L’Italia come la Grecia? Lo spettro del crack nel Bel Paese

L’Italia rischia di finire come la Grecia? Dopo i ripetuti tonfi della borsa di Milano, una crisi economica e occupazionale che non accenna a diminuire, e gli effetti negativi che le dichiarazioni del Governo hanno sui mercati internazionali, questa domanda riecheggia dentro e fuori la penisola, con gradi diversi di preoccupazione. Il 3 agosto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha tenuto il suo discorso in Parlamento sulla situazione economica dopo la chiusura delle borse, su consiglio del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, per evitare contraccolpi. Segno che la preoccupazione ha superato i livelli di guardia. Berlusconi, che nei suoi discorsi ha sempre optato per iniezioni di ottimismo andando anche contro l’evidenza, ha stavolta ammesso che la situazione è grave. Al suo discorso, giudicato generico e tardivo dalle opposizioni, ha fatto seguito l’impegno del governo ad anticipare il pareggio di bilancio al 2013, senza però spiegare dove arriverà la copertura economica. E la preoccupazione per i costi sociali per il salvataggio dell’Italia è in aumento.
Loretta Napoleoni, esperta di economia e collaboratrice di giornali come Le Monde e The Guardian, ha tracciato a fine luglio un profilo preoccupante dell’Italia. Il debito pubblico si aggira attorno al 120 per cento del Pil, ovvero circa 1.800 miliardi di euro. Una cifra ben più grande della somma del debito di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna messe assieme. Napoleoni ipotizza che se le banche smettessero di prestare denaro all’Italia, questa non potrebbe essere salvata perché l’Europa non ha la disponibilità di denaro sufficiente per farlo. Il rischio crack, insomma, è più vicino di quello che sembra.

Luca Bonaccorsi, direttore del quotidiano Terra, che si occupa di ecologia ed economie sostenibili, ritiene che oggi dal destino dell’Italia passa il futuro dell’intera Europa. «È improprio parlare di un ‘rischio Grecia’, perché l’Italia è troppo grande per fallire. Il suo debito pubblico è 10 volte quello della Grecia. Ogni mese l’Italia va all’asta con 25 miliardi di euro di titoli, che è più o meno quello che Grecia mette all’asta in un anno». Un fallimento dell’Italia, in pratica, avrebbe un effetto domino difficilmente contenibile, che secondo Bonaccorsi sarebbe in grado di far saltare la moneta unica europea e l’Unione Europea stessa.
«L’Italia è troppo grande per fallire, ma è troppo grande anche per essere aiutata. Poiché il nostro paese è il terzo emettitore di debito pubblico al mondo, si tenteranno tutte le strade affinché l’Italia non fallisca. Ma la realtà è che l’Italia deve farcela da sola. Quella della penisola è un’economia in declino, come tutte quelle dei paesi europei, che hanno ceduto il passo alle economie emergenti dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Tuttavia è un’economia che produce beni industriali, concreti; in alcuni settori ha industrie di eccellenza, come l’alta tecnologia e il Mady in Italy, che ancora gode di una certa credibilità. Insomma, non è impossibile trovare una soluzione».
Tuttavia i dati negativi delle borse internazionali ad agosto presentano un dato preoccupante non solo per l’Italia. A calare non sono stati i titoli finanziari, ma quelli industriali. Lo spettro, temuto da tutti, è che al salvataggio delle banche dello scorso anno faccia seguito, invece che una ripresa, la recessione. «Per questo credo che dalla partita dell’Italia passi oggi il destino stesso dell’Europa come comunità – conclude Bonaccorsi – Un eventuale crack italiano è una situazione troppo grande da gestire, e l’America, che possiede molti titoli italiani, lo sa bene».
Il vero rischio è che l’Italia non conti più da un punto di vista politico. Secondo Federico Rampini, che dalle pagine del quotidiano La Repubblica ricostruisce i retroscena della decisione del governo italiano di anticipare la riduzione del deficit al 2013, è già così. La decisione, prima di essere resa pubblica da Berlusconi in conferenza stampa, era già nota a Wall Street: questo, secondo Rampini, è il segnale che le decisioni del governo italiano sono state imposte dagli Usa – che hanno un fortissimo interesse ad evitare il default dell’Italia – in accordo con Parigi e Berlino. Il Cavaliere, dunque, sarebbe di fatto esautorato e starebbe eseguendo le rischiaste degli alleati.

In effetti oggi nell’occhio del ciclone, assieme all’Italia, ci sono proprio gli Stati Uniti di Obama, la cui economia è stata declassata per la prima volta nella storia dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Quello che spaventa di più gli Usa è lo spettro della recessione, e il fallimento dell’Italia sarebbe un elemento di instabilità nell’eurozona di tali proporzioni che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di fronteggiare. «In realtà il declassamento dell’economia Usa è un provvedimento tardivo – commenta Bonaccorsi – È da tempo che l’economia nordamericana non è più classificabile con una triplice ‘A’. La Cina, primo detentore di debito pubblico statunitense, oggi fa la voce grossa, perché il declassamento degli Usa significa una grossa perdita per il colosso asiatico. Tuttavia gli Usa sono in grado di ottenere grandi prestiti, perciò avranno modo di superare questo colpo; e lo stesso vale per Cina, che da tempo ha imparato a stare sui mercati diversificando i propri investimenti. Oggi Cina e America sono due facce della stessa medaglia, le parti speculari di un sistema economico in vigore già da anni, quella che è stata definita Cinamerica: uno scenario che vede oggi il Partito Comunista Cinese nel ruolo del primo investitore capitalista a livello mondiale».

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[da Opera Mundi – apparso col titolo «’Bola da vez’, Itália tentar afastar fantasma da quebra em meio à crise das dívidas»]

Leggi l’articolo in portoghese su Opera Mundi:
http://operamundi.uol.com.br/conteudo/noticia/BOLA+DA+VEZ+ITALIA+TENTAR+AFASTAR+
FANTASMA+DA+QUEBRA+EM+MEIO+A+CRISE+DAS+DIVIDAS_14259.shtml

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