Al Valle gli stati generali della cultura

Non solo arte al Valle Occupato. Questo raccontano gli “stati generali della cultura”, titolo dell’incontro pubblico di questo venerdì 30 settembre, che vede teatranti, cineasti, scrittori, ma anche ricercatori, precari, tecnici e studenti, ragionare insieme sullo stato in cui versa il settore della conoscenza nel nostro paese. Perché la crisi che interessa questo settore è specchio di una più profonda crisi di identità e di governance del nostro paese. Non si è parlato, perciò, di teatri che chiudono, ma di un’economia pubblica ostaggio dei diktat della finanzia mondiale, che rende la sovranità del parlamento in materia economia del tutto velleitaria. E, a ricasco, di una politica culturale che non esiste.

Ad aprire la giornata, oltre all’intervento degli occupanti del Valle, c’è l’analisi di Christian Raimo, che parla a nome del movimento Tq, gli scrittori trenta-quarantenni. Raimo sviluppa il concetto di deficit di democrazia che ha proposto più volte nel corso delle assemblee pubbliche del Valle, in una direzione che chiama “deficit di verità”, secondo cui il racconto della realtà che ci viene proposto dalle istituzioni è fortemente elusivo delle questioni fondamentali. È il racconto della crisi, che non prevede altra possibile risposta – da parte delle istituzioni – che quella di tirare la cinghia e aspettare che passi. L’intervento di Renato Nicolini, che inventò l’estate romana tanti anni fa, traccia poi un parallelo interessante con gli anni dell’austerity e la crisi del petrolio, negli anni Settata. “Roma impiegò tantissimo tempo ad uscire dalla logica regressiva dove si era cacciata”, racconta Nicolini. Mentre investire sulla cultura – e i dati portati in assemblea tracciano un quadro di aumento costante della domanda di consumo culturale nel nostro paese – non solo potrebbe risultare virtuoso, ma è l’unico motore per una ripresa della speranza, del respiro artistico e intellettuale del nostro paese.

Ma qui sta il punto. In Italia il settore della conoscenza non deve affrontare solo le finanze magre dovute alla crisi: deve anche far fronte a un sistema politico che sta cercando di smantellare ogni tassello della formazione pubblica, e a una sclerotizzazione delle grandi istituzioni culturali che hanno creato delle rendite di posizioni che oggi, anche da sinistra, andrebbero messe radicalmente in discussione. La lamentatio – in parte inevitabile – dei musicisti, degli attori, dei registi, dei tecnici, dei ricercatori, traccia in questo senso un panorama desolante dell’Italia, ostaggio di baronati, di politici incompetenti, di gestioni clientelari. Aspetti tra loro diversi di un sistema complesso accumunato però da un tratto comune: il nesso di pertinenza tra chi deve ricoprire un ruolo – politico, amministrativo, di progettazione – è oggi completamente saltato nel settore della conoscenza, e quando si verifica è un’eccezione.

Al Valle gli Stati Generali della cultura proseguono. Dopo la parte destruens della mattina, sarà la volta delle proposte. Ma la grande energia che serpeggia tra i velluti rossi dello storico teatro romano racconta di una cittadinanza che si è stancata di lamentarsi. E che alle parole è intenzionata a far seguire i fatti.

[da Paese Sera]

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