Periferie, va in scena l’incertezza. Il destino dei teatri di cintura di Roma

A estate inoltrata, quando solitamente le stagioni dei teatri pubblici sono completate da un pezzo, sui teatri di cintura regna l’incertezza. A luglio l’assessore alla cultura della Provincia di Roma Cecilia d’Elia ha inviato una lettera ai suoi omologhi di Comune e Regione per capire cosa accadrà allo scadere della convenzione triennale con cui i tre enti finanziano il progetto della cintura, che scade nel 2011. Al Comune, tuttavia, regna l’attendismo, con gravi ripercussioni sulla programmazione degli spazi.
La cintura dei teatri metropolitani, affidata al Teatro di Roma, comprende il Teatro di Tor Bella Monaca, il Teatro del Quarticciolo e il Teatro del Lido, quest’ultimo mai ufficialmente integrato nel progetto a causa del mancato trasferimento allo stabile cittadino. Alemanno, al suo insediamento, polemizzò con Veltroni sulla gestione del teatro di Ostia, affidato originariamente a Palaexpò. Di fatto, però, lo spazio è chiuso dall’inizio del suo mandato, cioè dal giugno del 2008. Le associazioni che lo hanno fondato, occupando lo stabile, lo hanno rioccupato dal febbraio del 2010 in attesa che qualcosa si sblocchi e il personale del teatro venga riassunto. Ma nulla si è mosso.
«Il circuito della cintura non è mai davvero decollato, nonostante il grande lavoro fatto dal Teatro di Roma – afferma l’assessore d’Elia –. Purtroppo anche lo stabile, dopo le dimissioni di Giovanna Marinelli, è rimasto un anno senza direzione e tutto è stato rallentato. Questo sarebbe il momento di investire, ma il meccanismo della convenzione segue l’anno solare, mentre i teatri sono programmati a stagione. A fine 2011 tutto torna nelle mani del Comune, e non è chiaro se la convenzione, che vede la Provincia impegnarsi con 250 mila euro l’anno e la Regione con 450 mila, sarà rinnovata».
Al Teatro di Roma spiegano che in queste condizioni è impossibile programmare. «La cintura è un esperienza fondamentale per la città e per lo stabile – dice il Presidente del Teatro di Roma Franco Scaglia – ma noi non possiamo lavorare seguendo questa logica: dovremmo programmare solo fino a dicembre, poi non siamo più responsabili. Invece abbiamo molti progetti su quegli spazi. Lì si fa un servizio importante, perché la cittadinanza non è solo quella che vive in centro e fruisce del Teatro Argentina e del Teatro India. A Tor Bella Monaca, ad esempio, vive l’80 per cento della popolazione musulmana di Roma: vorremmo realizzare progetti anche tenendo conto di queste specificità».
Per Giulia Rodano, che è stata assessore alla cultura in Regione e oggi siede in commissione, il rischio è la chiusura. «Temo si stia tornando all’ipotesi privatizzazione, visto anche quanto sta accadendo con il Valle. Ma è un’illusione: viste le dimensioni nessun privato potrebbe gestire quei teatri guadagnandoci. Questi spazi, invece, sono un’opportunità per Roma». Un’opportunità che può mettere in rete una serie di progetti che già si muovono sul territorio. L’esperienza della regista Veronica Cruciani al Quarticciolo lo dimostra: in tre anni ha condotto tre diversi laboratori con attori professionisti, non professionisti e gente del quartiere, su tematiche spesso connesse alla memoria del Quarticciolo. La partecipazione è stata altissima. «La formula migliore, in posti come il Quarticciolo, è quella del Teatro popolare d’arte. Proposte di qualità con un buon grado di accessibilità. È la qualità artistica a produrre un effetto sul territorio, e i risultati dei laboratori lo dimostrano. Ora però c’è il problema di non dissipare quanto ottenuto: si è creata una grande aspettativa nella gente del quartiere, che rischia di venire disattesa».
Anche Rodano e  d’Elia puntano sulla qualità della proposta. «Non possono essere teatri di serie B – spiega Rodano – qui deve passare la scena contemporanea e anche parte di quello che oggi va all’Argentina». Ma per dare vita a progetti che tengano insieme qualità e lavoro sul territorio occorre uscire dalla logica dei grandi nomi, che ha tenuto banco finora. «Placido, Mastandrea, hanno fatto un buon lavoro – dice d’Elia – ma per il futuro occorre una logica che produca un effetto diverso. Anche perché il Teatro di Roma un direttore già ce l’ha. Ma accanto a questo occorrono delle persone che abbiano il tempo di starci, in questi luoghi, che giorno dopo giorno entrino in contatto col territorio». Il Presidente Scaglia, in accordo con questa ipotesi, lancia un’idea: «Si potrebbero creare delle residenze di giovani registi e compagnie della scena contemporanea, che tengano anche laboratori. Il teatro è un’occasione di crescita che non può passare solo per la programmazione di una stagione».

[da Paese Sera – mensile n°4 / settembre 2011]

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