La psicosi di Sarah Kane secondo Lupinelli

«Psicosi delle 4.48» di Sarah Kane è un testo affascinante e complicato. Non tanto perché l’autrice non dà indicazioni all’interno del testo sulla sua realizzazione, o per il fatto che lo ha completato due giorni prima di suicidarsi – e proprio la disperazione e il suicidio sono i temi scottanti di questa pièce balzata da subito all’attenzione dei palcoscenici mondiali. La bellezza di questo testo è intrinseca, ha una forza già sulla pagina scritta – è molto bello da leggere – ma allo stesso tempo questa sua forza ne ha costituito l’ostacolo maggiore. «Psicosi delle 4.48» è stato realizzato in innumerevoli versioni, e in Italia è diventato la prova d’attrice per eccellenza, il monologo femminile che prima o poi bisogna affrontare (le prime rappresentazioni in Inghilterra, invece, erano a tre personaggi). Questa scelta ha caricato il testo di qualcosa di superfluo, lo ha trasformato nel ring dove l’attrice di turno può dare sfogo alla propria arte attoriale urlando, stridendo, soffrendo. Una scelta che, negli allestimenti italiani, ha penalizzato ad esempio una componente ironica che, sia pure in modo sotterraneo, trasuda dal testo.
La versione realizzata da Nerval Teatro che ha debuttato a Castiglioncello, al festival Inequilibrio, è una piacevole e salutare deviazione da questo tracciato ormai logoro. Maurizio Lupinelli, che l’ha diretta, tenta anche lui la carta del monologo, ma lo fa costruendo una scena buia, interiore, ctonia, dove la luce nella sua fiochezza avvolge e sembra proteggere l’attrice in scena, Elisa Pol, autrice di un’interpretazione di grande intensità e spessore. Non mancano tutti gli aspetti che hanno reso celebre questo testo: la rabbia, il senso di impotenza, la vertigine di fronte al vuoto della vita. Ma anziché urlarli – come a creare una didascalia davvero superfluo in un testo tanto diretto e leggibile come quello dell’autrice inglese – Lupinelli sceglie un registro trattenuto, sibilato, che solo a tratti esplode.
Come spesso accade in teatro, tanto più un testo è diretto ed espressivo, e tanto meno deve fare il regista per dialogare con esso. Non aggiungere, non distrarre, ma squadernare la potenza delle parole di fronte al pubblico. È una scelta che pochi fanno, e che è tutto meno che assenza di regia: lavorare in levare, sui toni minimi, sui particolari, sull’intensità che non si impone all’attenzione per l’energia con cui viene urlata ma per la sua essenzialità, è tra le cose più complesse da realizzare in teatro. Maurizio Lupinelli ci riesce con il suo gusto per un’oscurità ovattata e inquietante che già aveva sperimentato affrontando i testi di Antonio Moresco, ma soprattutto grazie alla capacità di Elisa Pol di reggere la tensione di questo testo con grande verve, dribblando ogni possibile clichè teatrale sull’isteria e la disperazione.

[anche su Paese Sera]

Annunci

2 pensieri su “La psicosi di Sarah Kane secondo Lupinelli”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...