fino a Esfahan, dove ci fermiamo per pranzare prima di proseguire il viaggio. Verso sud i controlli si diradano fino a scomparire del tutto. E anche il paesaggio comincia a cambiare, diventando sempre più roccioso e desertico. La strada, che prosegue dritta attraverso gli ammassi calcarei, regala a ogni rara curva delle viste mozzafiato.

Shiraz è il capoluogo di Fars, che è la regione dove nacque e si sviluppò la cultura persiana: dal suo nome derivano sia la parola “farsi”, la lingua iraniana, che “Persia”. Oggi è un centro urbano piuttosto vivace, dove ha sede una delle migliori Università del paese, i cui studenti hanno partecipato attivamente alle contestazioni del 2009. Nonostante il clima torrido – e il grande fiume secco che la attraversa fa aumentare di molto questa percezione – sembra più vivibile della capitale, grazie ai palazzi più bassi e a uno sviluppo urbano più contenuto.
Quando arriviamo è già sera, ma troviamo ad accoglierci Mahmud e i suoi amici, con cui ci hanno messo in contatto alcune conoscenze comuni a Teheran. Ci portano in una piccola casa in periferia, alle pendici dei monti che costeggiano la città: è una sorta di luogo per il relax, un ambiente unico interamente coperto di tappeti e cuscini, e all’esterno un ampio giardino. Accendiamo un fuoco e cominciamo cuocere spiedini di carne – cioè kebab – tra cui spicca un delizioso pollo marinato con lo yougurt. Mahmud e alcuni dei suoi colleghi sono artisti. Uno di loro, che incontreremo il giorno dopo, si occupa di teatro per bambini e sta allestendo uno spettacolo educativo, per mettere in guardia i ragazzi dall’abuso di junk food, di cibo spazzatura. Sì perché da qualche anno in Iran i fast food sono spuntati come funghi: negozi che accanto al kebab – il piatto più diffuso – vendono hamburger, patatine e gli altri classici del genere. Ovviamente si ispirano alle grandi catene americane e sfoggiano nomi pittoreschi come “Ali Burger”.
Shiraz è anche una metà di turismo internazionale, grazie soprattutto a Persepoli e Pasargarde (la tomba di Ciro), che distano alcune decine di chilometri. Si tratta di siti archeologici davvero impressionanti, così come le tombe rupestri di Nash-e-Rostam e il palazzo di Ardashir (Artaserse) che incontreremo in seguito proseguendo il viaggio verso sud. Parte del loro fascino deriva dal fatto che si trovano fuori dai centri abitati, e sorgendo così in mezzo alla natura conservano, pur in rovina, tracce della loro antica magnificenza. Ovviamente i nostri ospiti non sono granché attratti da questi luoghi, per loro abituali, ma rilanciano portandoci a scoprire una rovina molto più recente ma praticamente sconosciuta: il paese di Qalat. Si tratta di un paesino abbandonato alle pendici di un monte, le cui abitazioni semi-crollate creano un effetto suggestivo. “Quando era abitato Qalat era un esempio di convivenza tra religioni – mi spiega Mahmud – qui c’era una chiesa molto antica. Ora è tutto distrutto, ma credo sia in corso un piano di recupero”. Per ora, tuttavia, il paese è deserto. C’è solo una casa abitata che va avanti grazie a un generatore, e un punto ristoro all’ingresso di un parco naturale, che segue il corso di un torrente di montagna. Mahmud, come tanti altri ragazzi di Shiraz, vengono qui per fare campeggio libero. È una pratica molto diffusa in Iran, perché in questo modo si possono aggirare le rigide regole di comportamento vigenti: le ragazze si tolgono il velo, si fuma e si beve in tranquillità – tutte cose che si fanno anche in città, ma per forza di cose soltanto al chiuso, al riparo delle abitazioni private.
La sera successiva il ragazzo del teatro ci ospita per rassettarci dopo il campeggio. La sua famiglia è abbastanza tradizionalista, e la loro casa è un curioso e variopinto miscuglio di stile occidentale e orientale: tavoli bassi e tappeti da un lato, schermo al plasma e divani dall’altro. Sedie, tavoli e poltrone sono protetti da una pellicola protettiva di plastica, come se non fossero stati mai sballati: un’abitudine che ritroviamo, strada facendo, in tanti ristoranti dell’Iran.

Ci rimettiamo in viaggio verso sud per raggiungere Bandar-e-Pol, un porto del sud da cui è possibile imbarcarsi per l’isola di Qeshm. Avvicinandoci al sud del Golfo Persico il clima diventa nettamente più caldo, l’aria umida e il paesaggio desertico e affascinante. Le formazioni rocciose che costeggiano la strada hanno venature di quattro o cinque colori diversi; l’aria è torrida, e non troviamo più neanche le mandrie di capre a pascolo, prima frequenti. Lungo la strada la carcassa di una mucca sembra fatta di cartapesta: con questo clima, più che marcire, sta essiccando, ma nessuno l’ha rimossa dal punto dov’è morta.
Qeshm si trova nello stretto di Hormuz, di fronte e Dubai e all’enclave dell’Oman sulla punta della penisola arabica. Si tratta di un punto strategico da sempre, tanto che sia su quest’isola che sulla piccola Hormuz che dà il nome allo stretto si trovano i resti delle fortificazioni dei portoghesi, che hanno dominato la zona nel XVI secolo. Qeshm è l’isola più grande del Golfo Persico, lunga oltre 130 chilometri ma piuttosto stretta, e al suo interno c’è un piccolo deserto con tanto di palme e cammelli. Quando sbarchiamo è notte fonda e lungo la strada per Qeshm city svettano due colonne di fuoco alte parecchi metri, che squarciano il buio. L’isola ospita infatti grandi giacimenti di gas naturale e una raffineria di petrolio. In città troviamo ad attenderci Daniel, l’ennesimo contatto della nostra rete amicale di Teheran. Daniel ha uno sguardo bonario ed è sull’isola per studiare. Nell’ingresso della casa dove dorme e dove ci fermiamo per rifocillarci un po’ campeggia il classico ritratto di Khomeini che si ritrova anche in tanti esercizi commerciali. Daniel racconta di averlo trovato lì, ma poi ha deciso di non toglierlo: “Così ogni mattina posso ringraziarlo a dovere per quello che ha fatto per noi”, aggiunge con ironia.
La città di Qeshm, più che a misura d’uomo, è pensata a misura di macchina: tutto è abbastanza distante e fa comunque troppo caldo per camminare a piedi. Nel centro ci sono parecchi centri commerciali, anche se piuttosto decadenti. Qeshm infatti è un porto franco, proprio come la vicina isola di Kish, il paradiso per turisti che chiamano la “perla del golfo” (ma che gli iraniani con cui parlo descrivono come la classiche mete del turismo globalizzato, identiche in tutto il mondo). Ma a differenza di Kish non ha buone infrastrutture turistiche. In compenso ha dei paesaggi molto belli, come la Valle delle stelle cadenti, con canyon naturali scavati nella roccia.
Al centro dell’isola si trovano alcuni villaggi di bandari, la minoranza araba e sunnita che vive sulle coste del Golfo. Il termine “bandari” viene dalla parola “bandar”, che vuol dire porto. Lungo la strada vediamo una famiglia fa il bagno a mare, al riparo di una caletta: le donne indossano i caratteristi vestiti a colori sgargianti che le fasciano completamente, e si immergono senza toglierli. Più avanti ne incontreremo altre con il tradizionale burqa bandari, dove la faccia è coperta da una maschera di metallo tradizionale che, ci dicono, sembra appartega ad una tradizione preislamica.

Non molto lontano dal villaggio di Laft – che ha più di duemila anni – c’è Harra, una vastissima foresta marina di mangrovie. All’attracco dei motoscafi troviamo un gruppo sonnolento di bandari che gestiscono l’unico bar, vendono qualche souvenir improvvisato e portano i turisti a fare un giro. Una ragazza completamente coperta da un velo rosso si offre di farci l’henné. Da una piccola baracca accanto a noi parte una musica assordante. La ragazza, che ci vede incuriositi, ci fa cenno di entrare. Dentro troviamo un piccolo ambiente completamente ricoperto di tessuti dai colori fluorescenti, teli e cuscini colorati. In un angolo c’è un televisore al plasma con due grosse casse: è da lì che viene la musica, un pop mediorientale piuttosto ritmato. La ragazza ci spiega che quel piccolo ambiente è per gli sposi novelli. I bandari rispettano un rituale piuttosto lungo per gli sposalizi, stando a quanto racconta. Al termine di sette giorni di cerimonie gli sposi passano altri sette giorni in questo bugigattolo costruito apposta per loro legando insieme delle assi di legno, senza mai uscire se non par andare al bagno. Dopo aver trascorso altri sette giorni nella casa dei genitori delo sposo e tre dai genitori della sposa, tornano nella loro “alcova”, dove resteranno finché la baracca cade a pezzi. A quel punto gli sposi non si considerano più “novelli”, e possono trasferirsi nella loro abitazione: la loro vita matrimoniale è cominciata.

Cominciamo a tornare verso nord, toccando prima il grande porto di Bandar Abbas e attraversando poi un altro tratto di deserto roccioso, che costeggia la provincia di Kerman, la porta del deserto vero e proprio, il Dash-e-Lut. Alla fine della giornata ci accoglie Yazd, una cittadina affascinante il cui centro storico è patrimonio dell’Unesco. Si tratta di un reticolo di stradine, archi e piccole piazze tutte addossate le une alle altre, tutte del colore marrone della paglia mista a fango che ricopre gli edifici e sembra sia un ottimo isolate per il caldo, in uso da centinaia di anni. L’altra particolarità del paesaggio urbano di Yazd sono le torri del vento, delle strutture quadrangolari che campeggiano sulle case che sono in grado di intercettare il vento, separando l’aria calda da quella fredda, che viene convogliata verso il basso, all’interno dell’abitazione.
Yazd è una città molto tradizionale, ed al contrario che a Shiraz o Teheran è piuttosto frequente imbattersi folti gruppi di ragazze velate di nero. La gente del posto è estremamente accogliente con gli stranieri, che qui sono tutt’altro che una rarità. Quando mi affaccio alla bella e imponente moschea del Jameh, un ragazzo si offre di darmi delle informazioni sul monumento. Quando scopre che sono italiano si lancia in un’improbabile spiegazione dell’etimologia della parola “mafia”, di cui lui però è convintissimo. Nell’Iran medievale c’era un gruppo di assassini detiti a razzie e sequestri, che nessuno era in grado di fermare. Questa criminalità organizzata dell’epoca si chiamava “Mahfelia”, da “mafel” che vuol dire pressappoco “compagnia”, come “fellas” in inglese, e si diffuse anche in Nord Africa e persino in Andalusia. Secondo lui gli italiani avrebbero copiato la parola mafia da lì. La sua storia suona un po’ improbabile, ma lui è molto simpatico e ci salutiamo calorosamente.
Nell’albergo “per stranieri” dove decidiamo di fermarci ci sono in realtà anche diversi iraniani che passano il tempo nel bel chiostro interno. Una coppia di fidanzati iraniani si bacia apertamente in pubblico, senza problemi, tanto che uno dei miei accompagnatori si dice sopreso che si sentano così tranquilli. Ma subito un altro gli fa eco: “In Iran è così, se vuoi vivere fai quello che vuoi fare, senza pensarci troppo”. E se dovesse accadere qualcosa? “Se non ci pensi, non accade” mi risponde, sintetizzando quella che sembra essere una filosofia diffusa tra i ragazzi dell’Iran di oggi.
Nell’albergo incontro due ragazzi olandesi che sono partiti in bicicletta da Amsterdam e vogliono arrivare in cina, e Hartmut Niemann, un tedesco grande e grosso che scopro essere l’autore della giuda più importante sull’Iran in lingua tedesca. Hartmut frequenta l’Iran con assiduità dall’alba della rivoluzione khomeinista, e ora sta portando un gruppo di connazionali a fare un giro per il paese. Qualche giorno più tardi lo incontreremo di nuovo in un villaggio del Kavir-e-Mestr, il deserto più a nord, dove si immergerà in una lunga discussione con dei ragazzi iraniani: Hartmut sostiene che la repubblica islamica, a differenza dell’epoca dello Scià dove le univerità erano d’elite, ha reso l’istruzione accessibile alla maggioranza della popolazione, e in particolare ne avrebbero beneficiato le donne di estrazione sociale più bassa. L’Iran è in effetti il paese più alfabetizzato dell’area mediorientale, e le donne sono molto attive nella vita universitaria e professionale, a differenza di quanto accade in altri regimi di ispirazione islamica. Ma i ragazzi, piccati da questo riconoscimento che Hartmut fa al regime, sostengono che tali risultati sono in realtà riforme avviate dallo Scià che il regime khomeinista ha solo ripreso.

Prima di lasciare Yazd facciamo tappa in alcuni luoghi storici dello zoroastrismo, la religione originaria della Persia che conta ancora circa 30 mila seguiaci in Iran ed riconosciuta ufficialmente dalla repubblica islamica, a differenza della fede Bahá’í – nata proprio dallo sciismo iraniano durante il XIX secolo – che non è tollerata. Le altre religioni riconosciute sono il cristianesimo – rappresentato da una viva minoranza armena – e l’ebraismo. Al di là di quel che possono far credere gli stereotipi occidentali sull’Iran, nella repubblica islamica vive la più grossa comunità ebraica del Medio Oriente (se si eccettua Israele), che conta oltre 25 mila persone, ha libertà di culto e un seggio in parlamento. I non musulmani hanno diritto di convertirsi all’Islam, se lo desiderano, cosa che diventa obbligatoria se si tratta di un uomo che deve sposare una donna musulmana, in quanto è il padre che deve educare all’Islam i figli. Al contrario la conversione di un musulmano a un’altra religione può essere punita anche con la morte.
Chack Chak è uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio per gli zoroastriani, e si trova a un centinaio di chilometri di distanza dalla città, incastonato nel mezzo della facciata ripidissima di un monte. Il nome è un’onomatopea che indica il rumore delle goccie d’acqua che, tuttora, cadono sulle pareti della caverna che ospita il fuoco sacro, e nessuno è mai riscito a capire da quale falda l’acqua arrivi fin qua. Secondo la leggenda la principessa sasanide Nikbanuh, figlia dell’ultimo re della Persia pre-islamica Yazdgarde III, arrivò su questi monti in fuga dall’esercito arabo, che invase il paese nella prima metà del VII secolo. Vistasi perduta, pregò Ahura Mazda perché la salvasse e la roccia si spalancò per nasconderla.
Il fuoco sacro è uno dei pilastri della religione zoroastriana, e l’Ateshkadeh di Yazd – ovvero il tempio del fuoco – ospita un braciere dove il fuoco arde ininterrottamente dal 470 d.C. (anche se l’edificio risale solo agli anni Trenta del Novecento). A sud della città si trovano invece due imponenti Torri del Silenzio, ai piedi delle quali una serie di abitazioni zoroastriane ridotte in rovina sono oggetto di restauro. Ricavate su due alture di roccia, le Torri del Silenzio sono delle costruzioni generalmente cilindriche su cui si usava depositare i cadaveri dei morti affinché fossero spolpati dagli avvoltoi. Secondo la credenza zoroastriana gli elementi, tra cui la terra, sono puri, mentre non lo sono i cadaveri, da cui l’anima si distacca entro tre giorni dalla morte. Questo procedimento evitava che i resti impuri contaminassero la terra. Oggi questa pratica è stata abbandonata, e dalle torri si gode soltanto un’incredibile vista della città, anche se la loro collocazione in mezzo ad un’ampia pianura desertica permette ancora oggi di farsi un’idea della potente energia simbolica che esercitavano in passato. Ai piedi delle torri, in un giardino recintato, c’è un moderno cimitero zoroastriano. Le bare, prima di essere seppellite, vengono immerse nel cemento, affinché si preservi la purezza della terra.

Lasciamo Yazd per Esfahan, che chiamano la Firenze dell’Asia, proseguendo stavolta in autobus. In effetti la città, che è stata due volte capitela dell’Iran nel corso dei secoli, raccoglie alcuni dei principali capolavori architettonici del medioevo islamico, ed il suo centro storico è quello meglio conservato di tutto il paese, e dunque testimonianza della magnificenza della Persia dell’epoca. Le mosche e le costruzioni più importanti si raccolgono tutte sull’enorme Piazza dell’Imam, oggi dedicata a Khomeini ma che un tempo era conosciuta come Piazza dello Scià. Con i suoi quasi 90 mila metri quadri è tra le piazze più grandi del mondo, e certo una tra le più grandi dell’antichità. È anche conosciuta come Nasqh-e Jahan, che vuol dire “la metà del mondo”, per via della rima Esfahan nasqh-e jahan, divenuta proverbiale, con cui i persiani definivano la bellezza della città.
Ammiro le belle moschee che la costeggiano all’alba, con un’intensa luce rosa e la piazza deserta. Poco dopo un plotone di soldati osserva all’aperto la preghiera. Siamo arrivati nel mezzo della notte e non siamo riusciti a trovare un albergo; l’unico ostello che mi ha aperto, dopo aver visto il mio passaporto, si è rifiutato di darmi una camera. “Non è un posto adatto agli occidentali – mi dice secco l’uomo alla reception – Qui vengono solo iraniani, pachistani e afgani”. Non restava che farsi una passeggiata notturna.
Isfahan è affascinante ma, scopro in breve, ha i classici difetti delle città d’arte che richiamano turisti da tutto il mondo. E scopro con dispiacere che il fiume Zayadeh, attraversato dai famosi ponti terrazzati e a più livelli, è completamente secco da alcune settimane. Uno dei passatempi più caratteristici, camminando lungo il fiume, era quello di fermarsi nelle sale da the a fumare la qalyan, la pipa ad acqua; ma anche questo è ormai un ricordo, perché sono tutte chiuse. Si può al massimo fare tappa in qualche chiosco e gustare il gelato all’acqua di rose, famoso da queste parti.
Uno spettacolo imprevisto lo regala la grande moschea dell’Imam quando, all’uscita della preghiera, una folla di persone invade letteralmente il lato della grande piazza dove affaccia. C’è anche un gruppo di donne in nero, che si dirigono a passo svelto in tutte le direzioni come uno stormo di uccelli. Una di loro trova il tempo di rimbrottare una ragazza che indossa un vistoso velo rosso.
La sera facciamo tappa a Jolfa, il quartiere armeno. Il nome fa riferimento alla città di Jolfa, che si trova a ridosso del confine con l’Azerbaijan, da dove proveniva la colonia di artigiani che lo scià Abbas il Grande fece trasferire a servizio della sua nuova capitale, alla fine del Millecinquecento. Oggi Jolfa è un quartiere vivace e pieno di ristoranti e bar, dove ovviamente si bevono solo bevande analcoliche. Il giovedì sera – che in Iran è l’equivalente del nostro sabato sera – a Jolfa c’è un traffico intenso, le macchine vanno a passo d’uomo e le strade sono piene di gente. Sembra una notte di movida in una qualunque città europea. Dopo aver girato alcuni locali  conosciamo un ragazzo armeno, che poco dopo si offre di venderci del cognac fatto in casa da suo fratello – il cognac è una bevanda tradizionale per la sua gente. Si raccomanda però di fare attenzione, perché il giovedì sera a Jolfa gira molta polizia. Gli diamo retta e per gustarci quel sorso di cognac lo travasiamo prima in una bottiglietta di succo di frutta.
I cristiani, come tutti i non musulmani, bevendo non infrangono alcun precetto perché l’islam non è la loro religione. Tuttavia vendere e consumare alcol in pubblico resta illegale, e essere trovati in una di queste due situazioni non è piacevole neppure per le persone di confessione non islamica.

Da Isfahan muoviamo verso Teheran, passando però per la cittadina di Kashan, dove si trovano alcune case tradizionali particolarmente belle e ben conservate. E facciamo anche una gita nel villaggio di Abyaneh, famoso per le sue case rosse e per l’abbigliamento tradizionale delle donne, che si coprono il capo con un foulard bianco a fiori molto vistoso. Lungo la strada l’autista che ci porta ci mostra un sito militare, dove viene sviluppato parte del programma atomico dell’Iran che tanto preoccupa l’occidente. È una vasta fortezza recintata, che sorge nel mezzo di una valle desertica, circondata da montagne che invece, in questa regione, cominciano ad essere ricche di vegetazione. “Una volta mi si è fermata la macchina qui vicino, e subito è uscita una squadra di militari per controllare cos’era successo. Hanno chiamato i meccanici e mi hanno fatto ripartire in tutta fretta”, racconta l’uomo. Il suo racconto, forse un po’ enfatizzato, mostra però quanto i civili (e a maggior ragione gli stranieri) siano indesiderati accanto a questo tipo di istallazioni.
Torniamo infine a Tehran, dopo oltre tremila chilometri di viaggio. Ad accoglierci c’è la Torre Azadi, costruita durante l’epoca dello Scià. L’architetto che l’ha disegnata, Hossein Amanat, è un bahá’í, e sembra che nel progettare quello che – ironia della sorte – oggi è il simbolo di Teheran nel mondo abbia tenuto conto della simbologia numerica di questa religione perseguitata dalla repubblica islamica. A partire dal fatto che ogni lato della torre presenta nove finestre, così come ogni colonna è composta da nove strisce: questo è infatti il numero sacro per i bahá’í, tanto che anche la stella che simboleggia questa religione ha nove punte.
Il coast to coast, però, manca di un’ultima tappa: il Mar Caspio. Sulle rive del Caspio, che è in realtà il lago più grande del mondo e deve l’appellativo di mare alla salinità delle sue acque, non ci sono delle vere e proprie zone da visitare. La maggior parte dei villaggi costieri ospita ville e resort nei quali vengono a trascorrere le vacanze brevi gli abitanti della capitale, che da qui distano poche ore di macchine. È proprio in una di queste ville che terminiamo il viaggio. Sono in corso i tre giorni di festività in cui si commemora la morte di Khomeini, e diverse persone si sono riunite in una villa messa a disposizione dei proprietari: in Iran, dove buona parte della vita sociale si svolge negli appartamenti, mettere a disposizione le proprie case al mare o in montagna è una prassi piuttosto comune.
Mi ritrovo in un ambiente molto occidentalizzato e internazionale, come è spesso anche Teheran, e nella quiete di questa villa al mare sembra di essere in tutt’altro paese. Solo la vegetazione verdissima che copre le montagne, che cadono a strapiombo fin quasi dentro il mare, e le nuvole di umidità che le sovrastano, ti ricordano in che parte del mondo sei. Una donna mi racconta del giorno in cui Khomeini morì, nel 1989. “Un mio vecchio zio era molto religioso, ma contrario al regime di Khomeini. Quando apprese della sua morte si buttò in terra per ringraziare il signore”. In quegli anni l’Iran era un paese molto diverso da oggi, mi spiega. “Io ad esempio, non sarei mai andata in giro come fanno le ragazze ora. Non ne avrei avuto il coraggio. All’epoca i divieti erano molto più stretti. Oggi è diverso, ma le ragazze sono comunque molto coraggiose a fare quello che fanno”.
Al di là della diffidenza che le generazioni più giovani provano verso la rivoluzione, è però anche diffusa l’idea che chi era al potere in quegli anni, per quanto radicale, fosse tuttavia convinto di dover compiere una missione. Il giudizio sulla classe dirigente attuale è decisamente più inglorioso: vengono dipinti come affaristi, che sfruttano la rigidità del regime solo per i loro affari privati. Una situazione che, mutatis mutandis, ricorda da vicino il pantano in cui sono immerse anche certe democrazie occidentali.
Prima di concludere il viaggio e tornare in città, ci concediamo una gita in barca e un tuffo nelle acque scure del Caspio. La strada per il ritorno sarà un po’ lunga, per via del traffico dei vacanzieri che tornano a lavoro.

La sera della partenza incontro Dehgahn, uno scultore che vive tra Teheran e Londra. Dehgahn è un ragazzo pieno di energia e conosce molto bene la sua città. mi porta a fare un giro al sud, dove vive la popolazione più povera di Teheran e e le persone venute dai villaggi in città per lavorare. “Qui molti ragazzi del nord della città non si azzardano a metterci piede. Hanno paura. Ma questa è la vera Tehran. O almeno è vera qunto l’altra, ricca, che vive al nord”. Nonostante sia tardi c’è un bel via vai di macchine. Ci fermiamo in un posto che resta aperto tutta la notte dove servono spiedini di pecora e altre specialità. Ci sono lavoratori notturni intenti a fare uno spuntino e ragazzi che passano il tempo chiacchierando. “Il proprietario è molto ricco – mi racconta Dehghan – ma non si è mai mosso da questo quartiere. Né credo sia mai stato in Europa o da altre parti nel mondo. L’unico viaggio all’estero che ha fatto è il pellegrinaggio alla Mecca. Ci va spesso, perché se lo può permettere”.
Tornando verso il mio alloggio, dove devo recuperare le mie cose prima di mettermi in viaggio per l’aeroporto, Dehghan accende lo stereo. Mi fa ascoltare una canzone, una sorta di rap che mi traduce a spezzoni. Parla della speranza che l’Iran smetta di vedere i suoi figli uccidersi tra loro. Il riferimento alla repressione del 2009 è evidente, ma non esplicito. “Questo tipo di arte mi piace molto, la capacità di saper parlare di cosa c’è sotto alle cose e di descrivere davvero i sentimenti che si provano davanto a un avvenimento del genere. Il rischio di molti artisti, specie nel cinema, è che non avendo speranza di fare vedere in Iran il proprio lavoro, lo concepiscono apposta per l’Europa. Tanto sanno che, in quanto iraniani, saranno accolti nei festival europei, specie se parlano di Iran così come l’Europa se l’aspetta. Ci sono diversi artisti – che secondo me non sono un granché – che grazie a questa formula si sono creati la loro visibilità. Però io continuo a pensare che l’arte non sta nel messaggio che porti, ma in come lo dici e nella capacità di intercettare i sentimenti delle persone al di là degli schemi”.

[da Il Reportage n°8 – ottobre-dicembre 2011]

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