Lotte spettacolari. Il Teatro Valle occupato e gli artisti disoccupati

Possibile che abbiano occupato il Valle, un teatro all’italiana pieno di velluti, una sala del Settecento, la più antica di Roma? La notizia dell’occupazione dello scorso 14 giugno ha colto di sorpresa molti, ma non tutti. Chi conosce il mondo degli artisti di teatro – e non solo – sa che ormai la misura è colma. Quello che si temeva accadesse è accaduto: i soldi non ci sono più, i festival e gli spazi indipendenti chiudono i battenti, i teatri pubblici e i grandi teatri privati restano un luogo inaccessibile per i nuovi linguaggi a meno che non si tratti di un nome famoso. Di conseguenza anche la professionalità va in crisi: o sei dentro un circuito e segui le sue logiche, oppure ti devi arrangiare. Magari facendo un altro lavoro. Una battuta frequente tra gli artisti recita così: “Quando ti chiedono che lavoro fai e tu dici l’attore, ti rispondono: sì, ma cosa fai per vivere?”. Ecco, la dignità del lavoro artistico in Italia non esiste. L’artista è uno che segue una passione, un hobby. Se ha i soldi per mantenersi bene, sennò deve fare altro.
Chi passava al teatro Valle nei giorni dell’occupazione restava colpito principalmente da due cose. La prima era la partecipazione: un folla di attori, registi, studenti, ma anche di semplice pubblico hanno riempito la sala fino all’inverosimile, in tutti i suoi ordini e gallerie. C’era voglia di stare lì, di capire che stava succedendo. Certo, c’era anche l’opportunità di vedere gratis tanti grandi nomi, da Andrea Camilleri a Fabrizio Gifuni, da Elio Germano a Nanni Moretti, che si esibivano sul palco a sostegno dell’occupazione. Ma soprattutto si respirava un’aria diversa, che nei teatri pubblici non si respirava da tempo: perché era palpabile che in quel luogo, in quel momento, stava davvero “accadendo qualcosa”. E un “qualcosa” con cui si poteva interloquire. Tra un intervento e l’altro si poteva discutere, dalla platea partivano adesioni ma anche critiche ai discorsi di chi era sul palco, insomma, c’era scambio e confronto. Certo, nel modo caotico che è l’unico che può garantire un’occupazione, un’azione di protesta; ma con uno spirito critico e dialogico che da tanto era stato messo alla porta dalle nostre istituzioni culturali.

La seconda cosa che colpiva, in quelle giornate, era un senso di disagio diffuso. Che non riguarda solo il teatro, ma tutto il mondo della cultura e in senso più ampio l’intero paese. Il Valle, da questo punto di vista, non è che il sintomo più visibile di una malattia diffusa. Ecco perché alla protesta si sono uniti cineasti, scrittori, ricercatori dell’università. Perché a non avere più cittadinanza, in Italia, non è solo il teatro, ma tutto il mondo della cultura. Il patto sociale che prevedeva che a una crescita culturale corrispondesse una crescita economica e di prestigio è totalmente saltato. Certo, oggi il numero delle persone che vogliono realizzarsi nel campo dell’arte e della cultura è ben più vasto di decenni fa, ma il vero problema non è la difficoltà di accedere alle professioni, quanto il fatto che i criteri di qualità sono saltati: c’è un generale scadimento della classe dirigente culturale, uno scadimento che si estende per l’accesso al mondo dell’arte avviene in base a logiche di lobby, di favore, di simpatia, incuranti dell’eventuale incompetenza di chi viene cooptato. A questa polarizzazione tra un settore privato che concepisce l’arte come mero intrattenimento, e un settore pubblico che dovrebbe difendere l’arte dal mercato e che invece ha generato caste chiuse su se stesse, si aggiunge la precarietà feroce che tocca oggi i lavoratori della conoscenza. Artisti e intellettuali, impoveriti e isolati, sono oggi più ricattabili, e dunque fanno più fatica a esercitare un pensiero libero e critico. Questo intricato incastro di fattori è stato definito dallo scrittore Christian Raimo un “deficit di democrazia”.

Ma perché il Valle ha chiuso? Vediamo che è successo. Teatro dedicato alla ricerca grazie alla gestione dell’Ente Teatrale Italiano, soppresso lo scorso anno, il suo destino è rimasto nell’oblio fino al giorno dell’occupazione. Sorgono allora una serie di domande. L’ETI era chiuso da mesi, non ci si poteva pensare prima? No, perché le nostre istituzioni vanno avanti per inerzia. Quale sarà allora il destino del Valle? Diamolo ai privati tramite bando, è stata la risposta della politica, i privati sono più dinamici del pubblico. E così si sono scatenati gli appetiti del Barbaricco (le due cordate più probabili facevano capo allo scrittore Alessandro Baricco, idolo del centrosinistra, e all’attore Luca Barbareschi, deputato del centrodestra, che pur da opposte fazioni sono portatori di una politica culturale sostanzialmente identica). Ma, si obietta giustamente, il Valle garantiva una programmazione di qualità, sosteneva le giovani generazioni, la danza contemporanea, i nuovi linguaggi, tutte cose che con la logica televisiva dei teatri privati non ha molto a che fare. Sarà possibile proseguire una programmazione non solo di qualità, ma anche di crescita culturale? Per chi conosce il settore dello spettacolo dal vivo la risposta è una sola: no. Basta anche solo fare un semplice conto matematico: con 600 posti a disposizione quando dovrebbe costare uno spettacolo? E chi è disposto, nella società dello spettacolo, a pagare cifre alte per un’artista che non conosce? E se i prezzi sono alti, a chi è destinata la cultura?

Eppure dalla logica della privatizzazione non si schioda. È vero, nel frattempo assessori e sottosegretari dicono in coro agli occupanti: lasciate il teatro, abbiamo trovato una soluzione, lo daremo al teatro di Roma, e lo stabile lo gestirà assieme alle altre grandi istituzioni. Sì, ma questo è vero solo per la prossima stagione, 2011/2012; il tempo cioè di allestire e gestire un bando di assegnazione, che senza fondi per la gestione può interessare solo a grandi investitori privati.
Gli occupanti hanno risposto elaborando una proposta: trasformare il Valle in un centro dedicato alla drammaturgia italiana contemporanea, settore in cui il nostro teatro arranca rispetto ai grandi paesi europei. Non un ghetto per autori, ma un posto che metta in relazione la loro creatività con quella dei loro omologhi europei, e anche coi linguaggi più sperimentali e in assenza di parola, perché senza confronto con le diverse espressioni artistiche il teatro muore. Hanno chiesto al Presidente Napolitano di appoggiare la loro proposta, che cade nel 150° anniversario dell’unità d’Italia. E in effetti un progetto simile sarebbe il primo tassello per resuscitare un teatro nazionale di qualità, un teatro d’arte che sia anche popolare. Poi occorrerebbe ripristinare quelle funzioni lasciate scoperte dalla soppressione dell’Ente Teatrale, ad esempio la promozione dei giovani talenti all’estero che ora non fa più nessuno. Ma… ci risiamo; tutti questi bei progetti possono essere realizzati solo con un forte impegno da parte delle istituzioni.

Intendiamoci, le strutture pubbliche non sono la soluzione a tutti i mali, e questo gli occupanti lo sanno. Più volte, nelle assemblee fiume del Valle, è uscita fuori la rabbia contro chi ha usato i finanziamenti pubblici per creare rendite di posizione e ha portato a un sistema chiuso, polveroso e scollato dalla realtà. Lo stesso Eti, per un periodo della sua storia, è stato un “carrozzone” inutile e come tale è stato criticato; paradossalmente – ma neanche tanto – è stato soppresso proprio quando aveva cominciato a trasformarsi e funzionare. Per questo nelle assemblee è stato elaborato un modello di teatro pubblico diverso, improntato alla trasparenza e all’apertura, che nell’ottica degli occupanti dovrebbe essere di esempio per una riforma profonda del sistema. Che riguarda anche i teatri privati che ottengono finanziamenti pubblici, ai quali è stata lanciata la sfida di adottare un codice etico.
Certo, l’Italia è il paese dove, fatta la legge, si crea anche l’inghippo. Diversi tra i registi e gli artisti più smaliziati hanno fatto notare che leggi e regolamenti che difendano la qualità, la mobilità, il ricambio generazionale, in Italia ci sono già. Solo che non li rispetta quasi nessuno. Non è a colpi di decreti che si possono cambiare le cose; quello che serve è soprattutto una profonda rivoluzione culturale e caratteriale di chi opera nel settore dell’arte. E una classe politica, che invece di scambiare favori e cercare consenso, dovrebbe essere più competente e interessata a politiche culturali di lungo corso.

Dall’assemblea del Valle sono uscite fuori molte cose, anche in contraddizione tra loro. In molti casi si sono formulate proposte velleitarie, si è sparlato di colleghi, si è gettato in pasto alla platea tutta la rabbia e la frustrazione che agita chi non riesce più a lavorare in questo settore. Alle volte senza una prospettiva. Eppure, nonostante la grande confusione, qualcosa di concreto si è materializzato: la possibilità del confronto. È questo quello che manca di più alle giovani generazioni, agli artisti indipendenti, alle maestranze che non vedono riconosciuta la loro professionalità. Avere qualcuno con cui confrontarsi, con cui sviscerare i problemi, con cui immaginare come risolverseli. Qualcuno con cui immaginare uno stato di cose migliore.
Non tutto quello che si immagina è realizzabile. Ma, già dai tempi di Socrate, tutti sanno che il confronto e il dialogo sono la base della crescita. Le nostre istituzioni culturali, disprezzate a destra e lottizzate a sinistra, sembrano esserselo dimenticato da molto, troppo tempo.

[da Frigidaire n°236 – luglio 2011]

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