Al Valle occupato si discute di “cognitariato”

L’assemblea di venerdì scorso, 24 giugno, al Valle Occupato ha messo insieme le esperienze di settori diversi – cinema, teatro, letteratura, ma anche ricerca universitaria – per ragionare finalmente in modo unitario su quello che sta accadendo a chi lavora nel settore della conoscenza in Italia, e quindi per estensione all’identità culturale del nostro paese. Il quadro che è stato disegnato dagli interventi è a dir poco desolante; ma il fatto che ogni analisi e ogni esperienza raccontata andavano ad incastrarsi perfettamente con le altre, anche quando queste provenivano da settori diversi con logiche di lavoro diverse, ha al contrario funzionato da detonatore per il grande entusiasmo che si respirava in sala. Perché quello che da tempo è stato accennato sullo stato comatoso dell’Italia prendeva finalmente una forma chiara; perché i tanti problemi e vicoli ciechi discussi tra appartenenti a una certa categoria acquistavano di colpo una luce diversa e più chiara; e forse, aspetto più semplice ma non per questo secondario, perché ci si sentiva meno soli.
C’è chi li ha definito questa assemblea come un possibile start-up per degli Stati Generali della cultura. Forse è presto per dire se l’analisi complessa uscita dall’incontro avrà un seguito concreto, o se le realtà che vi hanno preso parte non ripiomberanno piuttosto nelle loro singolarità. Di certo, però, l’atmosfera che si respirava, oltre che di grande concitazione, era anche di grande entusiasmo.

La complessità è stata proprio una delle parole d’ordine della relazione di Christian Raimo, intervenuto per TQ, un gruppo di scrittori ed editori trenta-quarantenni nato per vocazione generazionale, spostatosi in seguito sui temi delle forti contraddizioni che vive il settore letterario. L’analisi di Raimo, tra le più articolate, proponeva di riflettere sui punti in comune tra i lavoratori della conoscenza – che qualcuno ha cominciato a definire “cognitariato”: a) disagio e frustrazione verso lo scadimento del lavoro culturale; b) crescente difficoltà nel mantenere un’autonomia, sia essa economica che di pensiero. Questi due punti, oggi arrivati all’estremo, hanno portato i lavoratori dell’arte e della conoscenza, tradizionalmente restii a impegnarsi attivamente, a fare politica attiva senza arroccarsi in posizioni meramente sindacali. Secondo Raimo questo avviene perché si è ormai delineata in modo irreversibile una situazione che lui definisce “deficit di democrazia”. La democrazia in deficit per Raimo è quella che sta rendendo nullo, per sfiducia e incompetenza, l’istituto della rappresentanza. Le motivazioni sono l’ingessamento del paese a causa delle lobbies presenti sia nel settore pubblico che nel privato e del sempre più diffuso ricorso al clientelismo; la rottura del patto sociale per cui alla crescita dell’istruzione non corrisponde più una crescita del reddito, e anzi ne deriva spesso una diminuzione della cittadinanza, perché i diritti non sono più garantiti e dunque occorre acquistarli. I risultati, ormai drammatici, sono la svalutazione della cultura a tutti i suoi livelli, a partire dalla formazione, che oggi è spesso portata avanti da soggetti non competenti e che un domani formerà una cittadinanza con minore capacità critica; e una diminuzione dell’autonomia del pensiero, perché chi vive un’esistenza fortemente precaria è più ricattabile.
Per Raimo questo panorama può essere sintetizzato in due punti: incompetenza diffusa e semplificazione del pensiero. Il pensiero complesso, in grado di produrre pensiero critico, è oggi rifiutato in nome della semplificazione. Per questo, secondo lo scrittore, occorre ripartire da una richiesta di complessità. Ma anche dall’autocritica, perché le nostre biografie di precari grondano di piccoli e grandi compromessi, e di piccole clientele – perché la logica del pensiero dominante infetta inevitabilmente le pratiche del presente, anche di chi vive in condizione precaria.

Per il gruppo di artisti del cinema indipendente “Secondo Tempo” è intervenuta Costanza Quatriglio, che ha  descritto come paradigmatica l’esperienza del settore. Il cinema è oggi vittima di un eccessivo specialismo, che fa sì che non si riesca a pensare se non nella logica delle produzioni esistenti: non si raccontano temi troppo scottanti, le storie devo essere sempre ambientate in Italia, i personaggi sempre soggetti in cui identificarsi. Il conflitto è bandito, e quello che ne esce fuori non è certo il paese reale, ma un paese delle favole. Tuttavia, anziché parlare come fanno i produttori di “censura del mercato” – che in Italia non esiste realmente – bisogna parlare di “autocensura”. Pur di lavorare, i cineasti accettano la logica imperante e ragionano solo all’interno dei suoi confini.
Per un reale rinnovamento dell’Italia, afferma Costanza, non si può parlare soltanto di diritti dei lavoratori, di trasparenza e di pari dignità sul lavoro: occorre anche tornare a parlare di contenuti. Riformare la percezione della popolazione, mettendo di nuovo al centro l’esperienza diretta della realtà, perché oggi ciò che esce fuori da racconti del mainstream è un paese che non esiste. Per tornare a guardare in faccia la complessità del reale, occorre rifondare una narrazione del presente.

Successivamente Fabio Massimo di Acta ha portato alla luce il problema della precarietà mascherata da libera professione, che è alla base della ricattabilità descritta dai due interventi precedenti. Acta è un’associazione che si occupa dei lavoratori del terziario avanzato, il cosiddetto popolo delle partite iva, cresciuto a dismisura in questi anni, perché molte delle persone che lavorano a progetti, per poter gestire le collaborazioni, devo ricorre a questo sistema. La differenza con il passato è che un tempo chi stava sul mercato da libero professionista era contento di starci, per scelta di vita professionale ma anche per la possibilità concreta di guadagnare. Fabio Massimo fa notare che tredicesima, assicurazione, cassa previdenziale sono mancate nell’orizzonte del libero professionista, ma questi non percepiva ciò come un’assenza di tutela: potendo guadagnare a sufficienza, il professionista era in grado di pagare per garantirsi qui diritti privatamente. Oggi non è più così, soprattutto per il settore più precario che comprende i lavoratori della conoscenza. Per questo il lavoratore autonomo ha oggi la necessità di vedersi riconosciuti quei diritti, che tradizionalmente erano garanti solo al lavoratore dipendente.

Infine è intervenuta la rete universitaria, quella delle proteste dell’Onda contro la riforma Gelmini, per bocca di Francesco Raparelli. Anche con la riforma del settore scolastico, come oggi accade per la cultura, il vero snodo era l’ingresso dei privati nella scuola e nella formazione. Il meccanismo fallimentare che si cerca di copiare è quello americano, che smantella l’idea di diritto allo studio in favore del cosiddetto prestito d’onore: lo studente si indebita con i privati per pagarsi gli studi, perché si presuppone che una volta trovato lavoro potrà pagare il suo debito. Così non è, come dimostra la storia recente degli Usa, dove la disoccupazione cresce; tanto più ciò non accadrà nell’Europa in crisi, dove non solo il patto sociale descritto da Raimo si è spezzato, ma la crescita è tradizionalmente più lenta. Quello che si sta concretizzando, secondo Raparelli, è piuttosto un’insolvenza generalizzata, come è già accaduto con la crisi dei mutui.
“Bisogna far pagare la crisi a chi l’ha provocata – afferma Raparelli – tassando le rendite finanziarie”. Altrimenti la crisi sarà pagata dai cittadini due volte. Difatti la crisi a livello del vecchio continente è stata valutata attorno ai 500 miliardi di euro, una cifra pressoché identica alla liquidità immessa dagli Stati per salvare gli istituti finanziari. Quei soldi sono stati sottratti al welfare, al sociale, alla cultura, e se tutto ciò sarò smantellato, il cittadino dovrà comprarsi quei servizi che gli spetterebbero di diritti, finendo per indebitarsi.

Insomma, l’orizzonte della riflessione si è fatto improvvisamente vasto al Valle occupato, esulando dalle specifiche problematiche di un teatro storico e pubblico che cessa le sue attività. Ma proprio grazie a questo salto, la chiusura del Valle cessa di essere un problema di assistenzialismo per alcuni o di politiche culturali per altri, e diventa il simbolo di qualcosa che l’Italia di oggi sta smantellando: la cultura, certo, ma come tassello di un bene persino più ampio, la cittadinanza.

[anche su Paese Sera]

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