Il carcere al collasso. Intervista a Patrizio Gonnella, presidente di Antigone

Antigone è un’associazione italiana “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, alla quale aderiscono principalmente magistrati, studiosi, parlamentari e operatori penitenziari che si interessano di giustizia penale. Da oltre vent’anni l’associazione si occupa, tra le altre cose, di monitorare le condizioni di vita dei detenuti. Recentemente l’associazione ha diffuso un «Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia» fino al 2010. Dallo studio esce un quadro inquietante, la cui origine è fortemente intrecciata alle politiche contro l’immigrazione clandestina volute dal Governo italiano – un tema che sta diventando scottante alla luce dell’esodo di massa che in tempi brevissimi potrebbe arrivare dal Maghreb scosso dalle rivoluzioni di questi giorni.
“Abbiamo certificato una situazione al collasso”, racconta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che si offerto di spiegarci nel dettaglio i dati dello studio e di raccontare quali sono gli effetti concreti dell’attuale gestione del sistema carcerario. “Abbiamo riscontrato carceri malmesse e mal gestite dove le persone detenute, in molti luoghi, sono costrette all’ozio forzato. Leggi di durezza eccessiva hanno prodotto un affollamento che rende la vita di tutti i giorni durissima. I detenuti ristretti nelle 206 carceri italiane sono circa 68 mila. 25 mila persone in più rispetto ai posti letto regolamentari. Oltre 25 mila sono i detenuti stranieri. In dieci anni i detenuti nel loro complesso sono cresciuti di 15.743 unità. Gli stranieri sono a loro volta cresciuti di oltre 11mila unità. I due terzi della crescita della popolazione reclusa è stata quindi determinata dagli stranieri. L’altro terzo è dato dai detenuti nati nel settentrione d’Italia. La crescita degli stranieri in carcere è provocata da leggi che puniscono l’inottemperanza dell’obbligo di espulsione e prevedono aggravi di pena per i recidivi. Per quanto riguarda i detenuti italiani settentrionali è più difficile individuare le cause della crescita. Sicuramente ha avuto un peso la più difficile condizione economica nonché la diffusione delle cosche mafiose al nord. Contro ogni pronostico o pregiudizio oggi il centro-nord produce più detenuti del centro-sud”.

Antigone partecipa all’osservatorio europeo sulle prigioni. C’è una differenza tra le condizioni di vita carceraria in Italia e quella nelle altre nazioni europee? Se sì, quale e in che misura?

L’Italia ha il più alto tasso di sovraffollamento nell’area dell’Unione Europea. L’edilizia penitenziaria, stretta tra inefficienze e corruzione, non ha seguito i passi veloci della crescita della popolazione detenuta. Questo è lo specifico italiano che va letto insieme ai numeri elevatissimi e preoccupanti di detenuti in custodia cautelare, pari a circa il 45% del totale dei ristretti. Infine l’Italia non si è mai dotata di un organismo indipendente di controllo dei luoghi di detenzione a differenza di altri paesi europei.

Come incide concretamente il sovraffollamento sulle condizioni di vita dei detenuti?

Ci sono carceri dove i detenuti dispongono di meno di due metri quadri a testa. Vivono per mesi o anni ammassati l’un l’altro con scarsissime opportunità di partecipare a progetti di reintegrazione sociale. Il sovraffollamento produce disperazione nei detenuti e burn-out negli operatori.
Il signor Kalashnikov è stato il primo cittadino-detenuto a ricorrere davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani e a ottenere una condanna di uno Stato (nel suo caso la Russia) per gli effetti tragici del sovraffollamento carcerario. Il signor Izet Sulejmanovic è stato il secondo a ricorrere dinanzi ai giudici europei e a vincere, seppur soli mille euro. In questo caso a essere condannata per trattamenti inumani e degradanti non è stata la Russia ma l’Italia. Izet Sulejmanovic per alcuni mesi è stato costretto a vivere nel carcere romano di Rebibbia in soli 2,7 metri quadri. Vivere in un ambiente così ristretto significa non avere spazio per scrivere, per stare seduti, per muoversi. Significa perdere la riservatezza quando si va in bagno. Significa di fatto stare sempre stesi a letto. Il Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura – organismo ufficiale del Consiglio d’Europa – ha affermato che lo spazio minimo per un detenuto in una cella singola non può essere inferiore a sette metri quadri; in una cella multipla ogni detenuto deve avere invece almeno quattro metri quadri a disposizione.

Questa situazione è il prodotto di politiche errate o è una conseguenza inevitabile del sistema carcerario?

Il sovraffollamento non è una calamità naturale. È il prodotto di politiche penali selettive e di classe. In galera ci sono coloro i quali non hanno chance economiche e sociali. La nostra legge sull’immigrazione punisce lo status di immigrato. La nostra legge sulle droghe punisce lo status di consumatore di sostanze stupefacenti. Il nostro diritto penale è un diritto da stato etico.

Lo scorso gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Procuratore Generale Vitaliano Esposito ha parlato di “tragicità della condizione carceraria”. Voi avete ripreso queste parole per denunciare l’impatto che leggi come la Bossi-Fini (immigrazione) e la Fini-Giovanardi (droghe) hanno su questo sistema. Una riforma delle leggi potrebbe produrre davvero un effetto sostanziale?

L’unica soluzione al sovraffollamento e restituire dignità alle persone a prescindere dalla loro etnia, dalla loro condizione di povertà, dalla loro salute mentale, dalla loro situazione di tossicodipendenza. Un impianto anti-proibizionsita su questi temi avrebbe un grande impatto in termini di sicurezza (la polizia potrebbe occuparsi di mafie e colletti bianchi piuttosto che di permessi di soggiorno scaduti e di spinelli nelle scuole), di costi economici, di diritti umani.

Qual è la situazione Italia per quanto riguarda i suicidi in carcere? C’è differenza con la situazione in Europa? Esiste una misura in grado di ridurre questo fenomeno?

In Italia ci si suicida quanto negli altri paesi europei. Questo non ci rassicura né ci consola. Nel 2011 si sono ammazzate già otto persone. Ogni morte è una tragedia che ha una sua origine in scelte disperate del singolo. Detto questo, in condizioni di sovraffollamento è ben più difficile che gli operatori si accorgano della disperazione di un singolo detenuto, ridotto a numero e all’anonimato. Molte, troppe, anche rispetto agli standard europei, sono le morti per mala-sanità.

I recenti casi di morti in stato di fermo o di custodia cautelare (Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino per citarne alcuni – tutti e tre fermati per possesso di sostanze stupefacenti) hanno portato drammaticamente alla ribalta il tema delle condizioni di detenzione. Questi casi hanno a che vedere con l’abuso di singoli agenti o sono anch’essi un prodotto del sistema carcerario italiano?

Ridurre la violenza dei custodi sui custoditi a questione di mele marce è un errore culturale e politico. In un Paese dove la tortura non è reato, dall’alto arriva un drammatico messaggio alle forze dell’ordine: torturare non è poi così grave. A volte singole storie possono essere esemplificative di una condizione diffusa. Quella di Carmelo Castro è la storia di un ragazzo incensurato, solare, con meno di vent’anni, da poco rientrato dalla Germania dove era andato a cercare lavoro e fortuna, Carmelo Castro viene coinvolto in una piccola storia criminale nella sua Sicilia. Il 24 marzo 2009 alle ore 14.00 i carabinieri lo portano prima nella caserma di Biancavilla, poi in quella di Paternò vicino Catania. La sorella Agatuccia lo segue disperata. L’accusa è quella di aver preso parte, insieme ad altre due persone, a una rapina. Si sarebbe prestato a fare il palo. Agatuccia, insieme ad altre due donne, lo raggiunge a Paternò. I militari non le fanno vedere il fratello. Loro, testarde, si piazzano in una stanzetta. Lì hanno modo di sentire le urla e i pianti di Carmelo. Agatuccia ci riprova e tenta di andarlo a vedere. Viene fermata ancora una volta da un carabiniere. Passano cinque ore, sono le 7 di sera e un carabiniere le invita ad andarsene. Loro si piazzano nel giardinetto antistante la caserma. Passa un quarto d’ora e lo vedono uscire. Dicono che hanno visto una faccia gonfia e “pestata”. Agatuccia urla ai Carabinieri: “Cosa gli avete fatto?”.
Carmelo Castro alle 2 di notte del 25 marzo finisce in galera a Piazza Lanza. Così iniziano tre giorni di buio carcerario. Il 28 marzo a un orario imprecisato della tarda mattinata, racconta la “versione ufficiale”, il ragazzo si sarebbe suicidato attaccando il lenzuolo allo spigolo della branda della sua cella. In quei giorni ai familiari viene impedito di incontrarlo, di comunicare con lui in qualsiasi modo. Lo rivedranno cadavere. Avranno la notizia della morte tre ore dopo il decesso. 
Una volta incarcerato, Carmelo Castro è messo in isolamento. Non si capisce, perché non ve ne è traccia negli atti di indagine, se l’isolamento sia stato disposto dal giudice: sta di fatto che viene disposto. Nel frattempo psicologi ed educatori accertano che ha bisogno di sostegno in quanto “fortemente provato dalla detenzione”. A loro dice che “da tempo vive in una condizione di assoluta paura”. Eppure viene lasciato solo in cella con lenzuola a disposizione per impiccarsi. Tenere in isolamento una persona a rischio di suicidio è gravissimo e colpevole.
Il 28 marzo alle 9.30 un agente lo trova “tranquillo e sereno”. Alle 12.20 l’assistente capo di turno va a farsi un giro nel reparto e lo trova “all’impiedi con il lenzuolo in dotazione attorniato al collo con un nodo”. Lo lascia lì impiccato e va a chiamare aiuto. Il medico interviene alle 12.35. Il verbale del pronto soccorso segna le 12.30 come orario dell’arrivo del cadavere di Carmelo Castro. Orari fra loro contradditori. Dalla documentazione carceraria parrebbe che l’ultimo ad averlo visto in vita sia stato l’agente di sezione alle 9.30. Ma l’autopsia rileva che Castro aveva mangiato pochi minuti prima di morire. Alle 11.30 gli era stato portato il pranzo (carne con patate) dal detenuto porta vitto e lui lo aveva mangiato tutto. Qualcuno con la divisa deve avergli aperto la cella. Pochi minuti dopo, a pancia piena, si sarebbe ammazzato impiccandosi alla spalliera di un letto alto 170 centimetri. Lui che era alto 175 centimetri.
Su tutta questa storia – dal presunto pestaggio alla morte in carcere – le indagini della magistratura sono state del tutto lacunose. A luglio 2010 il caso è stato archiviato senza che i giudici abbiano mai sentito la sorella di Castro, l’ultimo agente che lo ha visto in vita, l’assistente che lo ha trovato morto (che fra l’altro dopo un anno e mezzo avrebbe a sua volta tentato il suicidio), il detenuto che gli ha portato il pranzo, psicologi, psichiatri ed educatori che hanno ascoltato e documentato le sue preoccupazioni. Il caso è stato chiuso senza aver acquisito il registro delle visite mediche di primo ingresso, dal quale avrebbero potuto risultare eventuali segni di violenze subite, senza aver verificato il perché Castro era preoccupato e impaurito, senza aver sequestrato la cella, senza aver accertato come mai un detenuto a rischio di suicidio fosse stato lasciato solo con un lenzuolo in dotazione. 
Tutto questo è successo nella terra siciliana dell’attuale ministro della Giustizia Angelino Alfano. La madre e la sorella di Carmelo Castro non hanno una loro verità, ma vogliono giustizia. Ora la magistratura, su richiesta di Antigone, ha riaperto il caso. Speriamo che non cada tutto nel vuoto.

In «Sorvegliare e punire» Michael Focault, ricostruendo il processo che ha estromesso la pena corporale dagli ordinamenti giudiziari europei, ha nel contempo riscontrato il permanere dell’opinione secondo cui la sofferenza fisica di chi ha compiuto reati sia in qualche modo giustificata. Questo “rumore di fondo” permane a tutt’oggi anche nell’ordinamento italiano?

In tutte le contemporanee democrazie costituzionali il sistema punitivo vive di una sostanziale illegalità. Paradossalmente proprio nelle carceri, luogo di destinazione di coloro che da privati cittadini infrangono la legge, si può riscontrare la massima distanza tra la regola e il comportamento dell’amministrazione pubblica. Potere, forza, violenza, pena, impunità sono le parole chiave di un percorso di pensiero che parte da Thomas Hobbes per arrivare a Renè Girard, Michael Foucault e Alain Brossat. La violazione delle norme poste a monte e a valle del potere punitivo costituisce parte integrante della sua efficacia e dunque della sua stessa esistenza. Intendo dire che vi è un  legame inscindibile tra la forza del sistema punitivo medesimo e la rottura della legge da parte di esso. Un sistema punitivo pubblico, affinché sia in grado di svolgere efficacemente il proprio ruolo (qualunque si voglia attribuirgli tra quelli classicamente individuati di prevenzione generale o speciale, emenda, semplice retribuzione e finanche rieducazione), non può lasciarsi regolamentare da norme conoscibili in anticipo da tutti gli attori in campo. Se dunque il sistema punitivo, come ogni altro comparto statale, dovrebbe essere sotto ordinato rispetto alla legge e a questa uniformarsi, la prassi – una prassi non già contingente ma necessaria – lo vede invece sottrarsi a questa scala di grado e affidarsi a un’altra gerarchia, a una gerarchia informale che sottrae la politica alla sua codificata subordinazione al diritto per lasciarla padrona di amministrare secondo la propria volontà del momento. Se tale sistema dovrebbe in principio trovare nel diritto il fondamento del proprio governo, esso lo trova di fatto nella politica. Ma questa subordinazione alla politica del sistema punitivo è una subordinazione inevitabile, necessaria, garante della stessa tenuta in vita del meccanismo punitivo. La illegalità penitenziaria che a prima vista sembrerebbe paradossale, essendo i luoghi di reclusione gli spazi fisici e giuridici dove lo Stato dovrebbe assicurare la punizione di coloro i quali infrangono la legge dello Stato, è viceversa coessenziale al potere punitivo stesso, essendo quest’ultimo appunto un fatto politico, prima ancora che giuridico. Il potere punitivo è stato definito la Croce Rossa della politica (Raul Zaffaroni). È stato assimilato alla istituzionalizzazione della vendetta privata nello Stato moderno (Renè Girard). La rottura della legge è indispensabile a che lo Stato si aggiudichi realmente il potere di punire.

Qual è la percezione dell’opinione pubblica italiana sulla condizione della vita nelle carceri? La percezione che si stia diffondendo un senso di “giustizialismo” è dovuta solo all’attenzione morbosa che i media rivolgo ai casi di cronaca nera o è un aspetto concreto della società italiana nel 2011?

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a uno strano fenomeno: da un lato i telegiornali sono divenuti luoghi di racconto truce della cronaca nera; dall’altro vi sono state inchieste giornalistiche importanti sulle prigioni italiane. È questo sicuramente un segno della rottura di un pensiero unico. Ha contato nell’opinione pubblica il viso di Ilaria Cucchi, giovane sorella di Stefano Cucchi, morto nell’ottobre del 2009  per le percosse subite dalle forze dell’ordine. Il viso dolce di Ilaria ha rotto la melassa televisiva e ha contato più di mille denunce di varie Ong.

[da Opera Mundi e Gli Asini n°5/6 del 2011]

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Leggi l’intervista in portoghese su Opera Mundi:
http://operamundi.uol.com.br/conteudo/entrevista/SITUACAO+DOS+PRESIDIOS+ITALIANOS+BEIRA+O+COLAPSO+DIZ+ESTUDO_175.shtml

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