La poesia non si tocca. Don Chisciotte secondo Latella

Stralunato e comico, il «Don Chisciotte» di Antonio Latella – al Teatro India di Roma fino al 12 giugno – è tutt’altro che un divertissement. È vero, l’andamento assurdo dei dialoghi strappa molte risate, così come il divertente e fitto gioco di rimandi all’universo teatrale di cui è intessuto lo spettacolo – dai personaggi di chiaro stampo beckettiano (Sancho, con la bombetta in testa e le sedie a tracolla non può che far pensare a Lucky) fino ai giochi di parole che trasformano il Mago Frestone nel Mago Martone. Ma l’interesse di Latella è altrove, come dimostra l’arrestarsi improvviso di queste spirali comiche, bloccate di colpo da immagini malinconiche, fulminee ma non per questo prive di una loro poesia.
Quello di Antonio Latella non è uno dei molti tentativi di comprimere nello spazio di uno spettacolo l’universo letterario di Cervantes – ambizione temeraria, paragonabile alla proverbiale lotta contro i mulini a vento, vista la fortuna e l’influenza di questo personaggio senza tempo. Anzi, la rappresentazione è rigettata a tal punto che i due attori in scena – Francesco Manetti e Stefano Laguni – pur presentandosi in una mise assurda, in calzamaglia, non pretendono di essere altro che se stessi, due teatranti il cui dialogo folle e bizzarro assume pian piano dentro di sé la pazzia di Don Chisciotte, prima evocato come personaggio libresco e solo dopo restituito in scena. Rigettare la rappresentazione però non significa non recitare – anzi, le performance di Manetti e Laguni sono tra le cose migliori che si sono viste in teatro in questa stagione – né tanto meno rifiutare il confronto con l’immagine e il suo bagaglio di simboli.
Quello che Latella mette da parte è l’uso di un’immagine “reificata”, sia essa realista o il suo contrario “di ricerca”, in favore di un’immagine che torna ad avere a che fare con l’azione di immaginare. Che è poi quello che accade quando leggiamo. L’azione di leggere e di immaginare è il centro portante dello spettacolo, cioè il rapporto con la parola e il confronto con essa, sia quando è parola poetica sia quando straborda nel vortice scurrile ed erotomane che avvolge a un tratto Don Chisciotte. I libri sono il vero fil rouge dello spettacolo, da quelli pop-up con cui Sancho Panza e il Cavaliere dalla triste figura improvvisano un banchetto immaginario e immaginifico, ai romanzi universali di cui Latella ci propone un vero e proprio percorso, la cui meta ultima non è certo la fuga dalla realtà, ma la possibilità di tornare a impadronirsene attraverso l’atto di immaginare. È paradossale che sia proprio Don Chisciotte, cioè un pazzo di nome Alonso Quijana che ha perso il senno tra le pagine dei libri di cavalleria, a ricordarcelo? Forse. Ma forse la lucida gerarchia con cui il curato dà alle fiamme quegli stessi libri per salvarne altri “portatori di verità” è una dimostrazione di pensiero a senso unico, un atto di realismo – magari iperbolico – che nasconde un altro tipo di miopia, in grado anch’essa di gettare ombra sulle cose (come rileva Francesco Guccini nella sua canzone sul cavaliere errante citata da Latella).
Recuperare la capacità di immaginare, cioè di elaborare le proprie immagini, anziché subire un’immagine già costruita, è un atto politico tanto più oggi, dal momento che viviamo in una realtà ad alto tasso di costruzione e di simulazione. Ma poiché la realtà condivisa è comunque una costruzione, la sua “verità” scaturisce non tanto dall’oggettività, quanto da un suo possibile squarcio verso l’infinito, e cioè dalla poesia, che nell’arte della parola costituisce allo stesso tempo il vertice e l’atto più evanescente, dato che – per dirla con Rafael Spregelburg – la poesia consiste “nel dire con parole ciò che le parole non possono dire”. Dunque far esiste ciò che ancora non è, un potere che le tradizioni antiche, dalla Bibbia giudaico-cristiana alle vie dei canti autraliani, quando parola poetica e parola profetica non erano ancora disgiunte, fanno risiedere proprio nella parola. Il fulcro dello spettacolo, allora, sta forse tutto in una breve frase del Chisciotte, che i personaggi ripetono più volte come un mantra: “la poesia non si tocca”.

[anche su http://www.paesesera.it]

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