Roma e il teatro nazionale

L’ambizione del Teatro di Roma è quello di diventare il luogo di un rinnovato Teatro Nazionale secondo il suo neodirettore, Gabriele Lavia. Per centrare questo obiettivo Lavia propone al Teatro Argentina una programmazione che intreccia tre linee diverse che attingono a tre diversi mondi del teatro. La prima guarda al mondo dei teatri stabili, con lo stesso Lavia, Luca Ronconi e Glauco Mauri alle prese rispettivamente con Pirandello, Ibsen – sarà in scena Mariangela Melato – e un testo del drammaturgo russo Leonid Andreev assai poco battuto dalle scene nostrane, «Quello che prende gli schiaffi». La seconda linea è dedicata a quegli artisti che si muovono tra teatro e cinema, con il conseguente patrimonio di visibilità, con le letture napoletane di Toni Servillo e soprattutto un interessante incursione nel teatro del regista Marco Tullio Giordana che porta in scena per la prima volta in Italia «The Coast of Utopia» di Tom Stoppard, trilogia sul secondo ottocento russo. La terza linea – a cui si connette idealmente un maestro della scena come Peter Brook, che porterà la sua versione del Flauto magico di Mozart nell’ambito di una collaborazione col Roameuropa Festival – segue il tracciato della cosiddetta scena contemporanea. In questo caso l’attenzione va a nomi consolidati, perché si sono guadagnati una notorietà extra teatrale come Marco Paolini, che porta il suo lavoro su Galileo, o che sono habitueé come Pippo Delbono con la sua nuova produzione, mentre Antonio Latella porta la sua versione del classico di Tennessee Williams «Un tram chiamato desiderio». Questi ultimi due lavori portano la firma produttiva di Emilia Romagna Teatri, a dimostrazione che una declinazione regionale dei linguaggi teatrali esiste. E allora parlare di un teatro nazionale non è poi un discorso così peregrino, anzi centra un vulnus della scena italiana.
Qual è la ricetta di Lavia? La centralità dell’attore, che è il fil rouge che connette le tre linee della programmazione. Una scelta azzeccata, perché è proprio quello uno dei rimossi della nostra scena, stretta tra il teatro di regia, una ricerca a volte spersonalizzante e una inevitabile fuga verso il cinema della formazione dell’attore. Ed è quello l’unico possibile collante di un teatro che si vuole “nazionale”, tanto che quest’anno il più longevo dei festival dedicati alla ricerca, Santarcangelo, sarà dedicato proprio al lavoro dell’attore per volere della sua direttrice Ermanna Montanari.
Da un punto di vista di rinnovamento, ovviamente, la musica cambia. È vero che all’interno dei singoli progetti si fanno strada una nuova leva di attori – Latella porta in scena Vinicio Marchioni, che prima di impersonare il Freddo in romanzo criminale ha lavorato con con Roberto Latini, mentre Emanuela Giordano, nella sua versione di Orlando di Virginia Woolf, si affida a Isabella Ragonese. Tuttavia la totalità dei nomi in cartellone hanno alle spalle carriere venti, trenta, quaratennali e più. Sono nomi che hanno una presa sicura sul pubblico, sui vari pubblici, e questa sembra a tutt’oggi l’unica formula che funzioni in Italia.
Probabilmente un teatro stabile non ha altre strategie possibili, e per altro la stagione firmata Lavia è apprezzabile per alchimie e diversità degli ingredienti. Allora però occorre ammettere che è proprio la dimensione dello stabile che, oggi, non può rappresentare in toto un teatro nazionale. Non da sola, almeno. Perché, forse, più che di un singolo luogo c’è bisogno di un tessuto culturale che svolga questo ruolo, mettendo in connessione luoghi diversi per vocazione e portata. E ciò soprattutto in una città come Roma, che vanta una grande effervescenza artistica ma non ha nessun centro di produzione contemporaneo stabile.
Un ruolo importante, da questo punto di vista, lo gioca il Teatro India, la seconda sala del Teatro di Roma, quella dedicata alla programmazione più contemporanea, di cui non è ancora stata presentata la stagione. E soprattutto i teatri di cintura, di cui in questi giorni si fa un gran parlare – anche alla luce della possibilità che il Teatro Valle, chiuso l’Ente Teatrale Italiano, sia affidato proprio al Teatro di Roma – ma sul cui destino c’è ancora una colpevole incertezza.

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