Il Valle diventi un centro per la nuova drammaturgia. La proposta degli occupanti

Un centro dedicato alla drammaturgia italiana contemporanea. È questa la proposta che gli occupanti del Teatro Valle hanno avanzato per il destino della storica sala romana. Pochi giorni fa il sottosegretario dei Beni Culturali Francesco Giro aveva sottolineato che la soluzione per il Valle era stata trovata dalla politica senza che gli occupanti avanzassero una proposta, cosa che rendeva ai suoi occhi ancora meno legittimo il prolungarsi dell’occupazione. Ora la proposta è arrivata e suona come una deflagrazione. Non tanto o non solo per il contenuto, quanto per la sua gittata.
Guardiamo ai fatti: dal 1° luglio il Teatro Valle è passato dal ministero dei Beni culturali al Comune di Roma, che ha chiesto al teatro di Roma di gestirlo per la stagione 2011/12, in rete con altre istituzioni culturali della città (si dice Romaeuropa Festival e Teatro dell’Opera su tutte). Dopo un periodo di incertezza, il Comune ha reperito anche un milione e 200mila euro per la gestione del teatro. Questa la soluzione della giunta Alemanno. Ma a ben vedere, nulla è risolto davvero. Certo, il teatro resta pubblico, ma solo per un anno, in attesa di un bando che – senza la prospettiva di un fondo pubblico per la gestione – è necessariamente destinato ai privati. È vero, è stato stanziato oltre un milione di euro, ma da quello che si sa quella cifra è in grado di coprire solo il costo della macchina Valle – cioè le utenze, gli stipendi dei dipendenti, la gestione – mentre di soldi destinati alla programmazione non si è ancora parlato.

La proposta degli occupanti parte invece da una richiesta netta: il Valle deve restare pubblico. I privati possono intervenire solo come sponsor, senza alcuna influenza sulla gestione e sulla programmazione. La proposta di farne una casa della drammaturgia italiana, poi, renderebbe il Valle il primo tassello per la costituzione di un teatro nazionale, che l’Italia non ha. Magari non sarebbe un progetto sufficiente – la danza, la formazione, le scritture sceniche sono tasselli altrettanto importanti – ma va a toccare quello che a tutt’oggi è il vulnus del teatro in Italia: la produzione di testi scritti. Per decenni il nostro paese ha vissuto una polarizzazione tra il teatro di regia sostenuto dagli stabili e una ricerca tutta orientata al teatro di visione. Rispetto a paesi come l’Inghilterra e la Germania, oggi il paese che ha dato i natali a Pirandello, che con i “Sei personaggi” debuttò proprio al Valle nel 1921, non può vantare una scuola drammaturgica contemporanea. Per questo è importante ripartire dalla parte più intimamente legata alla lingua (e dunque alla cultura) italiana – dicono gli occupanti – tanto più che quest’anno si celebrano i 150 dell’unità del nostro Paese. Un aspetto importante di questo progetto – di cui si è fatto portavoce nei giorni scorsi un drammaturgo conosciuto a livello internazionale come Fausto Paravidino – è che nella visione degli occupanti il Valle non dovrebbe diventare una riserva indiana, ma un luogo aperto, come accade in Europa. L’interesse verso la produzione e diffusione della drammaturgia contemporanea italiana, dunque, andrebbe di pari passo con una programmazione che guarda anche alla drammaturgia contemporanea internazionale – più avanzata della nostra – e alla scrittura scenica, nella convinzione che solo il confronto con quello che accade fuori dai nostri confini, e con gli altri linguaggi, può scaturire una drammaturgia forte e di livello europeo. Per mantenere viva l’idea di accesso alla cultura che ha caratterizzato il dibatto delle assemblee al Valle, si è anche pensato all’istituzione di una commissione di lettura permanente, che possa fare da confronto per i drammaturghi attuali e scovare i nuovi talenti.
La portata della proposta è ben diversa, dunque, dal salvataggio temporaneo proposto dal Comune di Roma. Un progetto simile chiama di nuovo in causa il ministero, perché è quello l’ambito di discussione per la ricostituzione di un teatro nazionale, che il meccanismo sclerotizzato del Fus e dei Teatri Stabili non è più in grado di garantire.
Per altro il progetto per il Valle, nell’ottica degli occupanti, dovrebbe essere d’esempio per una riforma dei teatri pubblici e dei teatri privati che ricevono fondi pubblici. Si propone ad esempio che i direttori artistici vengano nominati sulla base di un progetto di gestione (artistico ed economico) e non, come avviene oggi, per la loro visibilità; si propone che il direttore, se è un artista, sia obbligato ad astenersi dal produrre se stesso coi fondi del teatro, o anche di farsi produrre altrove, perché deve essere presente in teatro a ricoprire il ruolo per cui viene pagato; si propone infine un codice etico – una sorta di deontologia, orientata alla trasparenza e alla qualità – anche per i teatri privati che ricevono fondi dallo Stato.

In pratica gli occupanti del Valle stanno chiedendo un nuovo sistema teatrale, affrancato dalle logiche di influenza politica che sono dietro alle nomine dei consigli di amministrazione e dei direttori. Chiedono anche un diverso grado di moralità, da parte dei direttori, nel gestire le strutture pubbliche e le risorse ad esse destinate. In sostanza si tratterebbe di un cambiamento culturale da parte di chi gestisce il denaro pubblico – un’inversione di rotta che farebbe bene al nostro paese non solo dal punto di vista teatrale. Perché in fondo il vero nodo risiede lì: non c’è nulla di strano nel fatto che i soci di un teatro pubblico – cioè le amministrazioni locali – controllino direttamente il suo consiglio di amministrazione. Ma quando questo controllo si traduce in decisioni prese da politici scarsamente competenti, o seguendo la logica degli scambi di favore o delle rendite di posizione, allora la musica cambia. Ma è la stessa, purtroppo, che affligge buona parte della vita pubblica italiana e che fa del nostro paese una della peggiori nazioni europee dal punto di vista della mobilità sociale, dell’avvicendamento generazionale e dello spazio lasciato alle idee innovative.

[da Paese Sera – apparso col titolo “Valle, una proposta deflagrante”]

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