Immaginario malato – Oh no, la scuola pop no!

Ieri su Repubblica on line è uscita un’intervista al rapper Frankie Hi-Nrg che si intitolava «Salviamo la scuola, rendiamola pop». Il succo era che la scuola potrebbe essere resa più divertente, potrebbe divertire – perfino intrattenere – gli studenti. Come? diventando pop. Mettendo accanto a Platone Lady Gaga.
Leggendo l’intervista la prima cosa che mi sono chiesto è perché? Perché, a intervalli regolari, c’è qualcuno se ne esce con queste affermazioni. Qualche tempo fa fu la volta di Alessandro Baricco, che voleva togliere i soldi alla cultura per darli alla tv. Perché quello è il mezzo che arriva alla gente, e i soldi glieli diamo per fare contenuti migliori. Sì, come no.
Al perché mi sono risposto con un quanto. Quanto abbiamo introiettato l’idea di consenso per arrivare a queste affermazioni? Quanto il consenso è ormai il fine ultimo di chi ha una qualunque audience, che sia un politico o un attore, un poeta che leggono in quattro o un musicista milionario? Ci interessano solo i numeri: a quante persone arriva quello che facciamo, quanto vasto e seduttivo è il nostro messaggio. Ma il contenuto? Quello è secondario, quando non superfluo.
Cercare il consenso, anziché cercare di fare cose sensate, è quello che ha ridotto la politica di oggi quella che è. E la televisione. In parte il cinema, la letteratura e il teatro. Insomma, il consenso ha infettato il linguaggio. Perché il nostro schema di riferimento è ancora unidirezionale: chi parla, da un qualsiasi pulpito, deve sedurre il suo pubblico, renderlo contento. E basta. La forma dialogica non è contemplata. I ruoli sono chiari: il politico e il cittadino-utente, il professore e l’insegnante, la star e il pubblico. Ed è chiaro che vale la pena vivere solo se si ricopre il primo di questi due ruoli: il disinteresse dei ragazzi per la scuola, e il loro (ma non solo il loro) estremo interesse per tutto quello che può farti balzare di colpo e senza fatica ai vertici della scala sociale, a me comunica questo, e non che la scuola è noiosa perché noiosa.

Intendiamoci, la scuola ha un sacco di problemi. E tra i più seri c’è anche il fatto che molti professori non sanno insegnare. Niente di nuovo, però. Di quelli che ho avuto io, ormai quasi venti anni fa, pochissimi avevano la vocazione di insegnare. Perché di vocazione si tratta. Alcuni di quelli che non ce l’avevano dimostravano comunque un certo impegno: qualcuno perché sentiva di svolgere un compito importante, qualcun altro per il prestigio che derivava dal fatto di essere un professore, anche al liceo. Ma oggi quale prestigio deriva dal lavorare nella scuola? E chi, tra i lavoratori della conoscenza, non dubita ormai del senso del proprio lavoro?
Le idee di Baricco e Hi-Nrg non vanno nella direzione di rinnovare la cultura, ma di farla sprofondare sempre di più nel chiacchiericcio mediatico. Il problema, però, oggi come oggi, non è essere esperti di quel chiacchiericcio (quanti tuttologi e commentatori televisivi servono a una nazione?), quanto distinguere il grano dal loglio. Lo dimostra un articolo apparso su Repubblica oggi, che racconta l’indignazione degli studenti che hanno sostenuto il test d’ingresso al corso di laurea in professioni sanitarie all’Università La Sapienza di Roma. Tra le domande del test c’era “quali sono i gusti tipici delle storiche grattachecche della Sora Maria, nel quartiere Trionfale di Roma?”. Ecco un bell’esempio di pop, di commistione tra cultura alta e cultura bassa. Certo, la Sora Maria non è globalmente nota come Lady Gaga, ma chi lo dice che il pop capitolino valga meno di quello americano? E se invece avesse una sfumatura antropologica che lo rende anche più interessante? Resta il fatto che gli studenti non romani non sapevano nemmeno di cosa si stesse parlando, e quelli che lo sapevano hanno comunque sollevato il dubbio che questo tipo di cultura generale abbia a che fare qualcosa col loro futuro corso di laurea.

Non so se Frankie Hi-Nrg avesse in mente come modello l’istituto sperimentale “Marilyn Monroe”, ma il pop come motore seduttivo della cultura non è certo una novità. In questi anni diversi filosofi si sono già cimentati, ad esempio, nella discettazione in chiave filosofica di cose come la pornografia, oppure hanno analizzato i Simpson come famiglia archetipica. Il risultato sono stati dei bei libri che hanno venduto più di quanto vendano abitualmente i saggi del settore, ma che certo non hanno cambiato la storia del pensiero umano.
Frankie Hi-Nrg, in un verso della sua canzone per la scuola pop, dice: “finalmente la scuola ti svaga”. Ah sì? In tanti anni non mi è mai capitato di studiare per svagarmi. Amo svagarmi, ma personalmente scelgo altri sistemi. Lo studio invece richiede concentrazione, lo sanno anche i muri. Per questo produce evoluzione del pensiero. È una cosa difficile, perché occorre entrare dentro altri mondi, altri sistemi di pensiero, confrontarsi con essi, acquisirli e metterli in discussione. Un processo che può produrre anche un fortissimo piacere intellettuale, ma dopo un percorso piuttosto faticoso.
Non dico che bisogna per forza tornare allo “studio matto e disperatissimo” (chi sto citando? Rispondete senza consultare google, per favore) o legarsi alla sedia per pronunciare il fatidico “volli, sempre volli, fortissimamente volli” (idem). Però riflettiamo su quali sono stati i risultati di questi due signori, il tipo di cultura che hanno prodotto, e come la forza del loro pensiero e delle loro parole sia arrivata fino ai nostri giorni senza bisogno di amplificazione mediatica. E lo stesso vale per Platone. Non so se tra cent’anni potremo dire esattamente lo stesso anche per Lady Gaga.

[da Paese Sera]

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