La rivincita dei nerd. La solitudine telematica di Joseph / Sciarroni

Entrando a vedere «Joseph» di Alessandro Sciarroni si viene catapultati in una sorta di danza della solitudine, priva però di autismo e compiacimento. Si, perché il performer di fronte a noi si lancia in una serie di azioni che da un lato sono il frutto della solitudine dell’homo videns – l’esplorazione giocosa e priva di senso dei tanti strumenti che ci forniscono oggi i computer portatili, sfiorando apertamente quello che in gergo comune è definito “cazzeggio”; ma dall’altro, in questa azione, il pubblico è un soggetto completamente presente nel pensiero del performer.
A questa doppia dimensione corrisponde un doppio piano di visione: da un lato lo schermo, dove è proiettato il desktop del computer; dall’altro la scena, dove Sciarroni si muove completamente. La prima metà del lavoro è giocata sugli effetti di manipolazione dell’immagine della web cam. Così, nella distorsione a vortice dell’immagine, Joseph può lanciarsi in una danza immaginaria che vede il suo corpo contorcersi come una girandola, come se fosse un cartone animato. Oppure “nascondersi” nella parte cieca della ripresa quando l’immagine si sdoppia a specchi, e far proiettare solo un braccio o una gamba, che raddoppiati si trasformano in strani oggetti biomorfi, come fossero degli uccelli fatti di membra umane.

La seconda parte del lavoro è giocata on-line, su Chatroulette, un programma che connette casualmente due utenti qualunque, i quali hanno la possibilità di restare o “scippare” verso l’utente causale successivo. Voyeurismo, masturbazione o semplice curiosità – sono questi di solito le pulsioni che spingono le persone a connettersi – devono fare i conti con l’incredulità di trovarsi catapultati dentro uno spettacolo (anche il pubblico dietro Sciarroni è visibile). In pochi capiscono che cosa sta accadendo, ma più di uno resta calamitato dall’imprevisto di ritrovarsi – tra tante facce inermi e qualche corpo nudo – di fronte a un uomo barbuto vestito da Batman che balla una danza improbabile e buffa.
Alle volte sorge il dubbio di trovarsi di fronte a un lavoro che, pur con i tempi giusti e la giusta dose di ironia, si limita a sondare lo “stato della tecnica” e portarcelo in scena. Se non fosse, però, che dietro gli atti bizzarri e privi di filtro di Joseph, e la sua aria da nerd di cui ridiamo, si nasconde tutta la solitudine della nostra epoca – che può essere dura, ma può anche presentarsi con la morbidezza di questo spettacolo, in un avvitarsi senza fine verso la perdita del senso – di cui lo schermo del computer, con la sua promessa di “socialità”, è al contempo lo specchio più fedele e la chimera più feroce.

Alessandro Sciarroni proviene dal variegato contesto dell’arte performativa e con «Joseph», presentato a Short Theatre, non ha solo dato vita a una performance fresca e coinvolgente, ma ha anche dimostrato di sapere dare una temporalità teatrale alla sua ricerca. Non è cosa da poco, perché di solito l’arte performativa, che si confronta di più con i codici dell’arte contemporanea, quando si immerge nel buio della sala teatrale inciampa soprattutto nella difficoltà di capire il “tempo a teatro” – rapportarsi ad esso e di conseguenza al tempo del pubblico. Finché si muove nell’ambito dei musei e delle situazioni estemporanee, dove la fruizione è dettata dal passaggio casuale dello spettatore, il tempo della performance è giustamente qualcosa di rarefatto e forse poco significante. A teatro, invece, si lega a doppio filo col senso, ha una funzione realmente “drammaturgica” che è spesso lo scoglio che i performer non sanno superare. Non è così per «Joseph» e per Sciarroni, che non a caso, al Macro di Roma, ha registrato un grande successo di pubblico.

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