Montezemolo e il Valle Occupato. Due Italie a confronto

Chi è di scena a Roma? Due Italie diverse, che parlano di cultura.
Ieri, al Teatro Argentina il convegno «Cultura, orgoglio italiano», organizzato dalla fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, cercava di tracciare un’idea di impegno sociale delle imprese che levasse d’impaccio il settore pubblico – impoverito, farraginoso a causa della burocrazie, svuotato di idee e linfa vitale – passando la gestione del patrimonio storico-artistico-cultural-paesaggistico nelle mani dei privati, più dinamici, in cambio della visibilità che ne consegue, attraverso il meccanismo degli sgravi fiscali che in Europa funziona già da tempo. Insomma il modello Della Valle al Colosseo. Pochi metri più in là, al Teatro Valle occupato si parlava di cultura come bene comune, e come tale intangibile rispetto agli interessi privati.
Le due Italie, quella del Valle e quella dell’Argentina, parlano linguaggi differenti, hanno forme di discussioni differenti, vestono in modo differente. All’Argentina gente elegante, in giacca nonostante il caldo, partecipa a un convegno a inviti, con un moderatore e un maxischermo che riprende ogni cosa, e le parole d’ordine sono “imprenditori” e “investitori” al posto del mecenatismo, pubblico o privato che sia, che non comprenderebbe l’ipotesi di una messa a sistema (economico) del patrimonio culturale italiano. Al Valle la gente veste casual, in maglietta e pantalocini perché fa caldo, la forma di discussione è l’assemblea pubblica, e le parole d’ordine sono “accesso libero alla cultura”, “beni comuni”, “reddito di cittadinanza” declinato nell’accezione di “reddito di resistenza”, destinato cioè a tutti quelli che fanno esistere con il loro fare un’alternativa alla logica del profitto; dunque anche agli artisti. Al posto di Montezemolo, qui c’è un docente di diritto, il professor Ugo Mattei, che ha elaborato i quesiti referendari sull’acqua pubblica.

I due incontri erano praticamente in contemporanea, ma le due Italie non hanno fatto finta di ignorarsi, chiamando a pretesto i velluti delle rispettive sale teatrali che ti fanno sentire fuori dal mondo. Una delegazione degli occupanti del Valle è andata a protestate davanti all’Argentina, contestando l’idea di un’ingerenza privata che si sostituisca alla già ingombrante ingerenza pubblica sulla cultura, aggiungendo in più il fardello dei criteri di profitto. Al Teatro Argentina c’è chi ha avuto parole di apprezzamento per il Valle occupato – alcuni dei firmatari a sostegno dell’occupazione erano tra gli invitati di Montezemolo – mentre il presidente della Fiat e ex presidente di Confindustria ha definito gli occupanti degli “esagitati”. Salvo poi ammettere che lui, milionario, da precario non saprebbe vivere nemmeno un giorno.
Fin qui la cronaca. E una considerazione. Anche se su fronti contrapposti e con obiettivi diametralmente opposti, queste due Italie segnano una fuoriuscita che il nostro paese reclama a gran voce da una terza Italia, ormai in piena decadenza: l’Italia del berlusconismo più bieco e triviale, antropologicamente avversa alla cultura in ogni sua forma, incarnata alla perfezione dal livore del ministro Renato Brunetta e dalla colpevole inettitudine dell’ex ministro Sandro Bondi.
Colpisce, ad esempio, che nella platea chic dell’Argentina si parli – con grande successivo scroscio di applausi – di società civile che si risveglia per portare l’Italia fuori dalla decadenza. Ma questo è l’unico punto di contatto tra i due teatri.

Per il resto, in casa Montezemolo si propone sostanzialmente una ricetta di sgravi fiscali in cambio di visibilità, già attiva in tutta Europa: nulla di innovativo, dunque, solo un gap da colmare rispetto alle grandi potenze europee. Il modello di gestione proposto, che dovrebbe colmare le lacune di un settore pubblico che ci mette 20 mesi solo per valutare un progetto (senza contare i tempi biblici di messa in opera), con tutta probabilità avrà una sua applicazione effettiva solo sulla conservazione del patrimonio architettonico-monumentale, settore in cui i privati possono ricavare maggiore visibilità – senza considerare come lo sgravio offerto al pubblico nel restauro di chiese e monumenti possa poi andare a costituire una moneta di scambio politica.
La ricetta di Montezemolo è insomma quella di ridimensionare un settore pubblico che non funziona, sostituendolo con un intervento privato più dinamico. Al Valle occupato, invece, il professor Mattei proponeva un modello radicalmente diverso, che finalmente si allontana dall’asfissiante diarchia pubblico-privato. All’atto pratico – sostiene Mattei – la giurisdizione esercitata dal pubblico non è poi così diversa dalla giurisdizione concessa alla proprietà privata. La proprietà privata esercita un diritto esclusivo su un bene, seguendo le proprie logiche di profitto e beneficio individuale. Dal canto suo il pubblico esercita anch’esso un diritto esclusivo su un bene o un servizio, ma lo fa in nome dello Stato, creando così un modello gestionale che va sotto il controllo esclusivo dei politici. Per uscire da questa logica binaria, secondo Mattei, occorre considerare alcuni beni e servizi come “beni comuni”, categoria giuridica che si sta delineando sempre di più nel diritto contemporaneo, e che si richiama esplicitamente all’articolo 43 della Costituzione Italiana, che disciplina i beni e i servizi considerati essenziali per “l’utilità generale”. Questo articolo non prevede soltanto che tali beni siano pubblici, ma che possano essere amministrati, anziché dallo Stato, da “comunità di lavoratori o di utenti e da determinate categorie di imprese”, come le fondazioni.

L’idea che c’è sotto è che un “bene comune”, in quanto essenziale per la vita della gente e per l’utilità generale, non può essere messo in discussione nemmeno dalla politica, anche quando essa è eletta a maggioranza. Così come avviene per l’acqua.
Provate a immaginare allora cosa avverrebbe se la cultura, almeno in certi suoi luoghi e funzioni, fosse considerata giuridicamente un “bene comune”. È quello che stanno cercando di immaginare, collettivamente, al Valle occupato.

[da Paese Sera]

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2 pensieri riguardo “Montezemolo e il Valle Occupato. Due Italie a confronto”

  1. Una lotta di potere.
    Non tra le assemblee che si confrontano, ma sicuramente tra gli uomini ritratti nella foto e invitati a presiederle e ad imbonirle.
    Uno dei due lo conosciamo tutti.
    L’altro è un signore che ha scritto che dopo il referendum l’acqua potrà essere gestita dalle fondazioni bancarie che hanno tutti i requisiti per gestire un bene comune. Quindi Intesa Sanpaolo, CRT, e via dicendo. Un professore di un’università privata torinese che inaugura l’anno accademico con il professor Giuliano Amato e con il presidente del Sanpaolo Angelo Benessia. Uno che ha stretti legami, parentali e professionali, con l’avvocato della Fiat e della Famiglia Agnelli.
    Qualcosa di illegale? Che io sappia, no.
    Ma non si venga a dire che questo è l’uomo dei movimenti sociali che difende la causa del bene comune.

    Allora si scontrano due gruppi di potere: l’uno sente che l’altro è in difficoltà ed è sempre più percepito dalla gente come una Casta di arraffatori e allora lavora per prenderne il posto.

    Spero molto che l’Italia dei movimenti sociali, quella dei comitati referendari per l’acqua pubblica e contro il nucleare, quella che spera in una rinascita di città come Napoli all’insegna della giustizia e del pubblico sano ed efficiente, ebbene spero non si facciano prendere in giro da nessuno dei figuri qui rappresentati.

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