Teatro Valle, cronaca di un’occupazione

The place to be. A pochi giorni dall’occupazione del Teatro Valle, avvenuta il 14 giugno allo scoccare dell’ultima stagione firmata dal soppresso Ente Teatrale Italiano, lo storico teatro romano è diventato immediatamente “il posto dove andare”. Almeno per una sera. Artisti di ogni caratura e fama hanno prestato voce, parole, indignazione per quella che a molti di loro sembra la fatidica goccia che fa traboccare il vaso dei tagli alla cultura. Ne è nata così una grande baraonda dove sono passati Andrea Camilleri e Franca Valeri, Ettore Scola e Fabrizio Gifuni, Nanni Moretti e Moni Ovadia, Isabella Ferrari e Alessandro Bergonzoni, mentre Franco Battiato e Bernardo Bertolucci hanno parlato in collegamento telefonico. Questo per citare solo alcuni dei tantissimi nomi che hanno aderito all’iniziativa delle Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo. Una girandola che ha portato la protesta del Valle sotto gli occhi dei media, fino a farla rimbalzare addirittura sul New York Times, ma ha prodotto anche una grande confusione di piani.
Sì, perché si potrebbe pensare che si sia trattato semplicemente della protesta di un settore – la cultura – sempre più depauperato, ma anche gestito male da troppo tempo (e anche diversi “volti noti” che hanno dichiarato il loro sostegno all’occupazione hanno beneficiato di questa malagestione). L’azione del gruppo di precari dello spettacolo, invece, oltre a chiedere attenzione sul problema del Valle, aveva l’obiettivo di denunciare la gestione “privatistica” e lobbistica fatta dal teatro pubblico italiano fino ad oggi. La cosiddetta logica degli scambi, la prassi per cui i direttori artistici – di norma registi di fama – producono se stessi con i soldi degli stabili pubblici, il fatto che non si dimettano da artisti pur ricevendo uno stipendio in soldi pubblici come direttori, e così facendo siano poco presenti in teatro. Tutte prassi più o meno radicate, che hanno fatto della stabilità pubblica un sistema chiuso. O ancora, il fatto che grandi teatri privati prendano soldi pubblici per fare operazioni sostanzialmente commerciali.
Questo uno dei temi caldi dell’occupazione. L’altro è il destino del Teatro Valle. Inaugurato nel 1726 e dichiarato monumento nazionale, il teatro rischia di essere ceduto tramite bando a un soggetto privato – si parla di cordate con a capo lo scrittore Alessandro Baricco o con l’attore e deputato berlusconiano Luca Barbareschi. Anche solo evocare questi nomi dà l’idea di come un’eventuale gestione privata renderebbe impossibile l’attenzione alla ricerca che questo teatro ha mantenuto per tutto il Novecento. Gli occupanti sono stati invitati dal Comune di Roma – a cui è passata la gestione del Valle – a supervisionare alla scrittura del bando, ma hanno rifiutato. Anzi, non hanno proprio voluto parlare con la politica, disconoscendone il ruolo di interlocutore, perché è proprio l’ingerenza politica – sono gli assessori a nominare i consigli di amministrazione dei teatri e, di fatto, anche i direttori artistici – ad aver trasformato la stabilita pubblica in un terreno di scambi politici.

In realtà, oltre la passerella artistica, le tante assemblee pubbliche del Valle occupato hanno tentato un’elaborazione più profonda. Faticosa, perché la formula degli interventi liberi ha messo fianco a fianco discorsi importanti sull’etica nella gestione dei fondi pubblici con semplici – e a volte velleitarie – rivendicazioni di categoria. Nonostante ciò uno scarto verso una visione più ampia del problema della cultura “assistita” dallo Stato è stato fatto. Ad esempio con la relazione del professor Ugo Mattei, il giurista che ha scritto i quesiti referendari sull’acqua pubblica, che ha affrontato il problema da un punto di vista diverso. Oggi, secondo Mattei, le logiche di gestione del privato e del pubblico sostanzialmente si equivalgono, pur operando in ambiti differenti. Alla proprietà privata è riconosciuta la giurisdizione esclusiva su un bene, del quale può disporre secondo logiche private, solitamente orientate al profitto. Il pubblico, a sua volta, stabilisce la propria giurisdizione su un bene o un servizio in nome dello Stato, e lo amministra in via esclusiva secondo logiche che il più delle volte rispondono alla lottizzazione partitica. In entrambi i casi è negato alla cittadinanza la possibilità di un controllo su quel bene o servizio.
È possibile uscire dalla logica binaria che vede contrapposto un settore pubblico costoso, lottizzato e inefficiente a un settore privato apparentemente più dinamico (ma spesso a scapito dei diritti dei lavoratori e della qualità artistica)? C’è chi ha provato a suggerire che una soluzione potrebbe essere il coinvolgimento nella gestione delle risorse pubbliche di un’altra categoria di privati: il mondo delle associazioni e dell’arte indipendente che già ora realizza progetti più dinamici e aperti di quelli attuati dal settore pubblico, e a costi decisamente inferiori.
Dal canto loro gli occupanti hanno invocato una commissione nazionale di saggi, una sorta di authority che possa sindacare l’operato dei consigli di amministrazione dei teatri, denunciare gli sprechi e segnalare le incongruenze nell’assegnazione dei fondi del Fus (ad oggi diversi finanziamenti vengono percepiti da compagnie e altri soggetti che non producono né spettacoli né programmazioni).
Rispetto al teatro Valle, la proposta dell’assemblea che è che resti pubblico, e diventi un centro per lo sviluppo della drammaturgia italiana contemporanea, settore in cui il nostro paese registra una forte carenza. Un teatro pubblico, dunque, ma non l’ennesimo teatro pubblico. Nella visione degli occupanti dovrebbe diventare un teatro nazionale – l’Italia non ne ha – con una gestione improntata alla trasparenza e ad una moralità nell’utilizzo delle risorse che il settore pubblico della cultura non ha mai registrato. Dunque un modello virtuoso, che dovrebbe essere di esempio per tutto il settore. Tra gli aspetti più interessanti c’è la proposta di scegliere i direttori sulla base di un progetto artistico da presentare, e non per il nome più o meno famoso, e la nomina degli stessi direttori con almeno un anno di anticipo, in modo che possano esaurire gli impegni già presi e dedicarsi totalmente al servizio per cui vengono pagati in denaro pubblico.

L’altro scarto è stato registrato nell’allargamento agli altri settori del lavoro immateriale e della conoscenza: scrittori, editori, cineasti, ricercatori. L’obiettivo era di rivendicare una continuità di reddito per i precari del settore, al pari degli intermittenti francesi, senza per questo proporre una soluzione protezionistica oggi più che mai irrealizzabile. Casomai è l’idea di reddito ai tempi della precarietà che va ripensata nel suo complesso.
I punti di contatto tra i vari settori del cosiddetto “lavoro immateriale” sono molti, e Christian Raimo, intervenuto per la rete di scrittori TQ, li ha sintetizzati con grande lucidità. Secondo Raimo la condizione del lavoratore della conoscenza è caratterizzata da due aspetti: disagio e frustrazione verso lo scadimento del lavoro culturale; crescente difficoltà nel mantenere un’autonomia, sia essa economica che di pensiero.
Per Raimo in Italia si è verificata una rottura del patto sociale, per cui alla crescita dell’istruzione non corrisponde più una crescita del reddito, ma anzi ne deriva spesso una diminuzione della cittadinanza, perché i diritti non sono più garantiti e dunque occorre acquistarli. I risultati, ormai drammatici, sono la svalutazione della cultura a tutti i suoi livelli, a partire dalla formazione, che oggi è spesso portata avanti da soggetti non competenti e che un domani formerà una cittadinanza con minore capacità critica; e una diminuzione dell’autonomia del pensiero, perché chi vive un’esistenza fortemente precaria è più ricattabile.
Ma, secondo Raimo, per una vera messa in discussione di questo contesto che lui definisce “deficit di democrazia” occorre partire dall’autocritica. Perché tutti, precari compresi, accettiamo quotidianamente compromessi a ribasso, e di conseguenza per sopravvivere alimentiamo logiche di scambio di favori.

Non tutti, tra quelli che sono passati al Valle nelle oltre due settimane di occupazione, saranno d’accordo con queste analisi, che individuano un problema di democrazia nella gestione delle risorse pubbliche, più che nell’accesso alle programmazioni dei grandi teatri – perché l’arte, quella sì, non è democratica. Va però registrato che il grande entusiasmo che ha accompagnato questa azione di protesta è il sintomo di un’inquietudine diffusa, condivisa da artisti e cittadini, attorno al mondo della cultura: tra le logiche del privato, che riduce la cultura intrattenimento, e quelle delle caste del pubblico, deve esistere una terza via.
Ma per ottenere questo risultato epocale serve un cambio culturale, più che una nuova legge sullo spettacolo. Perché l’Italia è il paese del “fatta la legge, trovato l’inghippo”. Lo esprime bene il regista Massimiliano Civica in una recente intervista, dove sottolinea che il nostro paese ha già una normativa che tutela la qualità e che apre alle giovani generazioni, ma di fatto resta inapplicata. “Se il sistema degli scambi avesse per oggetto la circuitazione degli spettacoli di Claudio Morganti o Danio Manfredini, credo che nessuno avrebbe nulla da ridire”, afferma Civica. Il problema è che i teatri pubblici oggi impiegano fondi ingenti per inseguire i privati e la televisione nella logica del consenso: grande nome, grande produzione, audience di massa. “Il compito di uno teatro pubblico – conclude invece Civica – non è ottenere consenso; semmai è costruire consenso attorno al nuovo e alla qualità artistica”.

[da Lo Straniero n°134-135 – agosto-settembre 2011]

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