Il Virus che è dentro di noi. L’ultimo lavoro di Capotrave

In un luogo perennemente in penombra, quando non in piena oscurità, fatto di ambienti delimitati da tubi e carrucole, si muovono due figure, presumibilmente due operai o due addetti alla manutenzione di questo inquietante sottosuolo in cui è ambientato «Virus», l’ultima produzione di Capotrave, di recente al Teatro Furio Camillo di Roma. Di colpo, con ritmi e suspance da thriller cinematografico, irrompe sulla scena il vero motivo della loro presenza in quell’ambiente claustrofobico: cadaveri di topi. Sono loro, presumibilmente, la fonte dell’improvvisa epidemia che ha colpito la città in superficie, sulla quale le autorità tendono a minimizzare per bocca di uno speaker radiofonico la cui voce, disturbata da un segnale poco ricevibile in quell’ambiente sotterraneo, gracchia comunicati ufficiali e note di previsione sull’ottima stagione turistica in arrivo. Racconto “solare” in aperto contrasto con la scena soffocante di Virus, la voce disturbata della radio è anche l’unica voce di uno spettacolo muto, e suo tappeto sonoro costante (come accadeva nel film «Una giornata particolare» di Ettore Scola). I due operai, o forse disinfestatori – Pietro Naglieri e Simone Faloppa, sostituito nelle repliche romane da Emilio Vacca – si trovano invischiati in una situazione senza uscita alla quale uno dei due si abbandona, mentre l’altro cerca disperatamente di lottare per mantenere una lucidità e una non contaminazione che sembrano ormai impossibili.

Una costante del teatro di Capotrave è il tentativo di attualizzare racconti classici elevandoli a paradigma, trasformandoli in metafora. Nel precedente «Robinsonade», ad esempio, un Crusoe contemporaneo si ritrovava a vivere su un’isola di rifiuti. Con «Virus» il regista Luca Ricci cerca di affrescare una versione odierna de «La Peste» di Albert Camus, romanzo definito “dell’assurdo” che tuttavia è portatore di una delle visioni più lucide dei rapporti tra gli uomini che la letteratura europea abbia partorito dal secondo dopoguerra in poi. Ha ragione Ricci – che assieme alla co-ideatrice Lucia Franchi costella lo spettacolo di citazioni – a pensare che la potenza metaforica della sua eco calzi perfettamente al presente. «Virus», tuttavia, ne opera una selezione drastica, mostrandoci esclusivamente il sottosuolo in una serie di colpi di scena dal sapore cinematografico, orchestrati da una regia e da una scenografia che pescano a piene mani dall’immaginario di molto teatro visivo: ambienti cuboidali, torce elettriche, proiezioni vintage, tappeti radiofonici. L’atmosfera che si crea fa pensare a certi classici contemporanei dell’horror fantascientifico, come «28 giorni dopo» del regista inglese Danny Boyle.

Ben curato nella realizzazione, «Virus», più che un distillato dell’opera di Camus, ne è una sua diluizione. Ne «La peste» ciò che colpisce sono le reazioni degli abitanti di Orano, il loro ancorarsi a valori che di colpo non hanno più corso, il loro cinismo e le loro meschinità, ma anche il coraggio dei protagonisti – un coraggio esangue, di chi sente la necessità di compiere il proprio dovere, lontano sideralmente da quello degli eroi hollywoodiani. Questo vortice di relazioni, che rende «La Peste» una pietra miliare della letteratura mondiale, porta il suo autore a scrivere con tutta convinzione la frase più politica e profetica del libro: “la sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà”.
In «Virus», invece, la città è totalmente assente. Ce ne giunge appena l’eco radiofonica dei suoi governati (la voce è di Marco Fumarola, “vox” della scena romana che ha già prestato il suo timbro caldo a Lucia Calamaro in «Tumore» e di recente a Fabio Massimo Franceschelli in «Penombra del primo mattino»). Ma la sua umanità è espulsa dalla scena, possiamo solo tentare di immaginarcela, come fa – in modo per altro fallimentare – il personaggio di Naglieri quando cerca di scrivere alla compagna, da cui è separato dagli eventi. Sembra quasi che quella umanità non sia presente nell’immaginario di Ricci, e probabilmente non è un caso: il modello di umanità di fronte alla catastrofe, per la generazione del regista toscano, non è più quella solidale che portò ad esempio un’ondata di volontari a partire per la Firenze alluvionata del 1966; è semmai quella dolente di New Orleans, dove nella tragedia ci fu chi approfittò della confusione per compiere stupri e rapine. Come dire che, più che ragionare sugli anticorpi come fa Camus, per Ricci – analogamente a molto teatro “apocalittico” degli ultimi tempi – è più importante soffermarsi sul virus che è già dentro di noi.

[da http://www.carta.org]

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