Immaginario malato – Amina e il fascino della simulazione

Partiamo dai fatti. Amina è l’autrice di un blog molto seguito negli scorsi mesi, «A gay girl in Damascus». L’autrice siriana, donna, venticinquenne, lesbica, racconta le giornate di rivolta al regime di Assad, con grande interesse da parte dei media di tutto il mondo che riportano il suo punto di vista privilegiato. C’è un unico problema: Amina non esiste. A scrivere il blog è un uomo, statunitense, eterosessuale: Tom MacMaster.
Ovviamente si sono levate una serie di critiche da parte di veri attivisti siriani, che si sono sentiti danneggiati. MacMaster si è scusato e, dopo aver parlato al mondo grazie al suo personaggio fittizio, se è ora chiuso nel silenzio. Nel frattempo si è alzato un polverone sull’attendibilità dei blogger. Come se fosse la “fonte” della notizia a doversi autocertificare per vera: da che esiste il giornalismo come professione questo compito spetterebbe al giornalista, che in quanto professionista dovrebbe essere in grado di garantire l’attendibilità di ciò che pubblica. Sostenere, come ha fatto Il Giornale il 13 giugno scorso, che quanto accaduto “getta cattiva luce sulle forme di informazione dal basso”, è un evidente caso di scaricabarile.

Il caso di Amina ci racconta molto di come nasce oggi una notizia. Ci racconta cioè di quelli che sono i “criteri di notiziabilità”, e di come questi possano impazzire come la maionese nell’epoca della comunicazione in rete.
Ma il mancato controllo è solo uno degli aspetti di questa vicenda. L’altro, forse più profondo, è la costruzione dell’immaginario in cui i media sono oggi parte attiva, avendo abdicato alla loro vocazione di raccontare – per quanto possibile, par quanto di parte – la verità. O almeno la realtà. Non starò a dilungarmi su quanto questi due concetti – “reale” e “vero” – siano oggi, nella società spettacolarizzata, in continua ridefinizione; è certo però che oggi più che mai è lì che va individuato il terreno del conflitto politico.
Nel caso di Amina, MacMaster ha creato un personaggio fittizio su cui i media, in particolare di sinistra, erano destinati a gettarsi come le mosche sul miele: una attivista che vive sotto una dittatura, una donna in un paese arabo, per di più lesbica. Come resistere? La biografia di Amina è già di per sé “la notizia”; tutto il resto, i suoi post, i suoi racconti, sono solo la messa in scena di questa biografia, la sua sceneggiatura. Il che vale a dire che i contenuti hanno un valore relativo, secondario, accessorio, rispetto alla cornice che è la biografia dell’autore. Un autore che non esiste.
Amina diventa un’icona. E come nell’icona il segno e il significato coincidono, il vero significato dell’icona Amina è Amina stessa, la sua biografia, prima ancora di quello che dice. Per questo motivo è superfluo verificare la sua attendibilità.

Rovesciamo ora la medaglia e diamo uno sguardo al terreno in cui la fiction dovrebbe essere, almeno in teoria, collocata: l’arte. Ad esempio alla letteratura, dove accade qualcosa di simile, poiché oggi la biografia dell’autore è più importante di ciò che scrive. Almeno in Italia l’editore sa che proponendo un’esponente di una determinata minoranza – rifugiato, donna, migrante, etc… – avrà uno strumento in più per suscitare interesse nel pubblico, narcotizzato da una quantità di proposte librarie impressionante e impossibile da gestire. Se poi in questa breccia innestiamo un tema scottante – principalmente sesso, guerra, noir – e facciamo ventilare l’ipotesi che l’autore in questione abbia vissuto davvero in prima persona quanto racconta, ecco allora che l’indifferenza può essere bucata, grazie all’istinto fondamentalmente morboso del lettore contemporaneo. È così che nascono casi letterari come quello di Melissa P., dove il lettore di esperienze erotiche non sa dove finisce la fiction e inizia la realtà, o di Nicolai Lilin, la cui epopea dei criminali siberiani trapiantati in Transnistria, raccontata in prima persona, è stata sbugiardata a più riprese senza minimamente intaccare il successo dei suoi libri. O ancora, per non restare confinati nell’esperienza italiana, il caso ancora più radicale di J.T. Leroy, lo scrittore disturbato e segnato da un’infanzia di violenze che non è mai esistito: a dargli corpo e voce era Laura Albert, camuffata sotto una folta parrucca e spessi occhiali scuri.

I profeti dell’arte contemporanea potranno intrattenerci per ore spiegando quanto questa confusione tra il reale e l’immaginario sia il dato centrale della nostra contemporaneità, esaltandone le implicazioni. È più interessante rilevare, come ha fatto Vittorio Giacopini durante un incontro a Più Libri PIù Liberi lo scorso dicembre, un altro aspetto della questione: oggi viviamo una vita vuota di esperienze dirette, seduti alle scrivanie nei luoghi di lavoro, per poi tornare a casa davanti alla tv. È chiaro che qualunque cosa inneschi un cambiamento di rotta in questo senso diventa immediatamente interessante, anche a livelli morbosi. Il modello del reality – che ci regala almeno il dubbio, se non l’illusione, che ciò che vediamo sia vero – è l’unica formula vincente. Resto però convinto – e l’ho detto più volte in merito al teatro, un’arte dove la finzionalità è così evidente che la simulazione non attecchisce – che se oggi l’arte ha un valore politico, esso risiede nella sua capacità di decriptazione di questi meccanismi, e non nell’adesione ad essi.

[anche su Paese Sera]

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