Immaginario malato – Londra brucia. O forse no

Evidentemente non è un vizio solo italiano quello di negare l’evidenza. La reazione del premier inglese David Cameron alle tre giornate di violenza che hanno messo a ferro e fuco la civilissima Londra è stata di minimizzare: “Si tratta di semplice criminalità”. Una dichiarazione che suonava ancora più ridicola alla luce dell’evolversi dei fatti: subito dopo Londra gli scontri si sono estesi a Birmingham, Liverpool, Manchester.

Nonostante un suo ministro di rilievo come George Osborne, titolare delle finanze, abbia dovuto ammettere che “ci sono comunità lasciare ai margini dell’economia del Paese” – sostanzialmente dando ragione alla maggioranza di cittadini britannici che, in un sondaggio, hanno bocciato l’operato del governo e pensano che l’origine del malessere sociale sia da rintracciare nella sua politica di forti tagli – David Cameron è andato avanti per la sua strada. La prima mossa è stata chiamare a collaborare Bill Bratton, esperto statunitense e teorico della “tolleranza zero”. La cosa ha suscitato le ovvie proteste della polizia inglese, tanto più che proprio in questi giorni si sta discutendo di un possibile taglio di due miliardi di sterline che provocherebbe fino a 30.000 licenziamenti tra le forze dell’ordine.

La seconda uscita ha invece suscitato l’apprensione di una fascia ancora più ampia della popolazione: limitare o censurare i social network come Facebook e Twitter o il servizio di messaggeria multipla di BalckBerry, che sarebbero stati gli strumenti per organizzare la protesta. Incurante all’ipotesi di apparire come una scialba caricatura di Adam Sutler (il dittatore dell’Inghilterra distopica di “V per Vendetta”), Cameron ha convocato i gestori delle tre aziende per una riunione che si terrà nei prossimi giorni. Per decidere cosa? Ancora non è chiaro.

I rischi di un provvedimento di censura sono evidenti, soprattutto alla luce della primavera araba di quest’anno che ha visto le popolazioni di Tunisia, Egitto, Libia, Siria ribellarsi alle rispettive autarchie. In quei paesi il ricorso ai social network per organizzare le rivolte è stato massiccio. Ma se la democratica Inghilterra censura internet, come potrà poi rovesciare l’accusa di censura alla Cina, come ha sempre fatto assieme agli Stati Uniti? E dittatori sanguinari come Bashar al-Assad in Siria non si sentiranno ancora più legittimati a censurare – per reprimere meglio – i propri popoli?

In Italia se lo domanda anche Beppe Servegnini sul suo blog sul Corriere.it, il 13 agosto, in un articolo a sostegno della libertà di espressione. Salvo poi suggerire una soluzione piuttosto inquietante: lasciamo le persone libere di usare la tecnologia, tanto poi lasciano tracce e potranno essere tutti identificati. In barba, ad esempio, al diritto di privacy (quanta gente andrebbe controllata per identificare un centinaio di violenti?). L’obiettivo di Servegnini, oltre a difendere in modo maldestro la rete dai molti tentativi di demonizzazione, è distinguere nettamente tra i teppisti facinorosi di Londra e i rivoluzionari di Piazza Tahrir. Ci mancherebbe altro, la differenza c’è. Ma non tener presente che da Madrid a Londra, da Parigi ad Atene – passando per piazza del Popolo a Roma – il disagio giovanile si sta estendendo a macchia d’olio (sia pure in forme diverse e non sempre condivisibili) in un’Europa sempre più votata all’esclusione e al privilegio, significa fare di tutto per non guardare in faccia il problema, che è soprattutto di natura sociale. Oppure significa ignorarlo apposta.

[da Paese Sera]

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