Digestione all’italiana. Una riflessione sulla vetrina giovani alla Biennale Teatro

L’accostamento tra i grandi maestri europei e la vetrina di giovani compagnie italiane Young Italian Brunch, proposto dalla Biennale Teatro, è uno spunto ineludibile per riflettere su quello che accade nel nostro paese a livello produttivo, dove l’etichetta “giovane” è allo stesso tempo una chiave d’accesso al circuito distributivo e una gabbia dalla quale si esce a fatica, magari solo per essere dimenticati. Basti pensare che una delle compagnie in programma, Ricci/Forte, è composta da due persone coetanee di Ostermeier e maggiori d’età del leone d’argento Kaegi. O che una compagnia di trentenni come i Santasangre ha alle spalle una carriera ultradecennale.
Non è per fare polemica: la vetrina per gli operatori internazionali è uno strumento utilissimo e le compagnie in programma non hanno certo la visibilità dei maestri. Ma più che una ricognizione, Young Italian Brunch sembra la consacrazione di un movimento teatrale. Che, in buona parte, è già accolto nella piazze d’Europa, ognuno secondo un percorso diverso: da chi ha il sostegno di istituzioni e festival a chi si è costruito una strada autonoma in modo ostinato. Insistere sull’aggettivo “giovane” comporta dunque un doppio rischio, di ghettizzazione e di poca chiarezza – a meno che con “giovane” non si voglia sancire un dato oggettivo, che è il differente trattamento economico che normalmente è riservato a queste realtà.
C’è poi un appunto estetico. Mentre la ricognizione sui maestri ci mostra un dibattito tutto proteso verso la drammaturgia, in buona parte testuale (perfino Jan Fabre e Romeo Castellucci), Young Italian Brunch mette in rassegna spettacoli fortemente visivi, con un’unica eccezione. Come se l’ultima generazione teatrale – intesa stavolta per debutto, non per età – stesse andando da tutt’altra parte rispetto all’Europa, seguendo esclusivamente le orme del teatro immagine. Così non è. Anzi, se c’è un tratto di assoluta discontinuità con il passato, questo è vero soprattutto per la profonda pluralità espressiva che caratterizza la nuova scena.
La scelta di questo tipo di linguaggio in via esclusiva sembrerebbe, a prima vista, orientata alla facilità di esportazione: senza parole, si aggirano gli steccati culturali. Ma, rovesciando il discorso, viene un dubbio ulteriore: investire su altri tipi di linguaggio significherebbe trovare risorse per traduzioni, sopratitoli e magari adattamenti in inglese; investimenti che, coi chiari di luna delle crisi economiche, sembrano una velleità. Che la ragione sia l’una, l’altra o un misto delle due, il risultato esaspera la ghettizzazione dei cosiddetti giovani, destinati a costringere il proprio lavoro entro formule riconoscibili che li identificano in quanto tali. Un teatro che è spesso ricerca dello shock visivo.
Questo ragionamento, ça va sans dire, va fatto a prescindere dal valore delle cinque compagnie in rassegna, il cui spessore artistico è già noto al pubblico e alla critica. Ma agli operatori andrebbe chiesto uno sforzo in più. Perché – e questo non accade solo nel mondo del teatro – gli operatori adottano delle scorciatoie, tra cui quella più usata è scegliere un tratto formale per giustificare una scelta. Faccio un esempio: nel festival delle palline rosse tutte le palline rosse vanno in rassegna; poco importa se la pallina è perfettamente sferica oppure bitorzoluta, basta che abbia il colore giusto. Ecco, se l’operatore fosse un intenditore e uno spacciatore di sfericità, forse potremmo abbinare le palline rosse a quelle gialle e quelle verdi senza nessun rischio di fraintendimento.

NB: i sette “maestri” in cartellone sono: Rocardo Bartís, Calixto Bieito, Romeo Castellucci, Jan Fabre, Rodrigo García, Jan Lauwers, Thomas Ostermeier – i cinque giovani sono: Anagoor, Muta Imago, Ricci/Forte, Santasangre, Teatro Persona.

[da L’Ottavo Peccato n°5 – quotidiano dell’osservatorio critico della Biennale Teatro]

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