Meister Eckhart e la modernità del furore. L’ultimo lavoro di Massimiliano Civica

È un tentativo ambizioso, quello di Massimiliano Civica, di mettere in scena le parole di Meister Eckhart, predicatore domenicano vissuto tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Trecento, la cui impostazione teologica influenzò profondamente il medioevo tedesco. Eppure, come sempre accade nel teatro di questo regista, è la semplicità la chiave di volta per rendere la complessità e dare vita uno spettacolo la cui gittata stia alla pari con quella della sua ambizione.
«Attraverso il furore», che ha debuttato al festival Inequilibrio di Castiglioncello, è da questo punto di vista un bell’esempio di senso della misura che esalta l’idea iniziale che l’ha ispirato – l’esatto contrario di quanto avviene solitamente nel teatro di regia italiano.
I sermoni di Meister Eckhart sono giunti fino a noi in volgare tedesco, poiché erano destinati al popolo non istruito. Questa è una delle ragioni della profonda componente mistica che li caratterizza. Mettere in scena questa mistica era l’obiettivo di Civica, che ha scelto di restituire le parole di Eckahrt così come sono, cariche della potenza evocativa che scaturisce da una prosa lontana da noi oltre sette secoli. Accanto alla lettura ieratica e a volte persino ipnotica che Marcello Sambati fa dei tre sermoni scelti, Valentina Curatoli e Diego Sepe interpretano tre scene di ambientazione estremamente quotidiana, tre dialoghi scritti dal drammaturgo Armando Pirozzi, chiamato da Civica a collaborare al progetto. Non c’è interazione tra le tre figure, sedute allo stesso tavolo in pose differenti, raccolti in una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio, eppure estremamente connotata, se non quella del dialogo tra i due attori – che interpretando di volta in volta un ex detenuto in cerca di lavoro e l’impiegata di un’agenzia interinale, una coppia che discute in cucina a notte fonda, una vecchia coppia sulla spiaggia. Ma la coesione tra le parti è palpabile.
Bisogna sgomberare il campo da un possibile equivoco: non ci sono riferimenti diretti tra i dialoghi e i sermoni di Meister Eckhart. Nei testi di Pirozzi non c’è nessun intento didascalico, così come ne è priva la regia. Il rimpallo di immagini e di significato avviene quasi osmosi, grazie alla scelta di Civica di lasciare irrelati eppure congiunti questi due piani verbali e di realtà, e dunque tutto interno alla suggestione di chi guarda e ascolta. Un accostamento in sottrazione che diventa pian piano segno comune, nonostante l’enorme distanza tra le due prose – così come in sottrazione, in chiave minimale e priva di attributi fuorvianti, procede la drammaturgia di Pirozzi.
Alcune parole, alcune immagini verbali, trovano un’eco immediata e diretta tra i due poli del chiasmo di Civica. Ad esempio il “furore” evocato nel primo sermone, che dà il titolo alla pièce: è per Eckhart in nome del mare, della distesa d’acqua irrequieta e misteriosa a cui ci si rapporta quasi come a un essere autonomo. Ma il furore è anche il tratto che anima alcuni personaggi, e viene spontaneo leggere questo tratto della loro personalità con gli stessi attributi di irrequietezza e oscurità. Ma anche laddove non si intravedono riferimenti espliciti, il lavoro di risonanza serpeggia per tutto lo spettacolo, ammantando la semplicità dei dialoghi di grande spessore e lucentezza.

[anche su Paese Sera]

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1 commento su “Meister Eckhart e la modernità del furore. L’ultimo lavoro di Massimiliano Civica”

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