Visto dal Brasile – Artisti italiani occupano il Teatro Valle contro la privatizzazione

Dal 14 giugno scorso il Teatro Valle di Roma è occupato da un folto gruppo di lavoratori dello spettacolo, attori e tecnici. Un’azione che ha coinvolto un flusso vastissimo di persone che da ormai due mesi partecipano alle assemblee cittadine che si svolgono di giorno e alle maratone artistiche che si tengono la notte, dove si alternano a sostegno del teatro occupato i nomi più importanti dell’arte e della cultura: dallo scrittore Andrea Camilleri al regista Nanni Moretti, dal comico Roberto Benigni a un maestro della canzone d’autore come Franco Battiato e ai cantanti pop come Jovanotti. Artisti più giovani – come Elio Germanio, miglior attore 2010 a Cannes – partecipano attivamente all’occupazione, dormendo nei palchetti del teatro. Assemblee e maratone artistiche, a cui si accede gratuitamente, si riempiono ogni giorno di una grande quantità di gente, e così questa sala teatrale si è trasformata nell’epicentro di una protesta nazionale contro i tagli alla cultura e all’impoverimento culturale dell’Italia, un paese che vanta grandi tradizioni anche recenti, ma che oggi appare fiaccato da venti anni di berlusconismo e da trent’anni di cultura commerciale e televisiva che lo ha accompagnato.

Quella del Teatro Valle è una storia esemplare. Inaugurato nel 1726, il Valle è il teatro più antico di Roma, situato proprio nel cuore della capitale italiana, dietro il palazzo del Senato. Non solo: questa sala da 600 posti è anche uno dei più begli esempi di teatro all’italiana, e come tale è stato dichiarato bene storico-munimentale dal governo. Fino allo scorso anno lo spazio era gestito dall’ETI, l’ente pubblico per il teatro che il governo Berlusconi ha inserito in una lista di “enti inutili” e poi ha soppresso. Nasce così il problema di che fare di questa sala storica, e la risposta del governo, assieme alla giunta municipale di Roma anch’essa di centro-destra, è la privatizzazione. Trasformarla in una sala commerciale. Una soluzione che avrebbe snaturato la vocazione del Teatro Valle che, da quando nel 1921 il futuro premio Nobel Luigi Pirandello vi rappresentò i «Sei personaggi in cerca d’autore», ha sempre ospitato teatro di ricerca e innovazione.

L’occupazione, dalla protesta per la chiusura del Valle, si è trasformata presto in qualcos’altro. I lavoratori dello spettacolo in Italia vengono pagati esclusivamente quando sono sul palco, e non hanno ammortizzatori sociali che diano loro garanzie nei periodi di non lavoro. Nasce così una rivendicazione di carattere più generale, e l’incontro con altri settori del lavoro culturale: i ricercatori dell’università pubblica, un coordinamento di scrittori ed editori, i lavoratori del cinema (contemporaneamente alla chiusura del Valle anche gli studios di Cinecittà, dove hanno girato i loro film Fellini, De Sica, Rossellini e Visconti, hanno chiuso a causa dei tagli alla cultura).
«È l’intero settore della conoscenza ad essere sotto attacco – spiega Sylvia, una degli occupanti – Dalla scuola alle università, dal cinema al teatro, dalla musica alla letteratura: tutto quello che produce pensiero critico è visto con sospetto e penalizzato da questo governo. Le discipline artistiche hanno diritto di cittadinanza solo se si trasformano in spettacolo, intrattenimento, e stanno sul mercato».

L’occupazione del Valle è avvenuta il giorno dopo i referendum contro la privatizzazione dell’acqua pubblica, la prima grande sconfitta del governo Berlusconi. Gli occupanti del Valle si sono richiamati a quel momento di partecipazione popolare – il referendum ha vinto col 95% – affermando che la cultura deve essere percepita come un “bene comune”, esattamente come l’acqua. Ugo Mattei, il giurista che ha scritto i quesiti referendari per l’acqua pubblica, sta aiutando ora gli occupanti nella stesura di uno statuto per il Valle come teatro pubblico (la richiesta degli occupanti è che diventi un centro per la drammaturgia contemporanea). Tra gli obiettivi c’è anche quello di immaginare un utilizzo delle risorse pubbliche più trasparente, perché uno degli argomenti forti di chi sostiene i tagli alla cultura sono i presunti sprechi di denaro e la cattiva gestione – una piaga che interessa l’interso settore pubblico in Italia.

Difficile immaginare quale sarà il destino del teatro, ora che la crisi economica impone all’Italia tagli sempre maggiori. Gli occupanti hanno deciso di restare tutta l’estate e poi vedere cosa accadrà, seguendo il motto che hanno scelto per la loro occupazione: “Com’è triste la prudenza”. La frase è del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd, che nel 2002 con un centinaio di suoi colleghi reagì alla terribile crisi del suo paese con una lunghissima teatro-novela, affinché le sale di Buenos Aires non restassero tristemente chiuse.

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[da Opera Mundi – apparso col titolo «Cultura x Berlusconi: artistas italianos ocupam teatro em protesto contra cortes e privatização»]

Leggi l’intervista in portoghese su Opera Mundi:
http://operamundi.uol.com.br/conteudo/noticia/CULTURA+X+BERLUSCONI+ARTISTAS+ITALIANOS+OCUPAM+TEATRO+EM+PROTESTO+CONTRA+CORTES+E+PRIVATIZACAO_14455.shtml

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