Massimiliano Civica a Inequilibrio, tra Eckhart e la scena romana. Un’intervista

Inequilibrio, il festival di Castiglioncello giunto alla sedicesima edizione, presenta quest’anno uno dei programmi più belli delle piazze teatrali festivaliere. Dal 1° al 10 luglio si alterneranno diversi tra i nomi più interessanti della scena di ricerca e non solo, un ensamble davvero notevole per numeri e qualità. In questa folta schiera spiccano diversi nomi della scena romana: Andrea Nanni, neo direttore, rinnova così la tradizionale attenzione che questo festival ha da tempo per i fermenti che nascono nella Capitale. Lucia Calamaro, Veronica Cruciani, Lisa Natoli, Mk portano qui i debutti o le prime tappe dei loro nuovi spettacoli, in qualche caso coprodotti dallo stesso festival. C’è anche Massimiliano Civica, regista vincitore di prestigiosi riconoscimenti come il premio Ubu e il premio Hystrio, che aprirà il festival con «Attraverso il furore», un lavoro che parte dai sermoni di Meister Eckhart, predicatore domenicano vissuto tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Trecento, la cui impostazione teologica influenzò profondamente il medioevo tedesco. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo nuovo lavoro e per approfondire lo stato di salute della scena teatrale capitolina.

Perché mettere in scena i sermoni di Eckhart?

I suoi sermoni, da un punto di vista intellettuale, regalano una vertigine profonda. Eckhart li preparava per parlare ai contadini, a gente poco istruita, e questa condizione ha fatto sì che si lasciasse andare alla sua mistica più profonda. Nella sua concezione Dio è al di sopra dello stesso concetto di Dio come origine di tutte le cose, per questo arriva a dire che Dio può coincidere persino con Nulla, e a consigliare ai suoi fedeli di allontanarsi da Dio perché Dio, essendo tutto, è anche in loro. Volevo assolutamente portare sulla scena questa concezione, ma come fare con dei sermoni? Così ho chiesto al drammaturgo Armando Pirozzi di leggere questi testi, scritti in volgare, in tedesco antico, e di immaginare qualcosa. Lui ha scritto tre scene connesse alla mistica di Eckhart, ma ambientate in contesti assolutamente quotidiani: una coppia che parla di notte in cucina; una coppia al mare; un ex carcerato che va a fare un colloquio di lavoro.

Come ci hai lavorato?

Il cortocircuito elaborato da Armando tra le parole del milleduecento e l’odierno era molto stimolante. Volevo conservare il rapporto di interlocuzione, di dialogo, tra quelle parole in volgare e le scene quotidiane scritte da lui. Così le abbiamo messe in scena alternandoli ai sermoni letti così come sono. Gli attori in scena – Valentina Curatoli e Diego Sepe – non sono in relazione con Marcello Sambati che legge le parole di Eckhart. Si crea un ambiente particolare, un’atmosfera strana, in grado di mettere in scena l’ascolto tra queste due realtà.

Perché la scena romana migra in Toscana?

Perché Inequilibrio è un festival nazionale molto importante. Negli ultimi sei o sette anni si sono costituiti a Roma diversi gruppi di caratura nazionale. La fioritura che negli anni Novanta ebbe la cosidetta Romagna Felix ce l’ha avuta Roma il decennio successivo. Ma i politici locali non se ne sono accorti, e non hanno dunque dato vita a politiche di promozione e supporto concrete. Il supporto pubblico in Romagna non era solo finanziamento, ma creazione di spazi e circuitazioni virtuose. A Roma queste realtà artistiche sono cresciute nell’indifferenza, e dunque sono emerse in “lotta” contro il proprio territorio. Anzi, si potrebbe dire che il loro linguaggio artistico nasce come reagente alla situazione ambientale in cui si sono trovate a operare. Per questo hanno molto successo fuori Roma, nei festival nazionali o addirittura sui palchi europei, come è accaduto con i Santasangre. A Roma tornano poi, da vincitori, una volta consacrati altrove.

Con l’occupazione del Teatro Valle si è tornati di finanziamenti pubblici perennemente in calo. Qual è il destino del teatro pubblico secondo te?

I finanziamenti vanno difesi, ma a un patto: bisogna applicare la normativa vigente. Noi abbiamo uno strumento ottimo, che potrebbe funzionare. Il sistema dei teatri stabili e degli stabili di innovazione ha dei mandati: sostenere la ricerca, la nuova drammaturgia, etc… Ma tutto questo non si fa. Guardiamo ad esempio gli stabili e la loro logica degli scambi. Lo stabile era nato per produrre delle compagnie d’arte e consentire loro di produrre lavori orientati alla qualità, fuori dalle logiche di mercato che questa libertà non l’avrebbe consentita. La logica degli scambi tra gli stabili, a sua volta, serviva a garantire la circuitazione di queste presunte eccellenze. È successo invece che si sono create delle caste inavvicinabili, che spesso producono lavori di qualità scadente: questo perché è impossibile dire, tramite i criteri del ministero, chi è un artista meritevole e chi no. Io credo che se gli scambi tra gli stabili avessero per oggetto gli spettacoli di Claudio Morganti o Danio Manfredini, con lo scopo di far circuitare i loro lavori nelle principali piazze d’Italia, nessuno avrebbe niente da ridire. Invece gli stabili producono Panariello, o Riccardo Scamarcio: fanno cioè “operazioni di mercato”.
Paradossalmente sono proprio queste operazioni di mercato che fanno lievitare i costi di produzione e vendita a livelli pazzeschi. Sono la causa principale dei bilanci sforati dai teatri pubblici – cosa che invece non avverrebbe se gli stabili investissero su nomi come Babilonia Teatri o Teatro Sotterraneo. Ma se pure si sfondasse il bilancio per sostenere un gruppo di artisti giovani e meritevoli, io potrei anche accettarlo. Quello che non accetto è che si sfondi il bilancio per fare operazioni di mercato. Operazioni che vengono fatte non per la qualità, ma per ottenere visibilità e consenso.
Il compito di uno stabile non è ottenere consenso; semmai è costruire consenso attorno al nuovo e alla qualità artistica.

[da Paese Sera – col titolo «Massimiliano Civica: “la scena romana si consacra fuori dalla Capitale”»]

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3 pensieri su “Massimiliano Civica a Inequilibrio, tra Eckhart e la scena romana. Un’intervista”

  1. Il signor Civica ha speso molti soldi pubblici per fare uno spettacolo noioso e mortale come il Sogno. Il teatro eliseo di roma è un teatro privato che prende anche soldi pubblici ma è privato. Meglio scamarcio invece di un regista presuntuoso che cambia il titolo del testo e l’adattamento, per guadagnarsi i soldi siae. Vergogna!

    1. La bellezza o la bruttezza di uno spettacolo credo non sia un metro di giudizio adatto per valutare l’investimento culturale, altrimenti ci appiattiamo sulle tesi di Brunetta: solo l’arte che suscita consenso, e lo traduce in soldi, ha diritto di esistere.
      Ripetto al cambio del titolo de “Il Sogno”, devo precisare – avendo partecipato alla conferenza stampa – che si tratta di una nuova traduzione per intero del testo.

  2. Massimiliano Civica, a dire il vero, non si è limitato a ritradurre il testo, confrontandolo con tutte le edizioni possibili (lo stesso titolo cambiato è una scelta filologica) un lavoro che è durato tre anni, lo ha anche commentato criticamente con un corposo lessico – e dal momento che ho partecipato a questo lavoro, curando l’edizione del testo uscita da Editoria e Spettacolo, sono certo di quel che dico. Spingere l’idiosincrasia per un artista fino ad accusarlo di ogni nefandezza, senza neanche verificare le proprie accuse, questo sì che è vergognoso. Anche se, bisogna riconoscerlo, del tutto consono allo spirito (demagogico) dei tempi

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