A Segni Cristicchi racconta «Li romani in Russia»

Contemporanea è la crisi. Con questo slogan ad effetto torna Contemporanea, festival di fine estate che dal 26 agosto al 4 settembre animerà le piazze di Segni e Colleferro. Dopo l’edizione “zero” dello scorso anno, il progetto ideato e organizzato dal Kollatino Underground di Roma presenta un programma ricco e all’insegna della pluralità espressiva, con un tratto comune univoco e forte: la contemporaneità e la scena che la rappresenta. Gli abitanti della zone dei monti lepini potranno vedere gli spettacoli delle compagnie più rappresentative della nuova generazione teatrale, come i veronesi Babilonia Teatri, i faentini Menoventi e i romani Santasagre. Ma anche nomi storici della scena romana come Caterina Inesi con Immobile Paziente, Margine Operativo e Capotrave, compagnia a cavallo tra Roma e la Toscana ideatrice del festival Kilowatt, vincitore del premio ubu (il programma completo è su http://www.contemporaneateatro.org).
I nomi più conosciuti dal pubblico non teatrale saranno certamente i rappresentati del filone più narrativo, Ulderico Pesce che presenta il suo «Asso di Monnezza» sulle eco mafie, e Simone Cristicchi. Il cantante romano è protagonista e ideatore della messa in scena del poema romanesco “Li romani in Russia” di Elia Marcelli, che è già diventato un piccolo classico. Il poema racconta in il dramma della spedizione in Russia dei soldati italiani durante la seconda guerra mondiale, ed è un piccolo gioiello della poesia romanesca che Cristicchi ha contribuito a far conoscere a un pubblico più vasto. Gli abitanti di Segni aspettano con ansia questo lavoro, perché diversi loro concittadini hanno preso parte a quella spedizione, e il centro anziani del paese è stato parte attiva nell’organizzare l’evento. Abbiamo intervistato Cristicchi per farci raccontare la genesi di questo lavoro.

Perché hai scelto di lavorare su Elia Marcelli?

Perché sono molto legato alla storia della campagna di Russia, perché mio nonno Rinaldo vi partecipò e fu uno dei pochi soldati della sua compagnia a tornare sano e salvo, sebbene avesse un principio di congelamento a un piede. Mio nonno però non mi volle mai parlare di quella esperienza. Poi, grazie al lavoro di divulgazione del professor Marcello Teodonio ho scoperto questo piccolo capolavoro e me ne sono innamorato. Dopo averlo studiato ho deciso di imparare a memoria circa la metà del testo, che è composto da 1.200 versi, per farne uno spettacolo teatrale.
Sono romano da undici generazioni, sono ovviamente legato al dialetto, ma poi c’era la storia che in qualche modo si connetteva al silenzio di mio nonno. Lavorare su Elia Marcelli, che poi era un suo commilitone, è stato un po’ come ridare voce anche lui. C’erano tante coincidenze attorno a quel testo. Inoltre era già da un po’ che mi stavo avvicinando alla recitazione, soprattutto alla narrazione. Così abbiamo lavorato per rendere questo testo narrativo, raccontabile a teatro, perché si affrancasse in qualche modo dalla cadenza serrata del verso e ne nascesse una storia.

Tu sei romano, e sai quanto Roma sia legata alla sua tradizione. Come viene accolto il testo di Marcelli, che è un testo tutto sommato sconosciuto?

C’era già stato il lavoro di un’altra compagnia, che in questi anni lo ha presentato al pubblico in forma di lettura. Il mio lavoro è stato il primo di recitazione a memoria, cosa di cui sono orgoglioso perché c’è voluto molto tempo per memorizzarlo ed è stato un po’ come scalare una montagna. L’ho presentato a Roma diverse volte, dal Teatro Quarticciolo all’Ambra alla Garbatella fino a Tor Bella Monaca, e il pubblico romano lo accoglie sempre con molto entusiasmo. Però devo dirti che le reazioni del pubblico non romano mi incuriosiscono ancora di più. Perché a Roma si gioca in casa ed è bellissimo, ma utilizzare un certo termine o una certa espressione a Brescia piuttosto che a Bergamo ha tutto un altro significato. In quelle situazioni riesce ad avere un gusto quasi esotico, questo testo, che dà una grande soddisfazione. Perché il testo è comprensibilissimo, e lo abbiamo sperimentato in almeno 60 repliche fatte fuori Roma. L’operazione viene vista come qualcosa di nuovo rispetto al classico schema della narrazione a teatro. E poi c’è la metrica, che è in ottave, ed è la vera novità di questo progetto: è quasi un controsenso, perché la metrica più antica  del mondo diventa di colpo attuale quando ci racconta un fatto tutto sommato recente.

Le musiche originali sono state scritte da Gabriele Ortenzi, mentre la regia l’ha curata Alessandro Benvenuti. Come è stato lavorare con loro?

È stato bello. Anche perché io non volevo occuparmi di altro che del testo. Gabriele ha lavorato in estrema libertà, poi abbiamo già lavorato insieme: ha realizzato delle musiche molto azzeccate, anche perché è un esperto rumorista ed è stato capace di creare le atmosfere giuste. Inoltre ha prestato la sua voce per la ricostruzione di bollettini radio dell’epoca fascista, che raccontavano la spedizione in modo enfatico, e quindi è davvero presente “dentro” lo spettacolo.
Rispetto a Benvenuti, ho scelto di lavorare con lui perché mi serviva un maestro del monologo, in grado di gestire e dare vita, pur da solo in scena, a tanti personaggi. E lui, con la sua trilogia dei Gori, ha dimostrato di essere un maestro in questo. Alessandro è stato molto sensibile, perché ha scelto di non farmi fare un percorso verso la forma di recitazione dell’attore drammatico, ma ha preferito lasciare spazio alla mia urgenza di raccontare, puntando sulla naturalezza. E poi ha immaginato un gioco di luci molto bello e puntuale.

La campagna di Russia è una storia non molto lontana nel tempo, ma è comunque piuttosto distante dalla nostra realtà di oggi. Che cosa racconta al pubblico contemporaneo questa storia?

A me colpisce molto la reazione dei ragazzi. L’altra sera siamo andati in scena a Trento, e sono venuti dei ragazzini di 15 anni che magari pensavano che avrebbero ascoltato le mie canzoni, e invece si sono ritrovati davanti a questo fiume in piena di parole. Sono rimasti fino alla fine, perché volevano sapere come andava a finire l’avventura di questi ragazzi parti da Roma e arrivati fino in Russia. Credo che raccontare questa storia con il dialetto abbia una potenza particolare, che la fa arrivare in maniera molto diretta. È molto più forte di un libro di scuola, ad esempio. E poi gli argomenti sono molto attuali, perché ancora in questi giorni ci troviamo di fronte a delle guerre che vengono spacciate per interventi umanitari. Marcelli, poi, ha un modo di raccontare che non fa sconti a nessuno, nemmeno agli italiani suoi commilitoni.

A Segni sei di casa. Come sarà farlo lì?

Ho passato molte estati della mia infanzia e adolescenza a Segni, perché la mia famiglia andava in vacanza lì. Conosco tanta gente del paese, anche se negli ultimi anni ci sono passato meno spesso. Sarà un grande piacere e un’emozione particolare.

[da Paese Sera]

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