Il potere picaresco. Il Castello di Kafka secondo Corsetti

Il Castello di Kafka è una potente metafora del potere burocatico, divenuta un classico del Novecento proprio per il modo in cui lo scrittore praghese ha tratteggiato il lato angoscioso del rapporto con un’autorità inarrivabile. Anche perché per Kafka questa inarrivabilità è tutt’altro che unidirezionale: non c’è solo il potere che si arrocca nel Castello, ci sono anche i labirinti mentali in cui i sottoposti si perdono immaginando il proprio ruolo rispetto al potere.
Il «Castello» allestito da Giorgio Barberio Corsetti – in scena al Teatro India di Roma fino al 2 ottobre – colpisce invece per la scelta di puntare su toni insoliti. Perché il regista romano ne dà una versione certamente onirica, ma che in certi momenti risulta picaresca e persino scanzonata, grazie anche al ritmo impresso allo spettacolo dalla band Statale 66 che esegue le musiche dal vivo. Una scelta insolita perché, nel corso degli anni, ci siamo abituati ad accostare – da italiani – la metafora kafkiana al nostro modello di italietta polverosa e provinciale, asfittica e conservatrice, simboleggiata dalla pletora di burocrati malvestiti che sono stati il simbolo di quasi mezzo secolo di potere democristiano. Un potere che, tuttavia, conservava per intero la sua aurea di inarrivabilità, di timore, che tracciava con mano ferma una cappa plumbea sulla vita politica italiana che, con il Castello, aveva in comune l’angosciosa immagine del muro di gomma. Tanto che “kafkiano” è da sempra tra gli agettivi più usati nel dibatto pubblico del nostro paese.

Cosa c’entra allora questo con la nostra odierna Italia di nani e ballerine che danzano spensieratamente il bunga bunga nella sala da ballo del Titanic? C’entra eccome. Ha ragione Corsetti a fare questo accostamento, che si traduce in uno spettacolo di grande spessore e vivacità che è certamente la cosa migliore che il regista romano ha portato in scena nell’ultimo periodo. Perché la cortina di fumo e paillette che copre il Castello odierno non è affatto diversa, nella stostanza, dalla cappa plumbea della burocrazia novecentesca. È sempre un potere per iniziati, che ricade su una massa di cooptati che devono adeguare le proprie biografie alle richieste del potente. Il risultato è comunque un’abbandono dell’identità, se vogliamo persino maggiore di quanto accadeva nel sistema che lo ha precdeuto. Ed è proprio questo aderire a livello biografico al racconto del potere – questo dare “soluzioni biografiche a problemi sistemici”, come afferma il sociologo Ulrich Beck – che rende il potere stesso apparentemnete intangibile. La storia dell’emarginazione della famiglia di Barbana, il messaggero, la cui colpa è tanto più consistente tanto più il potere insiste nel non sanzionarla in modo concreto e ufficiale, è in questo senso l’emblema di un potere che si reifica nella mente delle persone prima ancora che in qualunque altra sua manifestazione. Tanto più che Klamm, l’oscuro e potentissimo funzionario del Castello, è calco quasi perfetto della parola “klam”, che in lingua ceca vuol dire “illusione”.
È questo il più oscuro labirinto della mente, che Corsetti rende magistralmente con la scelta di allestire uno spettacolo itinerante – una delle sue cifre più caratteristiche – che traforma per una sera il Teatro India in un ambiente borgesiano, uno splendido ed enigmatico spazio da attraversare, grazie anche alle suggestive scenografie in cartone elaborate assieme a Massimo Troncanetti, che si squadernano trasformando in continuazione l’ambiente, quasi fosse anch’esso (il Castello) un essere dotato di una propria autonoma volontà.

Ma c’è un aspetto, dello spettacolo di Corsetti, che sembra contestare l’impenetrabilità del Castello, o che almeno testimonia la volontà di non arrendersi alla sua matrice onnicomprensiva. È l’energia e la tenacia dell’agrimensore K., impersonato ottimamente dall’attore ceco Ivan Franek, che sembra intenzionato a non lasciarsi andare né a subire passivamente le ingiustizie che gli capitano. Il suo K. – uno straniero che non parla bene l’italiano, non a caso – è molto lontano dall’emblema dell’uomo frustrato e impotente di fronte al potere, di cui il personaggio kafkiano è stato l’emblema per buona perte della critica del secolo scorso. La sua grinta sembra quasi un’esortazione a non arrendersi allo stato delle cose.
Un K. che non si arrende ha perfino il diritto di sognare. Tanto che l’epilogo dello spettacolo vira verso la sua vicenda sentimentale con Frieda, interpretata da una giovane e brava Mary Di Tommaso. E il cast convincente, dove spicca Patrizia Romeo nel ruolo di Olga, è composto anche da Fortunato Leccese, Fabrizio Lombardo, Alessandro Riceci e Giorgio Sorrentino, sono una della colonne su cui poggia lo spettacolo.

[da Paese Sera]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...