Orson Welles cucinato da Giuseppe Battiston

«Orson Welles’ roast», il monologo che Giuseppe Battiston sta portando in giro per l’Italia e che è di recente approdato al Teatro India di Roma, ci conferma qualcosa di talmente ovvio da risultare a volte invisibile nelle infinite discussioni sull’essenza del teatro: il centro di tutto è nell’attore. Nella sua presenza – se parliamo di teatro di ricerca – o più semplicemente nella sua arte della recitazione, specie se utilizzata con uno stile inconfondibile, come accade per la superba interpretazione con cui Battiston dà corpo ed anima al grande regista statunitense. Lo spettacolo ricostruisce l’epopea artistica di Welles, considerato tra i più grandi registi del ventesimo secolo, che visse un esordio sfavillante e fu costretto in seguito ad affrontare grandi ostilità ai suoi progetti. La confessione priva di ipocrisie e di false modestie che Welles-Battiston fa della sua vita è un fiume di ricordi raccontanti direttamente al pubblico, nella cornice di una ricetta culinaria, l’arrosto, di cui il corpulento artista si professa devoto officiante. Il monologo, che ripercorre gli episodi più conosciuti della vita di Welles, è di grande impatto e semplicità e coinvolge fin dal primo attimo lo spettatore, soprattutto per il fatto che Battiston si mette in “fisicamente” in gioco per interpretare Welles: la stazza pensate, il respiro affannato dell’uomo che ha fumato troppo, il pesante accento anglosassone, sono tutti elementi che non solo sono in grado di materializzare il vecchio Orson davanti a noi, ma sono anche un affascinante dialogo che Battiston mette in scena tra la sua tecnica d’attore e il proprio corpo, regalandoci un personaggio convincente perché è davvero lì, a dialogare con noi.
A voler fare le pulci a questo lavoro, bisogna pur rilevare che «Orson Welles’ roast» poggia su drammaturgia non eccelsa, che racconta avvenimenti arcinoti della biografia del regista, interessanti solo per chi non sa nulla di Welles, ma che tuttavia è in grado di dribblare con eleganza i rischi didascalici di una simile operazione. Eppure l’idea già vista di “cucinare” sul palco gli ingredienti di una vita straordinaria, riesce a brillare grazie al suo interprete e al dialogo serrato che questi intraprende con la presenza – corporale e fantasmatica allo stesso tempo – di Welles.
Battiston, che è uno dei più talentuosi attori del nostro cinema contemporaneo – ma ha anche profonde radici teatrali – tempo fa aveva ironizzato in tv sugli attori “cani”, ospite di Victoria Cabello su La7, lanciando un appello in stile pubblicità-progresso contro il “morbo” che fa recitare gli attori odierni come dei “termosifoni sfiatati”. Questo monologo segna la sua rivincita non solo su quella categoria di attorni che il marketing cinematografico ci impone, ma anche contro una buona fetta di polverosa scena teatrale che affolla le stagioni degli stabili italiani.

[anche su http://www.paesesera.it]

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