La mutazione del re-censore

Il posto del poeta a teatro è in fondo a destra, vicino all’uscita. Così diceva causticamente Jacques Copeau dei drammaturghi. E il posto del critico qual è? A sonnecchiare sprofondato in poltrona, come suggeriva Flaiano? O accanto all’artista, a militare per questa o quella fazione? Sui giornali, per rendere il teatro accessibile ai profani, o nelle università, a elaborare sofisticate riflessioni che parlano un lessico per iniziati?
Certo è che oggi la critica sta vivendo una profonda mutazione. La figura del critico che istruisce il pubblico dalle pagine di un quotidiano sta sparendo. Il web ha aperto nuove strade, recuperando l’immediatezza di una scrittura che sembrava relegata a mensili e trimestrali, ma pone nuovi interrogativi: chi legge la critica? E per quale scopo?
Dal canto loro gli artisti vivono un rapporto altalenante con la critica: c’è chi vorrebbe vedere eroso il suo potere di giudizio, riconoscendo questa facoltà solo al pubblico, e chi vede nell’opinione “sofisticata” da anni di visione un valore aggiunto. La scommessa maggiore, tuttavia, il critico deve giocarla col pubblico: se agli artisti può servire un occhio esterno, una mediazione, questo è altrettanto vero oggi per gli spettatori?

[da L’Ottavo Peccato n°1 – quotidiano dell’osservatorio critico della Biennale Teatro]

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