L’isola Ferdinandea. Storia di una disputa internazionale

La definizione di uno stato sovrano è qualcosa che ha a che vedere con la storia delle comunità umane, e come tale non è definito una volta per tutte e in modo insindacabile, ma muta col mutare degli eventi e della storia. Questo processo, inevitabilmente, crea della contraddizioni, delle zone d’ombra – e chi cerca di dare vita a una micronazione lo sa bene, ed è proprio in queste crepe della giurisdizione internazionale che cerca di infilarsi per concretizzare la propria utopia. In fondo non sono estranei ad azioni di questo tipo neppure i governi delle grandi potenze, che quando si tratta di estendere o consolidare il proprio dominio si sentono liberi di proclamare la propria sovranità su qualunque territorio non ricada già sotto l’influenza di altre nazioni. Il che alle volte dà origine a delle dispute internazionali che hanno risvolti decisamente paradossali, come nel caso dell’Isola Ferdinandea,  eccellete riferimento storico per i pionieri del micronazionalismo. 

L’isola Ferdinandea, conosciuta anche come “banco di Graham”, è un lembo di roccia che si trova nel tratto di mare tra l’isola di Pantelleria e il comune di Sciacca, nella provincia di Agrigento. Oggi questo banco di roccia si trova sei metri sotto il livello del mare, ma nel 1831 l’isola emerse dalle acque a causa dell’intensa attività vulcanica della zona. Quando fu avvistata misurava circa quattro chilometri quadrati di superficie e si estendeva in altezza fino a 65 metri oltre il livello del mare. La forma dell’isola era conica, essendo formata sostanzialmente dalla bocca del vulcano e dai materiali scaturiti dall’eruzione. Due laghetti sulfurei, in costante ebollizione, si trovavano accanto alla bocca del vulcano – che altro non era se non una bocca secondaria di un vulcano sottomarino ben più grande, chiamato Empedocle, che si trova in quel tratto di mare.
I primi avvistamenti del fenomeno avvennero verso la fine di giugno, dopo alcune scosse di terremoto che si sentirono fino Palermo. Diversi marinai, passando per quel tratto di mare, avvistarono colonne di fumo e altro materiale che fuoriusciva dalla acque, registrando anche una moria di pesci nella zona. Il 7 luglio la nave «Gustavo» avvistò un isolotto di circa 8 metri di diametro; ma l’emersione definitiva avvenne con la scossa successiva, nella notte tra il 10 e l’11 luglio, quando la misteriosa isola raggiunse la sua estensione definitiva e si assestò – almeno così sembrava.
L’apparizione della nuova terra destò immediatamente l’interesse delle potenze europee, che vedevano in quel piccolo avamposto una posizione strategica nel mediterraneo. La prima a rivendicarne il possesso, in nome di sua maestà, fu l’Inghilterra: l’ammiraglio sir Percival Otham, che si trovava in quel tratto di mare, spedì il capitano Jenhouse a piantare l’union jack sulla nuova isola, ribattezzata per l’occasione Isola di Graham – nome che ancora oggi contraddistingue il banco sottomarino. Era il 24 agosto del 1831.
La presa di posizione inglese mandò su tutte le furie il Regno delle Due Sicilie, poiché l’isola era comparsa nelle sue acque. Fu la popolazione stessa a chiedere al sovrano Ferdinado II di Borbone di prendere provvedimenti per rivendicarne la proprietà – nel frattempo gli abitanti della costa sudoccidentale ribattezzarono l’isola Corrao, dal nome del capitano a cui fecero pervenire la richiesta. In effetti i primi a fare rilevamenti sull’isola non furono i marinai inglesi, bensì il geologo tedesco Karl Hoffman dell’università di Berlino, che si trovava in Sicilia per caso. Subito dopo il fisico Domenico Scinà, inviato dal governo borbonico, fece ulteriori rilievi, mentre il professor Carlo Gemmellaro dell’università di Catania stilò una relazione sull’improvvisa comparsa dell’isola.
Ma l’Inghilterra non fu la sola a interessarsi dell’isola senza interpellare i Borbone. La Francia, preoccupata dalla risoluzione inglese, inviò sul posto un’imbarcazione guidata dal capitano Jean La Pierre, che trasportava una spedizione diretta dal geologo Constant Prévost alla quale partecipava anche il pittore Edmond Joinville. La spedizione francese, partita il 26 settembre, si concluse il 29 dopo aver condotto approfonditi studi e rilevamenti; la relazione di Prévost metteva in luce come i materiali di cui era fatta l’isola fossero facilmente erodibili dai flutti, e che quindi l’isola si sarebbe potuta inabissare in modo repentino. Ciò nonostante anche i francesi decisero di rivendicarne il possesso: la ribattezzarono Isola Iulia, dal nome del mese della sua comparsa, posero una targa in memoria della spedizione e innalzarono il tricolore francese sulla sommità dell’isola.
A quel punto, visto che l’interesse delle due grandi potenze non accennava a diminuire, re Ferdinando II decise di prendere posizione, ricordando che l’isola era comparsa nelle acque del Regno delle Sicilie. Il capitano Corrao, alla guida della corvetta Etna, fu inviato a piantare la bandiera borbonica sull’isola, che fu ribattezzata Ferdinandea in onore del sovrano. La cosa non passò inosservata, e sfiorò persino l’incidente diplomatico con una fregata inglese di stanza nel mediterraneo, ma la questione venne rinviata ai rispettivi governi.
A ottobre il governo siciliano scrisse ai governi di Francia e Inghilterra per ribadire le proprie ragioni, ma era già troppo tardi. L’isola cominciò a inabissarsi. I primi di novembre gli avvistamenti riferivano di un’altezza ridotta a venti metri, e a metà mese si potevano avvistare soltanto alcune porzioni dell’isola emergere dalle acque. L’8 dicembre il capitano Allotta, a bordo del brigantino Achille, segnalò il suo completo inabissamento.
Successivamente l’isola ricomparve e scomparve varie volte, nel 1846 e nel 1863, dando di nuovo il là a possibili dispute territoriali: Francia e Inghilterra, difatti, non avevano mai risposto alle sollecitazioni di Ferdinando II. E oltre un secolo dopo la questione non si era ancora esaurita. Nel 1968, dopo il terremoto nella Valle del Belice, le acque attorno al banco di Graham cominciarono a ribollire; si parlò di una possibile ricomparsa dell’isola, notizia che ebbe come effetto alcuni movimenti strategici delle navi britanniche che si trovavano nelle acque internazionali del Mediterraneo. L’isola non riemerse, ma per prevenire nuove eventuali rivendicazioni, la popolazione della Sicilia pose una targa sulla superficie del banco di Graham con la scritta “L’Isola Ferdinandea era e resta dei siciliani”.
In realtà il dibattito su chi abbia diritto alla sovranità sull’isola nel caso di una sua nuova emersione sono ormai più che altro un esercizio ludico: il diritto internazionale odierno, a differenza di quello ottocentesco, si avvale della concezione di “piattaforma continentale”, che riconosce allo stato costiero nelle vicinanze il diritto di esercitare la propria sovranità anche sui fondali marini che costituiscono il suo naturale prolungamento. Perciò, nonostante il Regno delle De Sicilie non esista più, l’Italia avrebbe giurisdizione sull’isola senza bisogno di alcuna proclamazione.
Ma il ricordo delle dispute per una terra che ogni volta scompariva prima che si potesse stabilire con certezza a chi appartenesse, non ha abbandonato la gente di Sciacca e della Sicilia. Nel 2002, quando a seguito di una scossa sismica si parlò di una possibile riemersione dell’isola, alcuni sommozzatori italiani piantarono il tricolore sulla cima del vulcano sottomarino, per prevenire nuove dispute. La sommità dell’isola – che nel 1986 venne persino scambiata per un sottomarino libico dall’aviazione statunitense, e colpita con un missile – rimase a circa sei metri sotto il livello del mare, dove si trova tutt’ora.

[da Nazione Indiana]

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