Capossela nel ventre del leviatano. Il tour di «Marinai, profeti e balene»

Oltre ad essere una delle voci più rappresentative della canzone d’autore, Vinicio Capossela è anche il musicista italiano che più si affida alla teatralità nel presentare le proprie canzoni. Non solo come fatto di contorno, di confezione, ma anche come fonte d’ispirazione. Per questo le tappe del tour teatrale di «Marinai, profeti e balene» [La Cupa / Warner, 2011], che il 31 luglio ha toccato Roma nella cornice dell’Auditorium, hanno tutte le carte in regola per essere recensite come un vero e proprio spettacolo.
La svolta teatrale del cantante Capossela, trasformatosi progressivamente in una figura ibrida a metà tra il capocomico e imbonitore da circo, è iniziata undici anni fa con «Canzoni a manovella», album infarcito di citazioni letterarie e atmosfere a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Ma è con l’ultimo album che la vocazione letteraria di Capossela trova una sua compiutezza, grazie al respiro di un doppio cd e di un filo conduttore “marinaro” che mette «Marinai, profeti e balene» naturalmente accanto ai grandi concept album degli anni Settanta, oggi scomparsi dal panorama discografico (soprattutto italiano).
Come il disco, anche il concerto comincia nel ventre de «Il grande leviatano», poiché la scena che raccoglie una “ciurma” di sette musicisti, il Coro degli Apocrifi e le tre Sorelle Marinetti – coriste en travesti stile anni quaranta – è delimitata da due arcate di costole, mentre sul fondale una proiezione rende visibile oceano attraverso un’arcata di denti aguzzi, come se tutti ci trovassimo nelle viscere del grande mostro. Capossela, con in testa un cappello da commodoro, ci conduce così in questo viaggio nelle profondità degli abissi dove incontreremo il pantheon dei suoi personaggi, intrappolati in una sorta di “bar sotto il mare”, sospesi tra due realtà immaginarie, quella fiabesca e quella da cafè chantant. Tra questi la sirenetta Pryntyl, stellina del corpo di ballo del balletto delle onde, dal caschetto così malizioso che il potente re del mare, Nettuno, si getta alle sue pinne implorandola di chiamarlo Nunù (e non “papi”, come avviene in superficie); o il «Polpo d’amor», focosa bestia dell’amore che ha troppe braccia per non abbracciare – interpretata dallo stesso Capossela grazie a un rosso gilet tentacolare ricco di paillettes e un cappello a cilindro. Ma c’è spazio anche per altri personaggi incantati del repertorio caposseliano, quelli dei dischi precedenti, che trovano però una loro naturale collocazione in questo mondo sommerso, come la Medusa che balla il cha-cha-cha, disperata da tutti i cavalieri che non la fanno ballare perché restano impietriti dal suo sguardo, che attende chi le farà finalmente perdere la testa.
La passione di Vinicio Capossela per le ambientazioni marinare è cosa nota, ma in questo lavoro trova la sua apoteosi, passando da un registro comico e fiabesco a uno sacrale che scava nell’intimo, così come il mare sa passare di colpo dalla bonaccia alla tempesta. La scenografia delle costole si apre e trasforma la scena: le stesse arcate, più ampie, diventano ora la chiglia di una nave, un Pequod ideale che ci fa proseguire il viaggio. E non è un caso che sia proprio Moby Dick il mito centrale di questo disco, di cui Capossela ripropone uno stralcio in «Fuochi fatui», recital in musica che racconta tutto il pathos e l’ossessione presenti nella ricerca della “maledetta balena” attraverso le parole di Cesare Pavese, autore della traduzione dell’originale di Melville. In queste atmosfere ritroviamo l’autore di invocazioni che è il Capossela de «La S.S. dei naufragati» – anch’essa presente in scaletta – ovvero il musicista maturo e visionario che si è delineato soprattutto nell’album «Ovunque Proteggi». Moby Dick, infatti, incarna l’idea del viaggio per mare, tiene dentro di sé l’evocazione biblica di Giona e del mostro marino, ma anche lo spiritualità laica della letteratura d’avventura ottocentesca, quella che si confronta con la forza imponderabile della natura: un perfetto crocevia per le tante storie e personaggi della cosmogonia marinaresca di Capossela, che unifica in un unico oceano immaginario il mare biblico, il mediterraneo omerico – presente anche a livello sonoro, grazie all’ensamble cretese di Psarantonis –, gli oceani dei libri d’avventura e le atmosfere dei bar caraibici.
Ad arricchire il versante visivo dello spettacolo, oltre al bel lavoro di illuminotecnica, ci pensano due attori intenti a interpretare i personaggi delle canzoni di Capossela quando non lo fa lui stesso: è il caso di «Billy Budd», che a ritmo alza al cielo le sue catene di forzato, o del ciclope cannibile di «Vinocolo», che torna sul finale assieme a un guerriero omerico per “pescare” Capossela con la sua rete e portarlo via.
L’applauso, fragoroso, caldo e davvero lungo del pubblico sancisce il successo di questa versione teatrale del cantautore di Hannover.

[da Paese Sera]

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PROSSIMI CONCERTI:

02 agosto – Pescara
04 agosto – Segesta
05 agosto – Siracusa
06 agosto – Tindari
09 agosto – Cannole [Le]
11 agosto – Molfetta
13 agosto – Macerata
15 agosto – Calasetta
16 agosto – Marina di Oristano

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